Ottobre 17, 2021

STORIE | Ariel "Burrito" Ortega, il dribbling tra genio e sregolatezza

Ariel Ortega con la maglia del River Plate Ariel Ortega con la maglia del River Plate

Genio e sregolatezza, la perfetta sintesi dell’asinello, “El Burrito”, Ariel Ortega. E’ un dieci, argentino, e già questo basta per avere su di se tutte le pressioni del mondo in una nazione che all’inizio degli anni novanta cerca invano l’erede di Diego. Ariel è un’adolescenza difficile, il calcio è la sua valvola di sfoga, ed il pallone prova a farlo diventare uomo prima del previsto. Ha solo diciassette anni quando il River Plate, la squadra della sua vita, lo fa esordire in Prima Divisione a soli 17 anni. E’ il classico fantasista di quel periodo, fuori dagli schemi per professione, capace di incendiare il pubblico con i suoi pallonetti e i suoi dribbling. Il River lo accoglie, il pubblico inizia ad amarlo e lui ricambia, perché dopo l’esordio nella stagione successiva mette insieme 22 presenze e tre gol.

 

La Carriera di Ariel Ortega

 

Si comincia a parlare di lui anche oltre confine, Ortega si prende la squadra e tra il 1991 e il 1994, con Passarella in panchina, vince tre titoli d’Apertura. Il 1994 è un anno che il Burrito non dimentica facilmente. Il 30 Aprile si gioca probabilmente la partita più importante della sua carriera. E’ il clasico d’Argentina, il River è ospite del Boca, dove non vince da otto anni. La coppia d’attacco dei biancorossi è formata da Ortega e Valdanito, all’anagrafe Hernan Crespo. Ariel è in palla e sigla il gol dell’uno a zero, su assist di Crespo, con il futuro centravanti di Parma e Lazio che firma il due a zero finale. Sarà una giornata storica, ma non solo per vicende di campo. A fine partita una sparatoria costerà la vita a due tifosi del River, il calcio è anche questo in Argentina. Le sue prestazioni, però, non passano inosservate e Ortega si guadagna da giovanissimo una maglia per il Mondiale del 1994 negli Usa, che tutti gli argentini ricorderanno purtroppo per l’efedrina di Diego, e non per le prestazioni dell’albiceleste. La strada verso il successo, però, è tracciata. La seconda giornata che Ariel Ortega e tutti i suoi estimatori non dimenticano è quella del 26 Giugno del 1996.

 

Ariel Ortega, gol, magie e assist in Carriera

 

Si gioca la finale di ritorno della Libertadores contro l’America de Cali, che ha vinto l’andata per uno a zero. E’ il River di Ramond Diaz allenatore, di Crespo e Ortega, ma anche di Francescoli, Sorin, Almeyda e Gallardo, non certo gli ultimi della classe. Pronti via e il River mette la quarta. Almeyda si guarda intorno e pesca Ortega sulla destra, corsa in solitaria e cross al centro per Crespo che di interno destro mette in rete. Nella ripresa è sempre il Burrito protagonista, azione personale, il portiere esce per arginarlo, sbaglia il rilancio, Escudero pesca Crespo per il due a zero. E’ l’apoteosi del River, è il giorno in cui Ortega capisce che può prendersi l’Argentina e il mondo del calcio, ma sarà forse anche l’ultimo nel quale tutti possono sognarlo come l’erede di Diego, perché da li in avanti, delle fattezze del Pibe de Oro, avrà veramente poco.

Dall’Argentina alla Spagna il passaggio è quasi obbligato, la lingua aiuta, ma il Valencia non si rivelerà la scelta migliore. In panchina c’è un italiano, Claudio Ranieri, che ha iniziato a girare il mondo ma che vede ancora un calcio schematico, ed il Burrito in questo non riesce proprio a starci. Gioca ma non si prende mai con il tecnico, a cui rinfaccia sulle pagine dei giornali di averlo deluso per avergli fatto credere di giocare titolare e poi averlo spedito in panchina. E’ la goccia fa traboccare il vaso, che lancia Ortega via dalla Spagna.

Le sue giocate hanno però lasciato il segno, 9 gol in 29 partite sono un ottimo biglietto da visita per chi, ai Mondiali del 1998 in Francia, si presenta con il dieci sulle spalle. Sarà la migliore esibizione di Ortega in campo internazionale ma, come sempre, sarà gioia e dolore, genio e sregolatezza, come sempre nella sua carriera. Fornisce tre assist, due a Batistuta, contro Giappone, Croazia e Giamaica, in quest’ultima sfida si toglie lo sfizio di segnare una doppietta. E’ in campo, da protagonista, nella vittoria storica contro l’Inghilterra del golden boy Owen e dell’espulsione di Beckham. Sarà un proprio un cartellino rosso, però, a segnare la fine dell’esperienza argentina, contro l’Olanda di Bergkamp, che ai quarti fa fuori l’Argentina con Ortega costetto agli spogliatoi all’87’ per una testata a Van der Saar.

 

Ariel Ortega con la maglia della Sampdoria
Ariel Ortega con la maglia della Sampdoria

 

Il Mondiale è alle spalle, e Ortega è pronto per l’esperienza in Italia, nell’epoca in cui i grandi del mondo vengono a misurare le loro qualità. Non è una formazione di primissimo piano a sceglierlo, è la Sampdoria lontana dai fasti di Vialli e Mancini, con ques’ultimo da poco alla Lazio. I doriani sborsano la bellezza di 23 miliardi per assicurarselo, è chiamato a innescare Vincenzo Montella anche se l’aereoplanino starà spesso fuori per infortunio.

 

Il gol di Ariel Ortega in Sampdoria - Inter 4-0

 

La sua stagione, come la sua vita calcistica, è tutto un alti e bassi. Lui segna 8 reti in 27 partite, a volte sparisce dal campo, altre incanta come il pallonetto in occasione del 4-0 all’Inter. La Samp, però, sprofonda. Con Spalletti in panchina, ma senza Montella in campo, scende in classifica, il tecnico dei toscani viene rilevato da Platt, che dopo poche giornate rassegna le dimissioni, torna Luciano ma non riesce a salvare la squadra. Ortega sembra il ritratto perfetto di quella squadra, imprevedibile, di talento, ma che manca nel momento decisivo, quando occorre abbinare la concretezza alla fantasia. La Samp retrocede, ma Ortega trova presto una nuova formazione che vuole scommettere su di lui.

 

Ariel Ortega con la maglia del Parma
Ariel Ortega con la maglia del Parma

 

28 miliardi nelle casse doriane e Ariel fa le valigie per approdare al Parma, in una squadra che in quel momento è una delle migliori d’Italia. Prende, nell’immaginario collettivo, il posto di Veron, altro argentino, passato alla Lazio. In panchina c’è Malesani, non si può non parlare di calcio offensivo, ma Ortega non è uno dei protagonisti principali di quel Parma. Non gioca sempre, e quando lo fa non incide come vorrebbe. Alla fine dell’anno saranno solo 19 presenze e tre gol, troppo poche per uno che pochi anni prima era considerato l’erede di Diego. Inizia, da qui, una fase particolare della carriera di Ortega, sempre in bilico tra la resurrezione e lo smarrimento totale. Torna in Argentina, la sua patria, ancora al River Plate, dove ritrova il campo e i gol. Saranno 23 in 56 partite, tanti per un trequartista che si guadagna cosi il pass per il terzo mondiale della sua carriera, quello in Giappone e Corea del 2002. E’ un Argentina che parte con i favori del pronostico, per i giocatori e per il tecnico, Marcelo Bielsa, ma sarà una di quelle esperienze che i tifosi faticheranno a dimenticare. L’Argentina esce nel girone, e Ariel non assaggia neanche lontanamente il campo salutando, dopo qualche mese, la selezione che ritroverà solo per un’amichevole contro Haiti nel 2010, quando si consuma il suo addio.

 

Ariel Ortega con la maglia dell'Argentina
Ariel Ortega con la maglia dell'Argentina

 

La disfatta porta il Burrito a partire, ancora. Se ne va in Turchia, ed è facile immaginare che non si tratti di una grande scelta. Con il Fenerbahce gioca 14 gare e segna 5 gol, poi nel corso di un raduno della nazionale torna in patria e non si fa più vedere. Il club lo denuncia alla Fifa, lui si prende 10 milioni di dollari di multa e smette con il calcio per un po’. Nel 2004 torna Ortega, e lo fa ancora in Argentina, stavolta con la maglia del Newell’s Old Boys. Con il pallone tra i piedi Ortega è sempre Ortega, porta la squadra a vincere, dopo 12 anni, un torneo di Apertura tra protagonista con 5 gol in 24 presenze, si ripete anche la stagione successiva, ed il suo score convince il River, la sua squadra, che si può ancora puntare sul Burrito. Altre due stagioni in biancorosso, dal 2006 al 2008, prima dell’addio definitivo dopo aver vinto un torneo di Clausura. La sua vita fuori dal campo inizia a mostrare le sue crepe, i problemi con l’alcool sono risaputi, il River lo scarica mandandolo in prestito in Seconda Divisione, poi torna prima di essere nuovamente ceduto all’All Boys e di chiudere la carriera, nell’agosto del 2012, con la maglia del Defensores de Belgrano.

Gioia e dolore, genio e sregolatezza, Ortega è uno dei classici rimpianti argentini, uno di quei giocatori che ti fa lustrare gli occhi per la classe immensa ma che porta con se anche tutta la rabbia per ciò che poteva essere e non è stato. Ci si innamora vedendolo giocare, ma ci si scotta anche, perché di talenti ne nascono pochi, e quando si perdono il dolore è ancora più grande.

Alessandro Grandoni

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Alessandro Grandoni

Direttore Responsabile ed Editoriale di CalcioNazionale.it, fondato nel 2013. Laureato in Scienze e Tecnologie della Comunicazione con indirizzo Giornalismo presso l'Università "La Sapienza" di Roma, iscritto all'Ordine dei Giornalisti Pubblicisti del Lazio dal 2005, ha collaborato con varie testate ed emittenti tra cui Radio Incontro, Italia Sera, Infopress, Corriere dello Sport, Gold Tv. 

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