Luglio 28, 2021

Alessandro Grandoni

Una forza della natura. Un centrocampista moderno, antesignano di quel prototipo giocatore box-to-box capace sia di sublimi chiusure in difesa, sia soprattutto di giocate implacabili in attacco. Perchè solo provare a raccontare Ruud Gullit significa entrare irrimediabilmente in un mondo fatto di grandi giocate abbinate ad atteggiamenti irriverenti, in una carriera di vittorie in patria e in rossonero.

Perchè alla fine, tutti in qualche modo si sono legati a lui, dal Feyenoord al Psv Eindhoven, dal Milan alla Sampdoria, per finire con il Chelsea, in quella che è stata l'ultima tappa della sua carriera da giocatore e la prima da allenatore, volendo anche la più fortunata in termini di vittorie, essendo tecnico non inglese, ad alzare al cielo l'FA Cup (Coppa d'Inghilterra) consegnata dalla Regina come da prassi. Nativo di Amsterdam, inizia la sua carriera tra il Meer Boys e il DWS, passando successivamente all'Harlem, dove farà il suo esordio tra i professionisti.

Ruud Gullit - i primi trionfi in Olanda

All'Harlem resta per tre stagioni, firmando 32 gol in 91 presenze totali e imponendosi all'attenzione dei migliori club olandesi. Il tutto, dopo aver fallito un provino con l’Ajax, situazione che si legò al dito e che i lancieri pagheranno qualche anno più tardi. Si impose subito come titolare, ma la squadra retrocesse. Nella stagione 1977-78, in Serie B olandese, venne eletto miglior giovane e miglior giocatore. La stagione successiva fu quella della svolta. Giocando da libero arrivò quarto in Eredivisie, portando l’Haarlem nella vecchia Coppa Uefa per la prima e unica volta nella sua storia. Rifiutato l'Ajax su di lui mette le mani il Feyenoord di Johan Cruijff, tornato in patria per vincere un ultimo titolo ma in uno dei due club rivali dell'Ajax. L'Eredivisie arriverà nella stagione 1983/1984, in cui l'allenatore Libregts, schiera Gullit da trequartista, spostando il suo raggio d'azione. Alla fine dell'esperienza al Feyenoord saranno 31 i gol messi a segno su 85 presenze, in cui oltre al campionato, arriverà anche una Coppa d'Olanda. La vera consacrazione in patria arriva infine con il passaggio al Psv Eindhoven, dove in due stagioni firma 46 gol su 64 partite (sono numeri da attaccante non da centrocampista offensivo), vincendo due campionati consecutivi.

 

Ruud Gullit - il Milan e la conquista d'Europa

A notarlo, nel trofeo Gamper del 1986 a Barcellona, fu il neo-presidente del Milan Silvio Berlusconi, letteralmente stregato da quel fenomeno con le trecce capace di correre per due e finalizzare come un attaccante di razza, 191 centimetri per 91 chilogrammi, potenza e velocità, abbinata ad una falcata da centometrista. In totale sono 13,5 i miliardi di lire, che il Milan sborsa al Psv Eindhoven e Ruud Gullit arrivò in Italia. La presentazione arrivò al termine della stagione 1987 e sulla panchina dei rossoneri, c'era Fabio Capello, promosso capo allenatore dopo l'addio di Liedholm. Al termine del 1987 arriverà anche il Pallone d'Oro, vinto in rossonero, ma conquistato in realtà con le sue gesta in patria e con la Nazionale Olandese. Uno dei pochi casi nella storia del calcio europeo, di un calciatore capace di arrivare il trofeo più ambito singolarmente, senza trionfare in Europa, nè con il club, nè con l'Olanda, quello in realtà sta per arrivare. Dedica infine la vittoria del Pallone d'oro al leader sudafricano della lotta anti-apartheid Nelson Mandela. La stagione successiva sulla panchina del Milan giunge Arrigo Sacchi, il quale stravolge praticamente tutto, schierando inizialmente Gullit da ala destra e successivamente spostandolo dietro le punte, dove il "Tulipano Nero" lo ripaga con grandissime prestazioni nell’era d’oro dei rossoneri.

Emblematica è la prima stagione, dove va a segno nella prima partita ufficiale disputata con i rossoneri, un Milan - Bari di Coppa Italia terminato 5-0 con Gullit a segno per il poker parziale. Non segna molto in realtà, ma sono tutti gol decisivi ai fini della rimonta sul Napoli di Maradona. Dal 4-1 nello scontro diretto di San Siro, dove Gullit è l'uomo decisivo, al derby contro l'Inter di Trapattoni, per chiudere con il match vinto al San Paolo, che è valso di fatto il tricolore. Sono 9 i gol in totale su 29 presenze stagionali. La stagione 1987/1988 è anche quella che porta all'Europeo in Germania, con Gullit che trionferà con fascia di capitano sul braccio, per quello che è ad oggi è l'unico trofeo vinto nella storia della Nazionale olandese. Importante in questo senso è la classifica del Pallone d'Oro 1988, con Gullit secondo alle spalle del compagno Marco Van Basten, decisivo agli Europei con il super-gol all'ormai ex Unione Sovietica in Finale. Nazionale che lascerà definitivamente alla vigilia dei Mondiali del 1994.

 

 

"Penso che Gullit possa essere considerato il simbolo del mio Milan. Aveva una grande potenza dal punto di vista fisico e sapeva anche essere un punto di riferimento per i compagni. Quando partiva in progressione si portava via anche il vento. Era anche un donnaiolo: una volta rispose per le rime a Berlusconi, che aveva chiesto ai giocatori 30 giorni di astinenza prima della Finale di Coppa dei Campioni, dicendogli Dottore io con le palle piene non riesco a correre." (Cit. Arrigo Sacchi)

La stagione successiva 1988/1989 è quella della definitiva consacrazione, anche a livello di club. Se in Serie A il suo rendimento è di 5 gol su 19 partite disputate, è in Coppa dei Campioni che Ruud Gullit fa la sua vera differenza. Va a segno nella gara d'esordio con il Levski Sofia in trasferta, 0-2 per i rossoneri e nel 5-0 al Real Madrid in quel di San Siro, nella semifinale di ritorno, mentre al Camp Nou di Barcellona il Milan di Arrigo Sacchi, asfalta letteralmente la Steaua Bucarest vincendo la Coppa dei Campioni, con il 4-0 firmato da Gullit e Van Basten. Emblematico il gol del vantaggio rossonero, con staffilata del Tulipano Nero sul primo palo.

 

Alla sua prima Coppa dei Campioni, ne aggiungerà subito un'altra l'annata seguente, vinta sul Benfica all'Ernst Happel Stadion di Vienna, nell'unica apparizione stagionale di Gullit in europa, dopo una stagione vissuta interamente o quasi da infortunato, con sole 2 gare in Serie A (le ultime 2 giornate, mezz'ora nella fatal Verona, che consegnerà il tricolore al Napoli di Maradona e 90' con il Bari) e assistendo da spettatore alla vittoria dei rossoneri della Coppa Intercontinentale contro l'Atletico Nacional (1-0 ai supplementari) e della Supercoppa Europea vinta in doppia sfida contro il Barcellona. Sfortuna che di certo non lascia Gullit neanche al Mondiale in Italia, dove la sua Olanda viene eliminata agli Ottavi di Finale dalla Germania poi Campione del Mondo, in un match disputato a San Siro e condizionato dalle espulsioni di Voeller da un lato e Rijkaard dall'altro.

In chiusura la stagione 1990/1991 è l'ultima vissuta con Arrigo Sacchi in panchina e Gullit fa registrare 7 gol e un assist in 26 presenze in campionato, aggiungendo l'assist per il gol del vantaggio di Rijkaard nella Finale di Coppa Intercontinentale vinta contro l'Olimpia (la seconda consecutiva) e il gol nella doppia sfida di Supercoppa Europea vinta contro la Sampdoria di Vialli e Mancini (1-1 e 2-0). Proprio i blucerchiati diventeranno Campioni d'Italia a fine stagione, con Milan eliminato dalla Coppa dei Campioni dall'Olympique Marsiglia e fuori dalle coppe europee per l'anno successivo dopo la questione delle luci del Velodrome.

 

 

Ruud Gullit - Capello, altri Scudetti, la Sampdoria

Sulla panchina del Milan salirà dalla scrivania un certo Fabio Capello e i rossoneri vivranno la stagione 1991/1992 da assoluti dominatori, chiudendo senza sconfitte il campionato e ovviamente con il tricolore sul petto. Saranno 7 le reti di Ruud Gullit in Serie A, corredati da ben 9 assist (record in Italia). Scudetto che verrà mantenuto l'annata seguente, l'ultima totalmente al Milan, dove siglerà 7 gol su 15 presenze in Serie A con l'aggiunta di 4 assist, mentre saranno 4 i gol in Coppa Italia e 4 le apparizioni in Champions League, con l'Olimpia nel primo turno e con Psv Eindhoven e Porto nella fase a gironi. Al termine di quella stagione, vissuta anche con un rapporto non certo idilliaco con Fabio Capello si trasferisce alla Sampdoria e anche in bluerchiato, con un certo Vujadin Boskov in panchina sforna una stagione superlativa: "Gullit è come cervo che esce di foresta", queste le parole del tecnico serbo al suo arrivo.

Mette a segno 15 gol in 31 gare di Serie A e 2 in 10 gare di Coppa Italia, chiusa con il trionfo dei blucerchiati nella doppia Finale con l'Ancona, per quello che allo stato attuale è l'ultimo trofeo vinto dalla Sampdoria, insieme alla Supercoppa Italiana vinta all'inizio della stagione seguente (1994/1995), dove Gullit va si a segno ma in maglia rossonera (1-1 nei tempi regolamentari e supplementari, finale decisa ai rigori), essendo tornato al Milan. In rotta con il club rossonero, dopo 8 presenze e 3 gol, il 10 Novembre 1994 ritorna gratuitamente alla Sampdoria. In blucerchiato nell'ultimo anno da giocatore in Italia firmerà 9 gol su 21 gare in Serie A.

 

Ruud Gullit - il Chelsea, l'FA Cup, il ritiro

Si trasferisce al Chelsea il 31 Maggio del 1995. In Inghilterra arretra il suo raggio d'azione (praticamente nel corso della sua carriera ha giocato ovunque tranne che in porta) giocando nei blues da difensore centrale, saranno 4 i gol messi a segno nel primo anno in Premier League di cui 1 in FA Cup. L'anno seguente (1996/1997) diventa allenatore-giocatore del Chelsea, con i blues che nel frattempo avevano portato a Londra Roberto Di Matteo dalla Lazio e Gianluca Vialli, fresco Campione d'Europa con la Juventus. Nel doppio ruolo di player-manager dopo aver sostituito Glenn Hoddle. Le gare in campo a disposizione di Gullit sono in realtà sempre meno, arrivando a disputare 11 partite in Premier League, con un solo gol all'attivo rispettivamente al Tottenham, ma guidando il suo Chelsea alla conquista dell'FA Cup, nella Finale di Wembley contro il Middlesbrough di Fabrizio Ravanelli e Bryan Robson in panchina (2-0 con gol di Roberto Di Matteo e Eddie Newton su assist di Gianfranco Zola). L'ultima vera stagione sarà quella successiva 1997/1998 giocando solo 7 gare tra Premier League e la neonata Coppa di Lega.

 

 

Attaccati gli scarpini al chiodo, diventa capo-allenatore a tutti gli effetti ma i successivi incarichi, non ricalcano le premesse al Chelsea. Nella stagione 1998/1999 è sulla panchina del Newcastle portato fino alla Finale di FA Cup, ma nell'annata seguente rilascia le proprie dimissioni dopo un inizio di Premier League da incubo (con un punto in 5 partite). Entrerà nei ranghi della Federazione olandese prima come tecnico dell'Under 19, poi come vice di Dick Advocaat in due circostanze, la prima per gli Europei del 2004 in Portogallo, la seconda di recente ossia in vista dei Mondiali di Russia 2018, dove l'Olanda mancherà l'accesso cosi come l'Italia. Infine altre tre le esperienze a livello di club, al Feyenoord per una breve parentesi, in USA al LA Galaxy nel 2007/2008 e al Terek Groznyi, tutte terminate anzi-tempo.

 

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       Fabrizio Consalvi

 

C’è stato un tempo in cui la Nazionale della Colombia era considerata, da molti, la squadra più forte del mondo. Ad un disattento osservatore, questa affermazione potrà sembrare quasi bizzarra, ma così non è.

Il rapporto tra il calcio in Colombia e la malavita è stato sempre molto stretto, ma alla fine degli anni ottanta questo è diventato un abitudine, che ha permesso al football sudamericano di compiere un deciso passo in avanti. Fino a quel periodo, infatti, i migliori talenti colombiani giocavano poco in patria, giusto il tempo di emergere e poi via, venduti al miglior offerente, nello stesso Sudamerica o in Europa. Alla fine degli anni ottanta, però, qualcosa cambia. I signori della droga, per cosi dire, iniziano a commerciare anche nel football, è il loro divertimento, l’ennesimo modo per dimostrare la propria forza, con le buone o con le cattive. Il più celebre è senza dubbio Pablo Escobar, che entra prepotentemente nel calcio, ma non è il solo.

Cosa smuove l’entrata di questi personaggi? Dà la possibilità, alle squadre colombiane, di non dover essere costrette a vendere per poter giocare, ma di crescere in casa i propri talenti, di assicurarsi i migliori giocatori, di competere con tutte le migliori formazioni del Sudamerica, tra cui le brasiliane e le argentine, per la Coppa Libertadores, la nostra Coppa dei Campioni. E’ in questo clima che nasce il mito del Nacional di Medellin, che arriva nel 1989 a giocarsi la finale della Coppa Intercontinentale con il Milan di Arrigo Sacchi.

Vincono i rossoneri, ma a fatica, contro una formazione che ha un altro EscobarAndres, che diventerà tristemente famoso, in difesa. Lo stesso Sacchi si innamora di questo centrale e lo consiglia al Milan, che però decide di passare oltre. E’ in questo clima che la nazionale colombiana partecipa al Mondiale di Italia ’90, che sarà il prologo di un periodo nel quale la crescita dei sudamericani toccherà vette incredibili, fino alla kermesse americana del 1994.

In Italia la Colombia gioca un buon calcio, arriva perfino agli Ottavi di Finale dove uno sciagurato Renè Higuita, il portiere di quella squadra, regala pallone e qualificazione al Camerun di Roger Milla.

E’ in quel periodo, però, che inizia a prendere forma una squadra fantastica. Tra i giocatori spicca proprio Higuita, portiere abituato a giocare con i piedi, quasi un libero aggiunto ancora prima dell’inserimento della regola sul retropassaggio al portiere, c’è Andres Escobar in difesa, un giocatore di un’intelligenza calcistica sopraffina, in grado di comandare e tenere la difesa, mentre a centrocampo c’è il genio, il cervello, il giocatore in grado di trasformare ogni pallone in oro. Parliamo di Valderrama, il dieci foltocrinito, pronto a dare qualità al gioco della squadra di Maturana, un altro elemento di indiscusso valore.

Il Mondiale del 1990 è stato per molti anni, per la Colombia, la massima punta toccata nei campionati iridati prima del 2014 (Quarti di Finale), ma è stato soprattutto l’anteprima del grande girone di qualificazione ai Mondiali di Usa ’94, dove la Colombia, incredibilmente, partiva come grande favorita.

La squadra è affidata a Maturana, un uomo capace di cambiare il modo di giocare in Colombia, passando da una squadra che aspetta, difende e riparte, a una che vuole imporre il suo gioco, dominare la partita, far valere le qualità dei propri singoli. Nel gruppo sudamericano la Colombia fa il vuoto, ha una difesa quasi impenetrabile (due soli gol subiti nelle sei gare di qualificazione) e il miglior attacco con 13 reti messe a segno. Gioca una calcio divertente, spettacolare, batte l’Argentina all’andata ed arriva all’ultima gara del girone in lotta per il primo posto, proprio contro la formazione albiceleste guidata da Basile.

 

La formazione della Colombia contro l'Argentina nel 1993
La formazione della Colombia contro l'Argentina nel 1993

E’ questa la partita che segna un’epoca, che consegna questa Colombia alla storia del calcio moderno. E’ il 5 settembre del 1993, si gioca a Buenos Aires, al Monumental, la casa del River Plate. La Colombia desta una grande impressione, ha una squadra in grado di battere chiunque, dalla parte opposta l’Argentina, ancora orfana di Diego (tornerà solo nello spareggio con l’Australia), ma con Redondo e Simeone a centrocampo e Batistuta in attacco. Gli addetti ai lavori sanno che quella è una grande Colombia, tanto che l’intellettuale Osvaldo Soriano parla apertamente di un’Argentina che può vincere solo “se la tribuna ruggisce per novanta minuti, se Dio Nostro Signore accetterà di stare ancora una volta dalla nostra parte, se la Colombia sarà in giornata storta”.

I giocatori della selezione di Basile, invece, sono di tutt’altro avviso, come dice Oscar Ruggeri, perno difensivo: “Ho giocato due finali dei Mondiali, e non ho visto la Colombia dall’altra parte. Ho vinto due volte la Copa América, ed anche in quel caso non c’era la Colombia. Proprio non li capisco, i giornalisti. Hanno dato fin troppa importanza ad un buon gruppo che, però, non è uno squadrone“.

Il clima è freddo, freddissimo, nei primi quaranta minuti l’Argentina ci prova, la Colombia tiene, poi la svolta, quasi inevitabile. Dopo un contrasto tra Valencia e Borrelli il pallone arriva a Valderrama, all’altezza del centrocampo. La “testa” della Colombia vede l’inserimento di Rincon sulla destra, la freccia salta Altamirano e aggira Goycochea depositando in rete la palla dell’uno a zero. L’Argentina capisce che rischia grosso, la Colombia prende ancora più coraggio, e da qui in avanti si consuma il massacro. Rincon serve Asprilla, che è in una di quelle giornate in cui è semplicemente immarcabile. Finta su Borrelli e conclusione che beffa il portiere argentino, due a zero. Da qui in avanti  è accademia per la Colombia e un incubo senza fine per l’Argentina, su assist di Alvarez è ancora Rincon e trovare la porta per il terzo gol, poi Aprilla con un colpo da maestro firma il poker, poi a sei minuti dal termine “El pulpo”, come viene chiamato l’ex attaccante del Parma, trova Valencia per la manita.

Per l’Argentina è una delle sconfitte più umilianti della storia, per la Colombia la legittimazione internazionale. Gabriel Garcia Marquez, il premio Nobel colombiano, parla di una nazionale pronta a vincere, ed è dello stesso avviso Pelè, uno che di Mondiali se ne intende.

 

1993: ARGENTINA - COLOMBIA 0-5

 

E’ con queste premesse che la Colombia si presenta al Mondiale di Usa 94, con il ruolo di favorita, insieme al solito Brasile e alla Germania campione in carica. Il gruppo di qualificazione non è certo proibitivo, ma qualcosa va storto. Alla formazione di Maturana manca Higuita (che non c’era neanche contro l’Argentina), in carcere perché sospettato di aver fatto da mediatore in un rapimento, ma più probabilmente punito per la sua amicizia con Pablo Escobar, ucciso nel 1993.

L’esordio è contro la Romania di Georghe Hagi, una buona squadra ma non certo irresistibile. Si consuma, invece, una sconfitta bruciante. Raducioiu porta in vantaggio gli europei, Hagi raddoppia, la Colombia è sotto choc, prova a reagire con Valencia nel finale del primo tempo ma in chiusura, nonostante i tentativi, è ancora la Romania ad andare in gol sempre con Raducioiu per il 3-1 finale.

Una partenza inattesa, ma ancora tutto da giocare nelle due sfide che restano contro Usa e Svizzera. Gli americani sono il paese ospitante, ma di certo non una squadra in grado di far paura alla Colombia di Valencia, Valderrama, Asprilla e Rincon.

La Colombia a Usa '94

E’ il 23 giugno del 1994, e qui si consuma una pagina nera, che dieci giorni dopo diverrà ancora più tragica. Al 34’ del primo tempo, su un cross, Andres Escobar, probabilmente uno dei migliori giocatori del torneo, devia sfortunatamente nella propria porta il pallone che porta in vantaggio gli americani.  Ad inizio ripresa il raddoppio dei padroni di casa con Stewart, la squadra di Maturana sembra la lontana parente della formazione ammirata negli anni precedenti, ed a poco serve la rete di Valencia al novantesimo. Seconda sconfitta in due partite, e la Colombia è fuori dal mondiale. A poco servirà, se non per le statistiche, la vittoria per due a zero contro la Svizzera nella terza gara (gol di Gaviria e Lozano). La squadra di Maturana, data da molti come una delle favorite, è fuori dalla competizione, anche se la storia più triste si deve ancora consumare. Il 2 luglio del 1994, infatti, in un locale di Bogotà, Andres Escobar, il capitano e l’autore sfortunato di quell’autorete, viene assassinato con dei colpi di pistola fuori da un locale da alcuni narcotrafficanti, che gli rinfacciano di avergli fatto perdere un mucchio di soldo con quell’autorete nelle scommesse clandestine. E’ l’epilogo di una favola durata pochi anni, da quel momento in avanti la Colombia, pur continuando a far bene, non darà mai più la sensazione di poter entrare di diritto nell’Olimpo del calcio.

Con l’eliminazione dai Mondiali del 1994, e con l’assassinio di Andres Escobar, si chiude la pagina della Colombia più forte di sempre, quella in grado di far vergognare, gli argentini, di essere scesi in campo, quella in grado di entusiasmare tutti gli amanti del calcio, che nelle idee di Valderrama, nelle corse di Rincon e nei gol di Aprilla e Valencia, avevano visto gli sprazzi di un nuovo inizio per il calcio sudamericano, di una nuova compagine in grado di rompere l'egemonia di Brasile e Argentina. 

Alessandro Grandoni

Ma il 7 dello United, è davvero magico?

Questa è una storia che ha dei lati oscuri, fantastici, ma non sempre corrisponde alla realtà. Il numero sette del Manchester United, da qualche decennio, è contornato da un alone di magia, dovuta delle volte più alla suggestione che a fatti concreti, e che tralascia qualche flop che in realtà, di magico, ha avuto ben poco.

Per iniziare seriamente a parlare di questo rapporto dobbiamo infatti arrivare a George Best, forse il più grande giocatore inglese di sempre, che con il numero sette ha avuto si un rapporto, ma non sempre fedele come invece il grande pubblico è abituato a pensare.

Best era un talento puro, un giocatore d’attacco che raramente stazionava in una parte del campo, come amano invece fare i numeri sette di un tempo, definiti da sempre ala destra. Best, con lo United, ha giocatore con vari numeri, spesso con l’11, ma anche con il 10 e l’8.

Ma perché, allora, viene sempre raffigurato con il 7?

 

Perché con quel numero sulle spalle ha giocato le sue migliori partite, come nel ’66 quando al Da Luz contro il Benfica di Eusebio incanta in un 5-1 esterno, oppure nel 1968, quando trascina lo United alla sua prima vittoria europea. Segna nella semifinale d’andata con il Real, su rigore, all’incrocio, fa due assist nella sfida di ritorno, a Madrid, con lo United che rimonta da 3-1 a 3-3, ed è ancora decisivo nella finalissima contro il Benfica, a Wembley, quando ruba palla a un difensore e appoggia in rete per il 2-1, lo United poi ne fa altri due ed arriva la prima Coppa dei Campioni.

 

George Best con la maglia dello United
George Best con la maglia dello United

Da quel momento Best, per tutti, è il numero sette dello United, diventa un’icona mondiale, come avverrà anche ad altri due numeri 7 dei red devils. Best non giocherà tantissimo nello United, se ne andrà a 28 anni, ma la sua magia rimarrà inalterata per sempre. Quel sette che diventa magico, nel 1981 assume un altro contorno, grazie a Bryan Robson.  Decisamente diverso da Best, uomo squadra, capitano, ha portato lo United da periodo buio alla gloria, vincendo 3 Fa Cup, 2 Premier League, 1 Coppa delle Coppe e una Supercoppa Europea. Giocatore di altissimo spessore, mancino, incarnava lo spirito di quella squadra che, in patria, aveva a che fare con una corazzata come il Liverpool, che ha dovuto poi aspettare fino ai giorni nostri per nuova gloria in patria.

 

Bryan Robson con la maglia del Manchester United
Bryan Robson con la maglia del Manchester United

Un 7 che è passato dall’anarchico, personaggio da copertina, al capitano capace di farsi carico della sua squadra.

Da qui in avanti, però, si arriva al calcio totale, globalizzato, dove il dello United diventa per tutti un’icona. Serve però un francese, un colletto, e qualche sregolatezza. I numeri di maglia, da qui in avanti, diventano fissi per i giocatori, si assegnano all’inizio della stagione e hanno il cognome scritto sopra. Da qui in avanti, chi sceglie il 7, lo fa per tutta la stagione, forse per tutta la carriera.

Allo United arriva Eric Cantona, e ha un impatto devastante sul campionato inglese e sul Manchester. Ha vinto 4 campionati, tranne quello del suo famoso calcio volante ad un tifoso, è stato l’uomo giusto al momento giusto, ha incarnato lo spirito dei tifosi, è stato rivestito di un alone magico. Non era probabilmente il miglior calciatore di quel momento, ma è stato forse il più decisivo. Quando decideva di scendere in campo, di giocare, spostava le partite, il suo colletto alzato è diventato un modello, ed ancora oggi nell’immaginario dei tifosi dello United quel francese riveste un ruolo incredibile.

 

Eric Cantona con la maglia numero 7 del Manchester United
Eric Cantona con la maglia numero 7 del Manchester United

Prendere l’eredità di quel numero sette non era semplice, serviva un qualcosa di particolare.

Nel 1996, quando Cantona si appresta a giocare la sua ultima stagione, David Beckham si fa scoprire. Segna gol impensabili, accarezza il pallone con il suo piede destro, non incarna la forza di Cantona, né l’anarchia di Best, è un qualcosa di diverso, come è diverso da Robson. Dopo una stagione giocata con il 10, sceglie il numero 7 lasciando la sua a Sheringham. Beckham diventa un’icona, il primo giocatore davvero mediatico a livello mondiale, complice anche la sua storia con una delle Spyce Girls, disegna traiettorie incredibili con il suo piede destro, soprattutto su punizione, ma anche in campo, da qualsiasi zona del terreno verde.

Ed ‘ lui ad avere la numero 7 la sera in cui lo United di Sir Alex, in tre minuti, ribalta la finale con il Bayern Monaco e porta a casa un’altra Coppa dei Campioni, frutto di due gol arrivati sugli sviluppi di due calci d’angolo battuti dal suo piede destro.

 

David Beckham con la maglia del Manchester United
David Beckham con la maglia del Manchester United

C’è chi sceglie la 7, come Cantona o Beckham, e a chi la 7 viene data, come un'investitura. E’ il 2003, e un giovane portoghese di nome Cristiano Ronaldo arriva a Manchester da Lisbona. Sir Alex sa che quello diventerà un campione. Al momento della scelta lui chiede la 28, la sua maglia preferita, ma il tecnico ha un’idea diversa. Gli fa prendere la 7, è sua, e saprà valorizzarla, portarla ad un livello addirittura successivo. Il suo modo di giocare è dribbling, irriverenza, colpi di classe, colpi di tacco, gol incredibili, magie e cross. Gioca sulla fascia in quello United, ma con il passare del tempo diventa un attaccante a tutto tondo.

Fa la storia, si porta a casa una Champions anche se, in quella serata, nel 2008, sbaglia dal dischetto, ma poco importa. Se ne va dallo United dopo sei stagioni e 84 gol in 196 partite, contribuisce al mistero e alla magia di quel numero 7.

 

Cristiano Ronaldo con la maglia numero 7 del Manchester United
Cristiano Ronaldo con la maglia numero 7 del Manchester United

Continuare però, quel filone, dopo Cantona, Beckham e Ronaldo, non è semplice, e infatti da quel momento quella maglia non riesce più a trovare un padrone degno di questo nome.

Ci prova Michael Owen, il ragazzo prodigio di Liverpool, che arriva allo United ma che non incide, fa spesso panchina, è a fine carriera e non onora, al meglio, quell’investitura. Dopo di lui, però, non va meglio, perché nel 2012-13 l’idea malsana è di affidarla ad Antonio Valencia, equadoregno, che fino a quel momento gioca con la n. 25. Mai scelta fu più sbagliata, tanto è che tornerà alla sua vecchia maglia, onde evitare di continuare a disonorare quel vessillo. Nei tempi più recenti non va meglio, ci si prova con Angel Di Maria, argentino di qualità, che non lascia il segno, così come Alexis Sanchez, spedito in prestito all’Inter in cerca della sua identità. Ora sono passati undici anni da quando quel numero sette ha rappresentato, per l’ultima volta, una magia con Cristiano Ronaldo. Un alone fantastico che sembra aver perso quella sua suggestione, che pesa forse troppo sulle spalle di chi non è un predestinato.

In attesa di scoprire se un giorno, quella maglia, tornerà ad essere magica, possiamo solo consolarci ripensando a chi l’ha indossata in modi tanto diversi, da Best e Robson, dal francese Cantona, allo Spyce Boy Beckham, fino a Cristiano Ronaldo, che l’ha fatta sua, la fatta evolvere in un qualcosa di difficilmente eguagliabile, e forse è proprio questo il problema di quella maglia, perché trovare qualcuno in grado di elevarla ancora, sembra essere un’impresa impossibile.

Alessandro Grandoni

Paul John Gascoigne, uno dei giocatori più talentuosi degli anni novanta, ma altrettanto sempre vittima delle sue debolezze, del suo bisogno di non sentirsi mai solo. Ha sempre avuto due facce, Gazza, quella del talento cristallino, del giocatore capace di infiammare il pubblico con una giocata, e quella del ragazzo bisognoso di affetto, di sentirsi parte di qualcosa, amato.

Gascoigne nasce a Gateshead il 27 Maggio del 1967, da una famiglia umile, dal padre John, manovale, e dalla mamma Carol, operaia in fabbrica. Il suo nome deriva dall’amore per Paul McCartney e John Lennon, cresce in una famiglia costretta a sacrificarsi per sostenersi, perché Gazza ha altri tre fratelli, un maschio e due femmine, e perché il padre, John, inizia a soffrire presto di crisi epilettiche. Paul è indubbiamente il più bizzarro della famiglia, fin da piccolo, ma comincia presto ad accusare il contesto in cui è costretto a vivere, finendo in terapia già a 10 anni per alcuni disturbi ossessivi e qualche tic di troppo.

All’età di 15 anni, poi, sviluppa un’ossessione per le slot machine, dove si gioca tutti i soldi che raccimola, oltre a rendersi protagonista di episodi non proprio educativi per le strade della sua città. Divertente, paffutello, è però anche il miglior giocatore di calcio del posto, e questa è la sua unica salvezza perché, alla sua età, ha già assistito alla morte, da vicino, di due persone, e questo non potrà non contare nello sviluppo della sua complicata personalità. Il primo è un amico del fratello, investito mentre erano insieme, l’altro, un suo compagno di squadre, coinvolto in un incidente mentre lavorava per lo zio di Gazza. Due episodi che manderebbero fuori di testa chiunque, e lui non è da meno.

Ha solo una cosa che lo può salvare, il calcio. Dopo esser stato notato per il suo grande talento, a sedici anni entra a far parte del Newcastle United, in un posto dove l’amore per il calcio è simile a quello per la birra e l’alcool, due aspetti che faranno, purtroppo, sempre parte della vita di Paul.

 

Paul Gascoigne - Newcastle United

Che si tratti di un talento purissimo non ci sono dubbi, ma anche di un ragazzo che vive sempre al limite, all’eccesso, che fatica a controllarsi con il cibo e con l’alcool, che è sempre sopra le righe, in campo e fuori, forse perché è l’unico modo che conosce per non dover pensare.  Ha classe, e questo lo porta giovanissimo a far parte della prima squadra che lo divide con la nostra Primavera. Il manager del Newcastle, Jack Charlton, sa che è un cavallo purissimo, ma sa anche che va gestito, accompagnato, controllato, perché per perderlo basta un attimo.

Nel 1985, a diciotto anni, non ha ancora esordito in Premier ma vince il suo primo trofeo, la FA Youth Cup, con il Newcastle che in finale affronta il Watford. L’andata finisce zero a zero, il ritorno in casa del Watford è decisivo, e Gascoigne decide di prendersi la coppa. Termina quattro a uno per il Newcastle, lui ne fa due, uno di testa e uno, come disse Jack Charlton, è un gol che “se sei fortunato, riesci a vedere dal vivo una volta nella vita”. Un partita che non pone più dubbi sulla sua ascesa, Gazza è pronto per il grande calcio, e inizia a far parte stabilmente della prima squadra. In campo è un talento, ma è anche il giocatore, giovane, che non fa altro che scherzare, organizzare prese in giro ai compagni, anche ai più esperti, e questo non sempre è apprezzato. In campo inizia a giocare ma anche gli avversari non sempre lo accolgono a braccia aperte, come appare palese con Vinnie Jones, centrocampista gallese del Wimbledon, che il 6 febbraio 1988, a Plough Lane, si rende protagonista di un gesto che viene immortalato in una delle foto più iconiche della carriera di Paul Gascoigne.

 

Paul Gascoigne e Vinnie Jones durante Newcastle - Wimbledon e poi venti anni dopo
Paul Gascoigne e Vinnie Jones durante Newcastle - Wimbledon e poi venti anni dopo

 

Lui accetta la sfida, e a fine gara di tutta risposta fa recapitare nello spogliatoio del Wimbledon un mazzo di rose per l’avversario. Gazza è cosi, prendere o lasciare. Dal 1985 al 1988, con il Newcastle, gioca uno splendido calcio, riporta in alto la squadra, con un gioco fatto di dribbling, colpi di genio, serpentine e gol. Saranno 21 le reti in 92 gare in tre stagioni in First Division (che a breve prenderà il nome di Premier), il nome di Gascoigne finisce sul taccuino delle maggiori squadre inglesi, il Newcastle è in difficoltà economica, e la sua cessione è la logica conseguenza. Tra i manager che vogliono Gazza è anche Alex Ferguson, non ancora Sir, che è convinto di volerlo per il suo United. In realtà Ferguson strappa anche la promessa al giovane, prima di andarsene in vacanza, ma Gazza qualche giorno dopo sceglie il Tottenham, che gli offre 1500 sterline a settimana e con 2 milioni e 200.000 sterline al Newcastle si accaparra quella che sembra la stella nascente del calcio inglese. Ferguson, negli anni seguenti, più volte racconterà questo episodio e sottolineerà come quello sia stato il più grande errore di Paul, ma prove sul fatto che a Manchester, qualcuno riuscisse a contenere i suoi eccessi, non ce ne sono. Perché è quello il problema di Paul, non il campo, dove in pratica fa quel che vuole. E’ troppo più forte, troppo più astuto, ha una tecnica che gli permette tutto, ma anche un fisico che lo sorregge. Non è un peso piuma, combatte sempre con gli eccessi anche sul cibo, ma ha una stazza nella parte superiore del corpo che gli permette di resistere a qualsiasi contrasto. Nel 1988, Gascoigne, passa quindi al Tottenham, a Londra, nella capitale.

 

Tributo a Paul Gascoigne

L’impatto non è dei più agevoli, e l’esordio arriva proprio sul campo del Newcastle, che non ha gradito la sua partenza. La settimana seguente, però, nel derby con l’Arsenal, segna il primo gol con la maglia degli Spurs, con una scarpa sola, perché l’altra l’aveva persa in un contrasto, da quel momento diventa un idolo anche qui. La sua prima stagione si chiude con 32 presenze e 6 gol, è un beniamino, anche se fuori dal campo i suoi problemi con l’alcool iniziano a diventare sempre più evidenti, è lontano da casa, e questo non aiuta. All’inizio di quella stagione, il 14 Settembre 1988, fa anche il suo esordio nella nazionale inglese, sempre a Londra, contro la Danimarca, giocando quasi tutta la partita. Il tecnico della selezione è Bobby Robson, che ha in testa di farne un titolare inamovibile della squadra che, due anni dopo, dovrà cercare di vincere il Mondiale in Italia, nel 1990.

 

Paul Gascoigne - Tutti i Gol con la maglia dell'Inghilterra

Con il Tottenham continua ad incantare, realizzando sei gol anche nella sua seconda stagione, dove fa coppia con Gary Lineker, il centravanti della nazionale inglese. Ai Mondiali Gazza ci va, non si può non portarlo nonostante qualche eccesso, e quello sarà probabilmente il punto più alto della carriera di Paul John Gascoigne. E’ uno dei punti forti, dei giovani dell’Inghilterra, con lui ci sono Waddle e Platt, mentre in avanti è il suo compagno Lineker a tenere in piedi la baracca. Il ritiro, le partite, è il periodo migliore per Gazza, sempre insieme ai suoi compagni, mai solo. Nasce la sua stella, tutto il mondo di accorge di lui, della sua fantasia, del suo estro, ma anche delle sue debolezze, perché oltre ai dribbling ed ai passaggi illuminanti, negli occhi di molti rimane il Gascoigne che piange in campo, a partita in corso, nella semifinale con la Germania, quando rimedia un giallo che gli avrebbe precluso l’eventuale finale (la Germania vincerà ai rigori), ripetuto a fine gara per l'eliminazione.

 

Paul Gascoigne in lacrime dopo Inghilterra - Germania del 1990, in Italia
Paul Gascoigne in lacrime dopo Inghilterra - Germania del 1990, in Italia

 

E’ quello il periodo migliore, a cui segue una stagione, nel 1990-91, di altissimo livello. E’ il fulcro del Tottenham, gioca e diverte, è un beniamino, trascina la squadra sia in campionato dove realizza 7 gol in 26 partite, sia in Coppa, dove con 6 reti in 5 partite contribuisce in maniera determinante per il raggiungimento della finale.

Gazza è sulla bocca di tutti, ma anche le sue bizze, ma c’è una squadra in Italia che vuole puntare su di lui, che vuole qualcuno che la faccia conoscere nel mondo. La Lazio, ancora del presidente Calleri, riesce a strappare al Tottenham la promessa della vendita del giocatore, con la squadra inglese in difficoltà economiche. L’accordo è fatto, ma c’è da chiudere la stagione, e Gazza la vuole chiudere al meglio.

Scende in campo nella finale di Coppa contro il Nottingham Forest, ma è nervoso. Dopo qualche minuto entra in scivolata nella trequarti difensiva in maniera scellerata, rimane a terra, dolorante. Prova a rialzarsi, non vuole arrendersi, va a comporre la barriera sulla punizione che segnerà il gol del Nottingham di Pearce, poi stramazza al suolo. Viene portato via in barella, si è rotto il legamento crociato del ginocchio, dovrà stare fuori mesi e sarà tutto da vedere se riuscirà a tornare quello di prima. E’ un periodo difficile per un uomo che ha sempre avuto nel calcio, nella possibilità di essere il beniamino di tanti, la sua salvezza. La Lazio confermerà, nonostante l’infortunio, il suo acquisto, con Sergio Cragnotti che subentra a Calleri.

Gascoigne arriva a Roma nel 1992, un anno dopo il suo terribile infortunio, ma questa è un’altra storia…

Alessandro Grandoni

E’ una delle partite più iconiche degli anni novanta, per noi italiani. E’ una gara che sarebbe potuta passare alla storia come una delle più grandi disfatte di sempre, e invece resta nell’imaginario di tutti come quella della rinascita, della resistenza, della fatica e della resurrezione del Divin Codino, che da lì in avanti ci portò, in un viaggio di prima classe, fino alla finale di Pasadena.

Il 5 Luglio del 1994 va in scena la sfida, ai Mondiali di Usa 94, tra Italia e Nigeria. Si gioca a Boston, e le due squadre arrivano a quella partita in momenti decisamente diversi. Gli azzurri sono guidati da Arrigo Sacchi, l’uomo chiamato a far giocare la nazionale in maniera spettacolare, come il suo Milan degli olandesi. L’Italia ha dei talenti, ma anche qualche problemino da risolvere. La fase a gironi, infatti, è stata tutt’altro che da ricordare. All’esordio, contro l’Eire, l’Italia è stata annichilita, si è presentata in avanti con la coppia Baggio – Signori, ma ha perso per 1-0. La seconda sfida rimane alla storia, più per una sostituzione che per la bellezza di quanto visto. Dopo una ventina di minuti azzurri in dieci per l’espulsione di Pagliuca. Sacchi a questo punto decide la cosa che nessun italiano avrebbe deciso. Fuori Baggio, per far entrare Marchegiani, portiere di riserva, e tutto il mondo, compreso il Divin Codino, pensa “Questo è impazzito”.

Nella ripresa sarà Dino Baggio a risolvere la contesa, dandoci tre punti vitali. Nella terza e decisiva gara, con il Messico, l’Italia che in avanti prova la carta Massaro, non va oltre il pari, uno a uno, ma per la regola che premia le migliori terze è un punto che ci basta per andare agli Ottavi. Di fronte la Nigeria, non una squadra africana tutto muscoli e cuore, ma una formazione con giocatori di buon livello, che sanno correre e anche pensare, ci sono Amokachi, Amuniche, Finidi sulla corsia esterna, Oliseh a far filtro in mezzo al campo e Okocha a inventare calcio a centrocampo. Non sarà una passeggiata.

Non lo sarà soprattutto perché, l’Italia, non ha ancora trovato il suo pupillo. Roby Baggio, il giocatore più atteso e pallone d’oro nel 1993, non ha ancora segnato, è diventato protagonista più per una sostituzione che per ciò che ha fatto in campo, ma è l’unico che ci può portare avanti. Troppo caldo, troppa umidità per poter ammirare il gioco voluto da Sacchi, serve necessariamente qualche colpo di genio, che solo lui può dare.

L’Italia che si presenta a quella sfida gioca con Marchegiani in porta (Pagliuca è ancora squalificato), in difesa ci sono sulle corsie esterne Benarrivo e Mussi, mentre al centro a far coppia con Costacurta c’è Maldini, spostato li per sostituire Franco Baresi, che nella seconda gara del girone si è rotto il menisco e tornerà, miracolosamente per la finale. A centrocampo ci sono Donadoni, anche con compiti di regia, e Beppe Signori sugli esterni (con il capocannoniere degli ultimi due campionati che solo cosi trova spazio), in mezzo Albertini e dare geometrie e Berti per gli inserimenti, davanti c’è Baggio con Massaro, confermato. La Nigeria imbavaglia gli azzurri, che tuttavia nel primo tempo giocano anche meglio degli avversari, senza segnare. Il caldo si fa sentire, l’Italia non è brillante, e questa non è una novità. Al minuto numero ventisei, poi, sugli sviluppi di un angolo, Maldini ha qualche incertezza di troppo, come tutta la difesa, e Amunike ne approfitta per fare l’uno a zero con cui si va al riposo.

 

Usa '94: Italia - Nigeria 2-1 dts

 

 

L’incubo si sta materializzando, una nuova Corea è all’orizzonte, ed ha la maglia verde. L’Italia, in qualche modo, prova ad andare avanti ma sbatte sempre contro il muro degli africani, bravi e anche ordinati. Sacchi non vede la luce, e allora prova ad affidarsi ad un altro fantasista, Gianfranco Zola, che entra nel giorno del suo ventottesimo compleanno. Fuori Signori, e non Baggio, perché se qualcosa può succedere sarà solo per un’invenzione. Passano pochi minuti e Zola, nel tentativo di riprendere un pallone, va a contrasto con un difensore, l’arbitro fischia un fallo che, forse, neanche ci sta. Sembra finita li ma Brizio Carter decide di entrare tra i protagonisti e tira fuori, al sardo, il rosso diretto. Zola si getta a terra, sconsolato, in ginocchio, con le braccia conserte, in una posa forse mai vista su un campo di calcio, una posa che descrive lo sconforto di quella nazionale e di quel giocatore. Sotto di un gol, in dieci contro undici, forse si possono già iniziare a fare i bagagli. Lo pensano tutti, ma ci sperano tutti, perché non può finire cosi.

 

Zola a Usa 94 dopo l'espulsione con la Nigeria
Zola a Usa 94 dopo l'espulsione con la Nigeria

Si v avanti a stento fino al minuto ottantotto. Mussi, uno dei fedelissimi di Sacchi, entra in area, potrebbe tirare ma decide che non sarà lui a fare l’ultimo tentativo, quello spetta a lui, all’uomo che tutti aspettano, a Roberto Baggio. Palla all’indietro, e Roby capisce che quello è il momento di fare la storia, carica il destro e colpisce di piatto, con la precisione e l’eleganza che solo i grandi campioni possono avere, il pallone si infila tra due giocatori ed entra all’angolino, con Rufai battuto. E’ il gol dell’uno a uno, della liberazione, della resurrezione dell’unico uomo che ci può portare avanti. Si va così ai supplementari. L’Italia rischia, con Yekini vicino al gol in una paio di occasioni, poi al minuto numero centodue la nuova invenzione. Benarrivo ha palla sulla sinistra al limite dell’area, anziché passare la palla la lascia li, e corre in avanti, Baggio la prende e con un pallonetto delizioso mette la sfera nell’unico punto in cui Benarrivo l’aspetta, il difensore del Parma rallenta, viene toccato da dietro e va giù. E’ calcio di rigore, anche Brizio Carter non può non darlo.

Dal dischetto va ancora lui, Baggio. Interno destro, la palla tocca il palo interno ed entra con Rufai spiazzato. E’ il 2-1, quello che con le unghie e con i denti porteremo avanti fino alla fine e che ci consentirà di arrivare, trascinati da un nuovo Roberto Baggio, fino alla finalissima con il Brasile, che purtroppo resterà negli occhi di tutto il mondo per l’errore, del Divin Codino, dagli undici metri.

Il Mondiale americano non ci porterà allori, ma ha consegnato alla storia quel numero dieci, che mai come allora è stato capace di unire tutti gli italiani. Italia batte Nigeria due a uno, cosi decise Roby Baggio.

Alessandro Grandoni

Poteva e doveva essere un crack, alla fine è stato ricordato più per essere quello con la testa rasata ed il compagno di Ronaldo al Barcellona che altro. Parliamo di Ivan De La Pena, uno dei maggiori talenti della seconda metà degli anni novanta, trasformatosi in un peso per le squadre che hanno provato a dargli fiducia. “Il Piccolo Buddha”, come veniva definito, è un ragazzo prodigio, nasce il 6 maggio del 1976 e cresce nel settore giovanile del Racing Santander. Le sue qualità tecniche, quelle indiscusse, vengono viste dal Barcellona che non s fa scappare l’affare e lo porta in maglia blaugrana. A diciannove anni, con Johan Cruijff allenatore, nel 1995, arriva il debutto in prima squadra nella sfida con il Valladolid e, come accade spesso ai predestinati, nella stessa partita arriva anche il primo gol.

Per quel Barcellona non è una grandissima stagione, chiudono al terzo posto dietro Atletico Madrid e Valencia, ma si gettano le basi per la squadra che verrà. Inizia a far parte stabilmente delle formazioni giovanili spagnole e nel 1996 ottiene il secondo posto all’Europeo Under 21. La stagione 1996-97, però, resta quella della consacrazione, della sua esplosione a livello mondiale e, purtroppo, resterà anche la migliore della sua carriera, nonostante questa sia ancora agli inizi. C’è Robson in panchina, e il Barcellona in attacco, oltre a Stoichkov e Luis Figo, ha appena preso un “Fenomeno” che risponde al nome di Ronaldo. Dopo una stagione da debuttante De La Pena si guadagna un posto da titolare in un centrocampo che prevede anche la presenza di Pep Guardiola in cabina di regia.

 

 

E’ il suo anno magico, il Barcellona gioca alla grande, e lui è il centrocampista che ispira ogni azione offensiva, capace di dialogare con Ronaldo e mandarlo spesso in gol. Ronaldo segna, lui fa gli assist, e sembra essere il preludio ad una carriera da grandissimo giocatore. Quel Barcellona ottiene il secondo posto alle spalle del Real Madrid, Ronaldo fa le valigie destinazione Inter, e lui rimane ancora un anno, ma non sarà la scelta migliore. Nonostante le ottime prestazioni, però, la Nazionale non lo prende in considerazione, finita infatti l’esperienza giovanile, De La Pena non viene mai convocato ma le sue gesta non rimangono inosservate. Al Barcellona arriva Van Gaal, che vede poco il centrocampista spagnolo, spesso relegato in panchina nel 1997-98. In Italia c’è una squadra, la Lazio, che dopo aver inseguito invano Ronaldo, è pronta ad investire per arrivare allo scudetto. I biancocelesti vogliono un centrocampista di qualità da inserire nel loro centrocampo, ancora privo di Veron che arriverà solo nel 1999, e nell’estate del 1998 Sergio Cragnotti si fionda sul talento del Barcellona. Una trattativa non facile, con i catalani che vogliono per forza inserire anche il difensore Fernando Couto, ex Parma, nell’affare. La Lazio alla fine ci sta, prendendosi anche il portoghese che, alla fine, si rivelerà un acquisto quanto mai prezioso e più azzeccato dello spagnolo. Lo spagnolo arriva a Roma fuori forma, nell’ultima stagione Van Gaal lo relega spesso in panchina, ma lui è convinto di potersi riprendere.

De La Pena con la maglia della Lazio
De La Pena con la maglia della Lazio

 

De La Pena arriva alla Lazio, in Italia, ed è pronto per dimostrare il suo valore. Viene inserito da Eriksson, che dichiarerà poi di non aver voluto De La Pena in quanto non gli serviva, in un centrocampo che prevede Conceicao a destra, Nedved a sinistra, ed Almeyda a far da scudo al fantasista spagnolo. Le basi per poter far bene ci sono tutte. Dopo la conquista, da titolare, della Supercoppa Italiana in casa della Juventus, arriva il debutto in campionato sul campo del Piacenza. De La Pena gioca anche discretamente e colpisce una traversa dopo una gran traversata a un tiro da fuori, ma quella resterà probabilmente una, se non l’unica, giocata degna di nota della stagione. Lo spagnolo, arrivato per la cifra di 30 miliardi e con un ingaggio da 6 miliardi a stagione (cifra quasi fosse in quel momento), fatica ad ambientarsi.

Sembra avulso dal gioco, la Lazio fatica perché contemporaneamente deve fare a meno degli infortunati Nesta e Vieri, serve maggiore sostanza e ben presto De La Pena perde la maglia da titolare, a favore prima di Stankovic e poi di Roberto Mancini, che in un Bologna – Lazio viene reinventato da Eriksson centrale di centrocampo per ovviare alle mancanze del regista spagnolo. Da qui al termine della stagione per De La Pena c’è solo la panchina con alcuni ingressi nel secondo tempo, qualche gara da titolare in Coppa delle Coppe contro formazioni di secondo piano, fino alla conclusione dell’annata. La Lazio sfiora lo scudetto, vinto dal Milan di Zaccheroni, vince la Coppa delle Coppe in finale con il Mallorca, ma tracce dello spagnolo neanche a parlarne.

 

 

I biancocelesti continuano ad investire, a centrocampo arrivano anche Veron e Simeone, ed in estate si consuma l’addio prematuro dal calcio italiano. La Lazio, pur di disfarsi del Piccolo Buddha, lo spedisce in prestito in Francia, all’Olympique Marsiglia, nella speranza di non veder depauperato un grande investimento.

Dopo le misere 14 presenze con la maglia della Lazio, di cui solo 4 da titolare, ne arrivano 12 con i francesi. Lo spagnolo sembra in caduta libera e, complice la necessità dei biancocelesti di piazzarlo altrove e recuperare almeno una parte dell’ingaggio, si prova la carta della Spagna. Torna infatti al Barcellona, dove la sua stella era nata, nel 2000-2001, ma non è più l’idolo di casa, scende in campo solo 9 volte, chiaramente non da titolare, e peggio va l’anno successivo, quando torna alla Lazio e in un campionato, il 2001-2002, con Zoff e Zaccheroni in panchina, vede il manto verde una sola volta. Nell’estate del 2002 prova l’ultima carta, l’Espanyol. Sarà probabilmente la miglior scelta possibile, perché da li in avanti non si muoverà più. Con la maglia biancazzurra torna ad avere un po’ di continuità anche se di lui non si parla più in termini entusiastici. De La Pena ha ventisei anni, ma non viene mai più considerato un grande giocatore.


De La Pena con la maglia dell'Espanyol
De La Pena con la maglia dell'Espanyol

Nel 2005 riesce, finalmente, anche a vestire la maglia della Nazionale, debuttando in uno Spagna San Marino e vedendo il campo in altre due occasioni per un totale di 3 presenze e nessuna rete. Con l’Espanyol, però, riesce a trovare la sua dimensione, non sempre protagonista, non sempre titolare, ma un giocatore della rosa tanto che colleziona, dal 2002 al 2001, 156 presenze e otto retiDue di queste, però, restano alla storia. Nel 2008-09 si gioca infatti Espanyol – Barcellona, e De La Pena, per una notte, si ricorda di essere il giocatore che tutto il mondo voleva. Segna una doppietta, di cui una rete di testa, lui che un gigante non è, al Barca di Leo Messi, l’Espanyol vince 2-1 e quella resterà per sempre la migliore gara della sua carriera, che termina nel 2011.

 

 

Una carriera, la sua, che poteva essere e non è stata, un giocatore che tecnicamente veniva accostato ai più grandi ma che, con l’avanzare del tempo, ha regalato più delusioni che soddisfazioni. Il Piccolo Buddha, alla fine degli anni novanta, veniva indicata da tutti come uno dei migliori centrocampisti in circolazione, ma chi ha investito su di lui si è trovato  a dover fare i conti con un talento che, a ventidue anni, sembrava aver già dato, al calcio, la sua parte migliore. Di lui, purtroppo, ci si ricorda ancora per essere l’assist man di Ronaldo a Barcellona, nel 1997, e per essere quello arrivato insieme a Couto alla Lazio. Non certo un grande lascito.

Alessandro Grandoni

Al via gli ottavi di finale di Champions League con le prime 4 partite del turno che si giocheranno tra martedì 16 e mercoledì 17 febbraio. Tra le 3 italiane, solo la Juventus sarà impegnata in questa tornata, il 17 contro il Porto, mentre Lazio e Atalanta giocheranno rispettivamente martedì 23 contro il temutissimo Bayern Monaco e mercoledì 24 contro il Real Madrid.

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Riconquistare l’Europa che conta è da oltre due decenni l’ossessione della Vecchia Signora che quest’anno sta trascurando il campionato (dopo averne vinti nove di fila è comprensibile) per risparmiare ogni energia per la coppa. L’ultima di Serie A è stata amara (1-0 del Napoli su rigore), chissà che la testa non fosse già altrove, non è da Ronaldo e co. lasciare a zero il tabellino né risparmiarsi. In ogni caso, mercoledì non si potrà tirare il freno a mano o controllare un eventuale risultato di vantaggio: il Porto ha una buonissima difesa in casa ed è molto difficile da battere, come dimostra l’unica sconfitta subita in 25 gare. Starà a Morata, capocannoniere per i bianconeri in Champions, indirizzare la partita il più in fretta possibile, tanto per non ripetere le ultime sfortunate esperienze in Portogallo tra cui il 2-1 contro il Benfica nel 2014. La Juventus resta favorita, ma allargarsi all’ottimismo è vietato.

Senza nulla togliere alle altre due partite di questa metà degli ottavi (Lipsia - Liverpool e Siviglia - Borussia Dortmund), l’altra partita di cartellone che farà saltare sulla sedia gli appassionati è Barcellona - Paris Saint Germaine, in programma alle 21 di martedì 16 febbraio. Gli scommettitori premiano il campo, prevedendo una vittoria più probabile per gli spagnoli e noi tutti ricordiamo il fantascientifico 6 -1 nella gara di ritorno degli ottavi di Champions del 2017 a favore dei blaugrana, dopo aver perso all’andata per 4 - 0 a Parigi. Sono passati 4 anni e gli equilibri sono cambiati. Il Barcellona resta formidabile in attacco ma non è più la squadra spumeggiante di qualche anno fa e quest’anno peseranno le voci del possibile, anzi probabile, approdo della Pulce alla corte del PSG.

Né gli spagnoli né i francesi stanno facendo faville in campionato e i primi si sono fatti scippare il comando del girone di Champions proprio dalla Juventus che è riuscita a sconfiggerlo per 3- 0 in casa aggiudicandosi in extremis il primo posto e un sorteggio più agevole contro il Porto. Nel PSG peserà l’assenza del grande ex Neymar e quella probabile di Di Maria. Messi e Mbappé promettono comunque sfracelli. I parigini non hanno mai vinto al Camp Nou, nonostante i pronostici avversi, potrebbe essere la volta buona.

 

Tra le incredibili storie presenti nel campionato di calcio italiano, un posto particolare, anche se in negativo, merita senza dubbio la stagione 1992-93 della Fiorentina. Un’annata incredibile, per molti versi, per una squadra che era partita con grandi obiettivi e che, a fine stagione, sarà costretta a scendere in Serie B dopo 54 anni di gloriosa partecipazione al massimo campionato.

Parliamo di una squadra che viene da campionati discreti e che può già vantare alle sue dipendenze Gabriel Omar Batistuta, l’argentino deve ancora esplodere completamente ma è già il padrone assoluto dell’attacco viola. A questi si aggiungono i difensori Carnasciali e Luppi, i centrocampisti Di Mauro (dalla Roma), Brian Laudrup Stefan Effemberg, mentre in avanti i viola puntano su Ciccio Baiano, protagonista del Foggia di Zeman.

 

La squadra della Fiorentina nel 1992-93
La squadra della Fiorentina nel 1992-93

 

I presupposti per una grande Fiorentina ci sono tutti, in panchina c’è Gigi Radice, non certo l’ultimo arrivato, e l’avvio è da grande squadra.  Dopo un buon pari in casa della Lazio con doppietta di Batistuta e la goleada interna con l’Ancona (7-1), la Fiorentina ferma sul pari l’Inter a San Siro (2-2) ma crolla in casa contro il Milan di Capello che si impone per 7-3. E’ la gara che inizia a far scricchiolare il rapporto tra il tecnico e la presidenza, non nella figura di Mario Cecchi Gori, ma del figlio Vittorio, che inizia ad avere voce in capitolo in ogni decisione. I viola però sono ancora una formazione in grado di riprendersi, e nel giro di due settimane mettono insieme due vittorie con Pescara e Sampdoria con 6 gol all’attivo e zero al passivo.

I viola alternano grandi momenti a piccole cadute, ma riescono a superare in casa la Roma per due a uno con le reti di Iachini e Orlando e la Juventus per 2-0 con la firma di Laudrup (fratello più giovane del talento ammirato in Italia con le maglie di Lazio e proprio Juventus). La Fiorentina pareggia anche a Parma per uno a uno e alla tredicesima giornata è seconda in campionato, alle spalle del solo Milan inarrivabile di Capello e degli olandesi.

Serie A 1992-93: Fiorentina - Juventus 2-0 - VIDEO

 

Il 3 Gennaio del 1993, però, accade l’incredibile. La Fiorentina, pur dominando, perde in casa contro l’Atalanta, la rivelazione del campionato allenata da Marcello Lippi, che passa per uno a zero con il gol di Carlo Perrone. Il dopo partita è acceso, il confronto tra Radice e Vittorio Cecchi Gori è infuocato, si discute di come la squadra gioca, di come attacca senza pensare a difendere, di assetto difensivo, con il patron che vuole una difesa più all’italiana e meno improntata alla zona. Alla fine la decisione lascia tutti di stucco: esonero per Radice, che lascia la formazione al sesto posto, e panchina affidata ad Aldo Agroppi.

 

Serie A 1992-93: Fiorentina - Atalanta 0-1 - VIDEO

 

Una decisione che spiazza anche la squadra, che non si riprenderà mai. La Fiorentina entra in una crisi da cui sarà impossibile uscire, la settimana seguente prende addirittura quattro gol fuori casa con l’Udinese (tripletta di Branca e gol di Abel Balbo), pareggia in casa con il Toro e perde a Foggia contro la squadra di Zeman per uno a zero. Termina così il girone di andata, e bisognerà attendere addirittura il 14 marzo per rivedere i viola vincere una partita.

Il girone di ritorno si apre con il pari a Genoa, poi sconfitta in casa con la Lazio che passa con i gol di Signori e Fuser, e debacle sul campo dell’Ancona, ultimo della classe. In sette giorni con le milanesi raccoglie solo un punto, prima della vittoria casalinga contro il Pescara, che sembra regalare una piccola boccata d’ossigeno grazie alle reti del centrocampista tedesco Effemberg e del solito Batistuta.

 

Effemberg e Laudrup con la maglia della Fiorentina
Effemberg e Laudrup con la maglia della Fiorentina

Il giocattolo, però, si è rotto da tempo. La squadra di Agroppi gioca male, a volte è sfortunata, ma non ha più fiducia in se stessa, sembra finita in un vicolo cieco dal quale è impossibile uscire. Quando sembra pronta per tornare a spiccare il volo, come due settimane dopo quando batte il Cagliari in casa per due a uno, ripiomba in una lenta agonia. Quella con i sardi sarà l’unica vittoria per un bel po’ di tempo. Da lì in poi tre pareggi consecutivi prima della caduta in casa della Juve e dell’Atalanta ed ancora i pareggi con Udinese e Torino. Proprio dopo la sconfitta con i bianconeri la Fiorentina, nel tentativo di salvare il salvabile, affida la panchina al duo composto da Chiarugi e Antognoni. Neanche due bandiere, però, riescono nell’impresa di riprendere in mano il gruppo. I pareggi che seguono aprono le porte ad un’ultima giornata drammatica.

 

Serie A 1992-93: Fiorentina - Foggia 6-2 - VIDEO

 

La Fiorentina ospita il Foggia, mentre l’Udinese che si gioca la salvezza insieme al Brescia, va in casa della Roma. I viola giocano, finalmente, una partita degna, attaccano e segnano e alla fine vincono per 6-2, ma è il risultato dell’Olimpico a condannarli. L’Udinese, infatti, riesce a strappare alla Roma un pareggio 1-1, su cui si discuterà a lungo anche per un gol clamoroso fallito da Carnevale, prossimo attaccante bianconero. Dopo la rete iniziale di Hassler, a dieci dalla fine arriva il pareggio di Desideri. Per la Fiorentina è il peggior risultato possibile. Brescia e Udinese vanno allo spareggio (con i bianconeri che vinceranno per 3-1), la Fiorentina è condannata alla Serie B.

Una crisi iniziata con l’esonero di Radice e terminata nel peggiore dei modi, nonostante le 16 reti di Batistuta e le 10 di Baiano a fine torneo. Mario Cecchi Gori, che chiede scusa ai tifosi, morirà a novembre, senza poter rivedere la sua Fiorentina in Serie A, una formazione viola che però si riprenderà presto e che tornerà subito in A con Claudio Ranieri in panchina e le stelle Batistuta, Baiano e Effemberg in campo.

Vittorio Cecchi Gori imparò la lezione, da lì in poi costruì, con merito, una Fiorentina di nuovo in grado di lottare per l’Europa.  

Alessandro Grandoni

Tra i giocatori che hanno infiammato il pubblico italiano negli anni novanta e che hanno scalpore c’è sicuramente Thomas Doll, il tedesco arrivato alla Lazio nell’estate del 1991. Quello che si è poi rivelato un grande allenatore, è stato in realtà anche un grandissimo giocatore che, come accaduto a molti, non ha raccolto quanto poteva viste le qualità tecniche e fisiche del suo gioco. Qualche pausa di troppo, qualche scelta sbagliata, qualche voce infamante nei suoi confronti hanno giocato un ruolo.

Thomas Doll nasce a Malchin il 9 Aprile del 1966, nella Repubblica Democratica Tedesca. Parliamo di storia, parliamo di quella Germania sotto l’egida dell’URSS. La vita li per un ragazzo non è semplice, e Thomas vede nel calcio l’unico modo per emergere. E’ un giovanissimo centrocampista di talento, e la sua carriera inizia nell’Hansa Rostock, una delle squadre più giovani di quel paese, nata nel 1965. Nel 1984 fa il suo esordio nel massimo campionato, a 18 anni. L’avvio della sua carriera non nasce nel segno dei gol, ne mette a segno solo 4 in 47 partite nei primi due anni da professionista, ma le sue doti non passano inosservate.

 

Thomas Doll con la maglia della Lazio

 

Nel 1986 passa infatti alla Dinamo Berlino, Doll cambia anche posizione passando a giocare da centrocampista avanzato, a ridosso delle punte, e la differenza è notevole. Gioca in una squadra che lotta sempre per vincere, porta a casa due scudetti e realizza 39 reti in 99 partite. Diventa un perno anche della Nazionale del suo paese, la DDR, che però fatica ad emergere a livello mondiale. Sono però gli anni in cui spariscono le divisioni, nel 1989 cade il muro di Berlino, e per Doll c’è la possibilità di farsi ammirare anche fuori dai propri confini. Nell’estate del 1990, quando la Germania Ovest conquista il Mondiale in Italia, Doll passa all’Amburgo, dove disputa il suo primo campionato in Bundesliga. Dopo aver realizzato 7 gol con la maglia della Germania Est, a Marzo del 1991 per Doll arriva il momento della prima chiamata con la riunita nazionale tedesca, anche se dovrà attendere il 5 giugno di quell’anno per fare il suo esordio in un Galles – Germania 1-0 valevole per le qualificazioni a Euro 1992. Con l’Amburgo lo score non è dei migliori, ma questo basta per attirare l’interesse di molte squadre fuori confine.

E’ in questo frangente che la carriera di Thomas Doll, tedesco glaciale, si intreccia con quella di un inglese guascone che risponde al nome di Paul Gascoigne. La Lazio, società emergente, ha già in mano l’asso inglese protagonista con la sua Inghilterra ad Italia ’90, ma il centrocampista si rompe il crociato nella finale di Coppa. La Lazio, con il ds Regalia in primo piano, deve correre in fretta ai ripari, in attesa della guarigione di Gazza. E’ ancora la Lazio di Calleri, lo sarà per poco, ma la società biancoceleste decide di puntare forte sul biondo centrocampista tedesco e lo porta a casa per la cifra di 13 miliardi, un record per la Lazio di allora.

Doll arriva in una squadra in rampa di lancio, con Zoff in panchina, e con un trio di stranieri composto, oltre che da lui, dal connazionale Riedle e dall’uruguagio Ruben Sosa.

Ad Ascoli, in un 4-1 esterno, mette la firma sul suo primo gol italiano. La prima stagione in Italia è di tutto rispetto, 31 presenze e sette gol in campionato, a cui si aggiunge una rete in Coppa Italia. Doll è la stella indiscussa del centrocampo laziale, ottimo finalizzatore con un gran tiro da fuori, e splendido assist man. Qualcuno gli rimprovera di sparire in alcuni frangenti del gioco, ma il suo talento da qualità al gioco laziale. La formazione di Zoff, tuttavia, non è ancora pronta per spiccare il volo, la Lazio staziona a metà classifica, ma arriva Sergio Cragnotti. Una miriade di nuovi arrivi, tra cui anche Gascoigne. Cambia la regola sugli stranieri, ora se ne possono tesserare quattro ma in campo ne vanno tre, e Zoff non fa a meno di lui neanche di fronte all’arrivo dell’inglese. Ridisegna la squadra mettendo fuori Riedle, puntando in avanti su Signori, e inserendo a centrocampo Doll, Gascoigne e Winter, oltre a Fuser.

 

Lazio - Fiorentina 2-2: l'incredibile gol di Thomas Doll

Il tedesco, d’altronde, è anche un punto fermo della nazionale, con cui partecipa agli Europei del 1992 dove si classifica secondo. La stagione 1992-93, però, sarà anche l’ultima di Doll da big. Il girone di andata è da applausi, come quello della Lazio, ma nel ritorno Zoff torna a puntare in avanti su Riedle, Gascoigne e Winter crescono, e il tedesco è il sacrificato, tanto è che alla fine saranno solo 20 le presenze con due gol.

Doll e le accuse di essere un infiltrato della STASI

Il periodo laziale di Doll, però, è condito anche da una storia che gli rimarrà addosso per sempre: l’accusa di essere un membro infiltrato della STASI, la polizia della Germania Est. Sono le accuse che gli rivolge un calciatore dell'Hannover, Jorge Kretzschmar, che afferma che lui insieme ai compagni di squadra Thom e Rohde, fosse degli stretti collaboratori della terribile polizia della Germania Est (con il compito di denunciare quegli atleti che palesassero la volontà di scappa a Ovest). Doll rispedisce le accuse al mittente: “Non so chi stia conducendo questa campagna contro di me e contro i miei amici Thom e Rohde. Sono pulito, non ho mai avuto contatti con nessuno, sono a posto con la mia coscienza. Ho sempre giocato al calcio, quello che ho me lo sono conquistato con il lavoro. Adesso che ho fatto strada, gioco nel miglior campionato del mondo, ecco che spunta fuori all'improvviso uno che conosco appena e con il quale ho giocato tanti anni fa e che mi accusa ingiustamente, inventando un sacco di storie tentando di distruggere la mia carriera". 

 

Thomas Doll con la maglia della lazio

 

Le accuse, poi, non avranno seguito, Doll è pulito, ma questa nomea lo accompagnerà ancora a lungo.

La sua esperienza alla Lazio volge al termine, a gennaio del 1994 fa le valigie e va all’Eintracht di Francoforte, dopo aver perso anche la Nazionale (ultima gara a Marzo 1993). Qui inizia la parabola discendente di Doll come giocatore. In una stagione e mezzo mette insieme 22 presenze e due reti, e prova a tornare in Italia, con la maglia del Bari, in Serie B. 44 gare e 4 reti, non lascia il segno, contribuisce alla promozione dei pugliesi, ma decide di tornare in patria, all’Amburgo, dove resta tre stagioni chiuse con 41 presenze e nessuna rete, prima di dare l’addio al calcio nel 2001. Di lì a poco inizia la carriera di allenatore con alcuni picchi rappresentati dalle esperienze con Amburgo e Borussia Dortmund, prima di iniziare a vagabondare per l’Europa.

Finale di carriera a parte, Thomas Doll è stato indubbiamente uno dei centrocampisti più talentuosi della sua generazione, contribuendo in casa Lazio ad una crescita che avrebbe poi portato i biancocelesti sul tetto d’Italia.

Doll, inoltre, è stato il primo giocatore della ex DDR ad arrivare in Italia, precedendo di qualche stagione Mathias Sammer.

Alessandro Grandoni

E’ la stagione dei blucerchiati, probabilmente l’ultimo scudetto vinto da una formazione non abituata a farlo e non partita con i favori del pronostico nel campionato italiano.

La Samp di quegli anni non è una sprovveduta, è una formazione che ha fatto la gavetta portando a casa diverse coppe, tra cui spicca la Coppa delle Coppe del 1990. Il campionato, però, è anche quello del dopo mondiale, una competizione che non ha certo sorriso ai campioni doriani, con Mancini mai preso in considerazione e Vialli che ha patito l’esplosione di Schillaci, con un Mondiale fatto di delusioni e infortuni.

In panchina c’è sempre lui, Vujadin Boskov, che ha preso la squadra qualche anno prima e che ora sembra essere il vero padrone di questa squadra, l’uomo capace di mettere insieme e far amalgamare un gruppo fatto di campioni e di comprimari disposti a sacrificarsi l’uno per l’altro.

 

Sampdoria 1990-91: la Campagna Acquisti

 

Il mercato non è di quelli scoppiettanti, ma la società del compianto Paolo Mantovani, padre, pesca quello che serve. A centrocampo arriva il russo Oleskij Mychailycenko mentre in attacco, per dare il cambio ai gemelli del gol, c’è Marco Branca. Arriva anche l’esterno Ivano Bonetti, dal Bologna, mentre dalla formazione Primavera viene aggregato Dall’Igna, diciassettenne.

Il quadro in cui si inserisce questa Sampdoria vede diverse formazioni accreditate per la conquista del titolo. C’è il Napoli campione in carica di Maradona, reduce dalla delusione di Italia 90, con la coppia formata da Diego e Careca in avanti ed il giovanissimo Zola, c’è il Milan campione d’Europa con il trio degli olandesi, l’Inter di Trapattoni che parla il tedesco con Matthaus, Brehme e Klinsmann, e la rinnovata Juventus affidata a Maifredi, con la coppia della nazionale Baggio – Schillaci in avanti, ed i giovani Casiraghi e Di Canio pronti a dar manforte. Più indietro la Roma di Ottavio Bianchi.

 

Boskov disegna la sua squadra con un consueto 4-4-2, in porta c’è il giovane e futuro portiere della Nazionale Gianluca Pagliuca, in difesa Mannini e Vierchowood sono i due marcatori con Lanna nel ruolo di libero e Katanec sulla sinistra, a centrocampo Fausto Pari e Mychajlycenko sono i costruttori di gioco con il velocissimo Attilio Lombardo a destra e l’esperto Dossena a sinistra, mentre in avanti Vialli e Mancini sono i leader indiscussi della squadra. Tra i protagonisti ci sono anche Invernizzi, che siglerà la rete alla prima giornata contro il Cesena, il neo arrivati Bonetti e Branca, il difensore Luca Pellegrini e Toninho Cerezo, che scenderà in campo solo in 12 occasioni ma che segnerà la rete che darà probabilmente il via alla corsa scudetto doriana.

 

Sampdoria 1990-91: il cammino in campionato

 

La Samp parte bene, con qualche buona vittoria e un paio di pareggi di troppo, ma è alla settima giornata che la squadra di Boskov fa capire a tutti che quest’anno fa sul serio. A San Siro, contro il Milan, arriva il colpaccio, firmato Toninho Cerezo con il sorpasso ai rossoneri. E’ la gara della svolta, quella che da la consapevolezza ai doriani di poterci stare in questa lotta scudetto, magari approfittando dell’annata di transizione di molte formazioni.

 

Stagione 1990-91: Milan - Sampdoria 0-1 (Video)

 

Il Milan, persa la sfida, cede anche nel derby con l’Inter, mentre il Napoli di Maradona viaggia, clamorosamente, tra la zona retrocessione e la metà classifica. La Samp viaggia con il vento in poppa, Vince e convince, strapazza il Pisa e cala un poker sensazionale in casa del Napoli con le doppiette di Vialli, completamente ristabilitosi dagli infortuni, e Mancini. Il viaggio verso il tricolore, però, subisce un brusco stop  il 25 novembre del 1990, quando nel derby di Genova a sorridere sono i rossoblù di Osvaldo Bagnoli. E’ una sconfitta che lascia il segno, perché la Samp, pur rimanendo sempre in vetta insieme all’Inter, allenta un po’ il passo da qui fino alla fine del girone di andata.

Sono mesi difficili, conditi però dalla vittoria casalinga sull’Inter che sembra chiudere il periodo nero doriano. Il 30 dicembre i blucerchiati lasciano l’anno con un 3-1 convincente firmato, ancora una volta, dall’estro di Vialli (doppietta) e Mancini, e a poco serve l’acuto nerazzurro di Nicola Berti.

 

Stagione 1990-91: Sampdoria - Inter 3-1 (Video)

 

Sembra la rinascita, ma prima di chiudere l’andata la Samp cade, rovinosamente, altre due volte. Il 6 gennaio, in casa, sconfitta contro il Torino che passa con la doppietta di Bresciani (1-2), mentre la settimana seguente, a Lecce, ci pensa una rete di Pasculli a fermare i doriani (1-0). Il pareggio per uno a uno all’ultima giornata d’andata contro la Lazio, con il vantaggio di Vialli e il pareggio di Ruben Sosa, non permette alla formazione di Boskov di festeggiare il titolo di campione d’inverno, che va all’Inter di Trapattoni con due lunghezze di vantaggio. L’inizio del girone di ritorno della Sampdoria, però, spazza via ogni dubbio.

Cinque vittorie nelle prime cinque giornate, battendo nell’ordine Cesena, Fiorentina, Bologna, Juventus e Parma senza subire alcuna rete, un cammino praticamente perfetto che rimette, i doriani, in cima ai candidati per la conquista dello scudetto. Il girone di ritorno, che incoronerà la Samp, è soprattutto la parte del campionato dove i doriani non lasciano scampo a nessuna delle altre big. Il 10 marzo è il turno del Milan di Arrigo Sacchi, piegato per due a zero dalle reti di Vialli e Mancini mentre il 24 dello stesso mese è un altro poker, ancora al Napoli, a far parlare doriano il campionato italiano. Ancora un 4-1, stavolta con le reti di Cerezo, Vialli (2) e Lombardo con Maradona che sigla il gol della bandiera ospite. Sarà, però, anche l’ultima grande sfida giocata da Diego in Italia, perché di li a poco risulterà positivo alla cocaina, prendendosi una squalifica di 15 mesi che lo farà emigrare in Spagna, dove giocherà con il Siviglia.

La cavalcata della Samp prosegue, il derby di ritorno si chiude sullo zero a zero con la Samp che batte anche Roma e Bari e si presenta il 5 maggio 1991, a San Siro, in piena forma alla partita scudetto. C’è l’Inter di Trapattoni e dei tedeschi ad attendere i blucerchiati, il Milan è indietro con la Juventus di Maifredi in netta difficoltà (a fine torneo arriverà settimana, fuori dall’Europa). Boskov si affida ai suoi fedelissimi, con Cerezo in mezzo al campo al posto del sovietico e Invernizzi e Pellegrini in difesa. L’Inter tiene, prova il colpaccio, ma questa Samp è troppo forte e solida, passa in vantaggio con Dossena nella ripresa e raddoppia con Vialli nel finale.

 

Stagione 1990-91: Inter - Sampdoria 0-2 (Video)

 

E’ la vittoria che, di fatto, consegna virtualmente lo scudetto alla Samp, anche se per la matematica c’è ancora da attendere. Il pareggio sul campo del Torino rallenta momentaneamente la corsa della truppa di Boskov che però, il 19 Maggio 1991, in casa contro il Lecce, può festeggiare. Serve una vittoria per la matematica conquista del titolo, è la penultima giornata. I salentini non oppongono una grandissima resistenza, bastano solo due minuti alla Samp per incanalare lo scudetto, ci pensa Cerezo a siglare l’uno a zero, raddoppia Mannini al 13’ e Vialli sigilla il tre a zero al 29’. In mezz’ora la Samp chiude la pratica, vince la partita e riesce nella straordinaria impresa di vincere il primo, e unico, scudetto della sua storia.

 

Stagione 1990-91: Sampdoria - Lecce 3-0 (Video)

 

Rimarrà un tricolore storico, probabilmente l’ultimo di un calcio romantico dove anche una formazione che non rientra tra le big del torneo, riesce nell’impresa di battere tutti.

E’ una squadra che rimarrà nella storia doriana e in quella del campionato italiano. Sarà il successo di Vialli e Mancini, di Vujadin Boskov e del presidente Paolo Mantovani, che se ne andrà dopo pochi anni.

La Samp 1990-91 è una squadra che fa sognare, e che farà divertire anche nella stagione seguente, quando i doriani si lanceranno all’assalto della Coppa dei Campioni, ma questa è un’altra storia…

Alessandro Grandoni

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