Luglio 28, 2021

Alessandro Grandoni

Trent'anni, scritto in lettere perchè in fin dei conti fa più effetto. Specialmente per un club abituato a primeggiare e vincere. Come una maledizione in rosso che sta per finire, basta contare i giorni ormai, per il 19° titolo di Campione d'Inghilterra che sta per arrivare ad Anfield Road e per capirci meglio, sulla portata dell'evento, è il 1° da quando esiste la Premier League. Una specie d'incantesimo che Jurgen Klopp e la sua squadra stanno per interrompere, dopo una Champions League presa lo scorso anno dando spettacolo e ridisegnando le priorità sul modo di stare in campo, una linea portata avanti a forza di pressing alto, ripartenze fulminee e il talento di Firmino e Momo Salah giusto per citarne alcuni.

Il Liverpool Campione d'Inghilterra, che sia mercoledi con il Crystal Palace, giovedi con Chelsea - Manchester City (per la matematica ai reds serve vincere e attendere un risultato positivo dei blues, contro i citizens di Guardiola), oppure attendere direttamente giovedi 2 Luglio, quando i reds andranno a far visita e in quel caso a prendersi lo "Scudetto" all'Etihad Stadium, strappandolo dalle maglie celesti del Manchester City. Un titolo, che attraversa in sostanza un'epoca storica di calcio d'oltremanica, perchè per arrivare all'ultimo trionfo in patria bisogna scomodare diversi libri di storia. Un altro mondo, con le squadre inglesi fuori dalle coppe, una riforma appena iniziata e che avrebbe portato anni dopo a definire la Premier League come il miglior torneo al mondo, sicuramente il più ricco. 

Iniziamo il nostro viaggio allora, partendo dall'avvio del decennio d'oro del Liverpool e inesorabilmente arriviamo a parlare anche della nostra storia (perchè Roma e Juventus entrano di diritto nel racconto), parliamo degli interi anni '80 ovviamente, prima della nascita della Premier League, quando il campionato inglese si chiamava ancora "First Division" e gli hooligans facevano paura per davvero. Prima del Manchester United di Ferguson e del sorpasso (i Red Devils sono a quota 20), prima delle battaglie di Benitez con Mourinho e dei cinque trofei in una stagione di Michael Owen e compagni. Prima di trent'anni senza un Liverpool Campione d'Inghilterra.

Il Liverpool di Bob Paisley - il primo ciclo dei reds

                             

Partiamo dalla stagione 1975-1976, l'alba di 15 anni che portano il Liverpool sul tetto del mondo. Seguiranno 10 titoli d'Inghilterra, 4 Coppe dei Campioni, 3 FA Cup e 4 Coppe di Lega. Sono i reds di Clemence e McDonnel in porta, McLaughlin, Phil Neal e Joey Jones. In tre non ci sono più passati a miglior vita, come Tommy Smith, Emlyn Hughes (il Capitano) e Brian Hall. Altri sono ormai degli immortali, come ovviamente Kevin Keegan, John Toshack, l'allenatore era Bob Paisley. Il Liverpool in quella stagione vince campionato e Coppa Uefa (in Finale con il Bruges). Di seguito il big-match contro il Manchester United.

LIVERPOOL - MANCHESTER UNITED 3-1 (stagione 1975-1976)

 

Dal double campionato - Coppa Uefa della stagione precedente, passiamo alla Coppa dei Campioni 1976-1977, dove il Liverpool si laurea per la prima volta Campione d'Europa e dove in patria, coglie il 10° titolo della sua storia. Allo Stadio Olimpico di Roma va in scena l'ultimo atto della Coppa dei Campioni, con il successo per 3-1 dei reds sul Borussia Moenchengladbach di Udo Lattek in panchina, Berti Vogts e Jupp Heynckes in campo. Le reti sono di McDermott, Smith e Neal.

LIVERPOOL - BORUSSIA M. 3-1 (Finale Coppa dei Campioni 1976-1977)

 

 

Non è finita perchè i reds di Bob Paisley conquisteranno ben 3 Coppe dei Campioni in 5 anni, allungando il tempo alla Finale sempre a Roma del 1984, sono ben 5 in 8 anni, con 6 Finali in 9 stagioni. Di seguito il video dell'ultimo atto della "Champions" 1977-1978, è di nuovo Liverpool - Bruges, ma stavolta per il trofeo più importante, come due anni prima in Coppa Uefa vincono i reds, che giocano in casa in quel di Wembley. 1-0 con gol decisivo di Dalglish, sulla squadra di Ernst Happel.

Liverpool che non si ripeterà però in campionato, battuto dal Nottingham Forest di Brian Clough e Peter Taylor, che nei due anni successivi vinceranno anche due Coppe dei Campioni (portando a 5 trionfi inglesi consecutivi, 6 con l'Aston Villa '81-'82, 7 in 8 anni totali), ma questa è davvero un'altra storia.

LIVERPOOL - BRUGES 1-0 (Finale Coppa dei Campioni 1977-1978)

 

Il Liverpool torna Campione d'Inghilterra nel 1978-1979, non c'è più Kevin Keegan, ma c'è Graham Souness, con Dalglish a firmare 21 gol stagionali in campionato. Diverso è il percorso in Coppa dei Campioni, dove ancora il Nottingham Forest è sulla strada dei reds e li elimina nel doppio derby del primo turno (2-0 firmato Birtles e Barrett e 0-0 ad Anfield)

LIVERPOOL - DERBY COUNTY 5-0 (stagione 1978-1979)

 

Liverpool che chiude il primo ciclo in Coppa dei Campioni, vincendo la sua 3° nella stagione 1980-1981. Nella Finale giocata a Parigi, decide Alan Kennedy, nell'1-0 inflitto al Real Madrid allenato da un certo Vujadin Boskov. Per la cronaca, si tratta della seconda e ultima Finale di Coppa dei Campioni alias Champions League persa dal Real nella sua storia. La prima fù contro la Grande Inter nel 1964.

LIVERPOOL - REAL MADRID 1-0 (Finale Coppa dei Campioni 1980-1981)

 

Il Liverpool di Kenny Dalglish - ascesa e caduta dei reds

L'ultima Coppa dei Campioni vinta dal Liverpool con questa denominazione, è ovviamente quella del 1983-1984, per la successiva bisogna arrivare al 2005, i reds di Benitez e la rimonta culminata ai rigori contro il Milan. C'è sempre una squadra italiana comunque in mezzo ed è la Roma di Nils Liedholm. Il Liverpool è Campione d'Inghilterra da tre stagioni consecutive (1981-1982, 1982-1983 e 1983-1984), dove in quell'anno ha aggiunto anche una Coppa di Lega.

Lo sviluppo di quella Finale lo conosciamo ormai tutti, i gol di Neal per i reds e di Pruzzo per la Roma. Ai calci di rigore allo Stadio Olimpico, trionfano gli ospiti, con le realizzazioni di Neal, Souness, Rush e Kennedy, mentre per la Roma sbagliano dal dischetto Bruno Conti e Ciccio Graziani. In porta c'è Grobbelaar. E' il primo e unico trionfo europeo da allenatore per Joe Fagan, che aveva appena preso il posto a Bob Paisley e che lascerà subito dopo a Kenny Dalglish, che diventa uno dei primi casi, di allenatore-giocatore.

LIVERPOOL - ROMA 5-3 dtr (1-1) (Finale Coppa dei Campioni 1983-1984)

 

L'ultima Finale di Coppa dei Campioni di una squadra inglese fino a Manchester United - Bayern Monaco del 1999Liverpool - Juventus disputata allo Stade du Heysel (oggi Stade Roi Baudouin) di Bruxelles, è soprattutto la storia di quel che è accaduto prima della gara. Il risultato 0-1 con gol di Platini funge solamente da cronaca sportiva. Le due squadre si incontrarono anche nel Gennaio 1985 per la Supercoppa Europea, vinta dai bianconeri. I provvedimenti che ne seguirono furono l'esclusione delle squadre inglesi a tempo indeterminato dalle Coppe europee. Provvedimento che venne applicato fino al 1990.

LIVERPOOL - JUVENTUS (IL DISASTRO DELL'HEYSEL) (risultato della gara 0-1)

 

Torniamo a parlare di calcio giocato, perchè nella stagione 1987-1988 il Liverpool vince il suo penultimo titolo d'Inghilterra in ordine cronologico. Il 17° per l'esattezza. In panchina c'è sempre Kenny Dalglish, allenatore-giocatore dei reds. Il capocannoniere è John Aldridge con 26 gol stagionali in First Division, in sostituzione del partente Ian Rush (è stata l'unica stagione alla Juventus) che l'anno dopo torna subito alla base.

ARSENAL - LIVERPOOL 1-2 (stagione 1987-1988)

 

LIVERPOOL - NOTTINGHAM FOREST 5-0 (stagione 1987-1988)

 

I due video di cui sopra, sono stati messi ovviamente in maniera apposita. All'Arsenal ci arriveremo tra poco, perchè porta con se certamente la faccia più bella, rappresentata in un Film che è ormai storia ed immaginario collettivo pressochè globale. Facendo un piccolo passo indietro bisogna però parlare prima appunto di un altro "Liverpool - Nottingham Forest" ed è il match valevole per la semifinale dell'FA Cup sempre della stagione 1988-1989. Per una perfetta documentazione di quanto accaduto nella Strage di Hillsborough, rimandiamo ad un apposita pagina ad essa dedicata. Cosi come al Rapporto Taylor che ne scaturì.

STRAGE DI HILLSBOROUGH (Liverpool - N. Forest, FA Cup Semifinale 1989)

 

Da una delle pagine più nere della storia del calcio inglese, insieme all'incendio di Bradford passiamo alla parte decisamente più bella, romantica e passionale di questo sport. Perchè sempre nella stagione 1988-1989, il Liverpool di Dalglish perde il titolo di Campione d'Inghilterra. Contro c'è l'Arsenal di coach George GrahamTony Adams è il Capitano, Alan Smith il capocannoniere e Michael Thomas, l'eroe di Anfield. Meglio della descrizione c'è ovviamente Febbre a 90° (Fever Pitch), tratto dall'omonimo romanzo di Nick Hornby e interpretato da un magnifico Colin Firth.

 

 

 

 


Chiudiamo il nostro lungo racconto, ben 15 anni di storia calcistica inglese, italiana ed europea nel suo complesso, con l'ultimo titolo d'Inghilterra targato Liverpool. E' la stagione 1989-1990, dove decisivi sono anche John Aldridge, Ronny Rosenthal e Glenn Hysen. Segni particolari, è la penultima edizione del campionato inglese vecchio modello, l'anno successivo 1990-1991 trionferà di nuovo l'Arsenal, mentre nel Febbraio del 1992 le 22 (poi 20) società affiliate alla Football League, daranno il via alla Premier League cosi come la conosciamo oggi.

LIVERPOOL CAMPIONE D'INGHILTERRA 1989-1990

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       Fabrizio Consalvi

Nella nostra storia sulla prima vita di Paul Gascoigne, lo avevamo lasciato, infortunato, dopo la finale di Fa Cup tra Tottenham e Nottingham Forest. La Lazio di Calleri prima e di Cragnotti poi, lo avevano indicato come l'uomo della svolta. Nonostante i problemi fisici, la Lazio non si tirò indietro, e questo fu sempre riconosciuto da Gascoigne. Per la cifra record per l’epoca di 8,5 milioni di sterline, i biancocelesti si accaparrarono quello che, a tutti gli effetti, sembrava un vero crack di mercato. Era il giocatore di maggior talento dell’Inghilterra, ed era anche un personaggio, uno capace di far parlare sempre di se.

 

Paul Gascoigne arriva alla Lazio: estate 1992

 

La gente lo amava ancora prima di vederlo all’opera, al suo arrivo a Roma migliaia di persone lo accolsero a Fiumicino, segno tangibile dell’amore incondizionato che la gente laziale aveva deciso di riservargli.

 

 

Gazza tornava quindi in Italia, nel paese dove aveva vissuto il suo miglior momento calcistico, quel mondiale che lo aveva visto protagonista e che lo aveva fatto conoscere al mondo intero. I postumi dell’infortunio, però, erano ancora presenti, nonostante un anno di stop, infatti, a Gazza servì qualche settimana in più per rimettersi in paro con i compagni, e l’esordio avvenne in una notte di settembre, quando venne organizzata un’amichevole contro il suo Tottenham all’Olimpico. Pochi minuti di gioco ed arriva il gol, proprio di Gazza, sotto misura, la corsa sotto la curva, la gioia ritrovata. Paul è tornato, e ora la sua avventura può davvero iniziare. Il gol e la voglia di vederlo in campo spinse il tecnico dell’epoca, Dino Zoff, a buttarlo nella mischia nella sfida casalinga contro il Genoa, terminata zero a zero. Qualche lampo di classe ma anche apprensione, per una botta al ginocchio poi rivelatasi di poco conto. Gazza resta in campo un tempo, ma da quel giorno si prende la Lazio. La settimana seguente è ancora titolare, contro il Parma, duetta con Signori e la Lazio vince 5-2. La forma dell’inglese pian piano diventa sempre più accettabile, anche se spesso non riesce a finire le partite.

 

Paul Gascoigne con la maglia della Lazio
Paul Gascoigne con la maglia della Lazio

 

Lui è un personaggio, in Inghilterra iniziano a seguire la Serie A come non avevano mai fatto, Gazza rimane sempre lui, e fa parlare spesso anche per i tuoi atteggiamenti fuori dal campo, enfatizzati da una città come Roma, dalla lontananza con le sue origini, tenute strette solo dalla presenza della moglie Sheryl e dell’amico di sempre Jimmy Cinquepancie. Il primo anno di Gascoigne alla Lazio, però, è il migliore. A novembre si gioca il derby, e Gazza da quel giorno resterà per sempre nel ricordo di tutti. La Lazio sotto per uno a zero per il gol di Giannini, a quattro minuti dal termine Signori calcia una punizione in area, Gascoigne è in campo, e già questa è una notizia, sale in cielo di testa, beffa Cervone e corre impazzito sotto la Nord. Piange al suo ritorno verso il centrocampo, è entrato nella storia, ha fatto quello che i tifosi gli avevano sempre chiesto, un gol nel derby, che rimarrà eterno.

Paul Gascoigne: dribbling e gol con la Lazio

 

Gazza la settimana seguente, a Pescara, segna il più bel gol della sua esperienza alla Lazio, salta tre giocatori come birilli e spedisce la sfera in fondo al sacco (dichiarerà, anni dopo, che quella partita la giocò da ubriaco). La sua stagione ha poi un passaggio a vuoto, la condizione inizia a latitare, lui si lascia un po’ andare, e Zoff lo tiene fuori nella sfida con la Juventus, lui alle domande dei giornalisti risponde con un ruttino, che fa andare su tutte le furie il patron Cragnotti. Multa di 20 milioni, discorso, e dopo 4 giorni Gascoigne gioca la miglior partita mai vista in maglia laziale, contro il Torino in Coppa Italia. La Lazio pareggerà 2-2, ma il primo tempo di Gascoigne è qualcosa che si vede raramente su un campo di calcio. Tra alti e bassi Gazza gioca molte partite, segna ancora contro il Milan in casa e con l’Atalanta in trasferta con un gran colpo di testa, è protagonista fino alla fine in una stagione in cui la Lazio centra il quinto posto e torna in Europa, con la qualificazione in Uefa, dopo sedici anni dalla sua ultima apparizione. Gazza è la star di quella squadra, ma quella sarà anche la sua miglior performance in Italia.

L’anno seguente, il 1993-94, Gazza si presenta in ritiro con i capelli lunghi e il codino, frutto di un extension fattosi fare in Inghilterra. Parte un po’ a rilento ma con il passare delle giornate è sempre più protagonista e raggiunge il suo apice nella vittoria casalinga contro la Juventus per 3-1, dove segna, e nel 4-0 casalingo con il Cagliari, quando inventa una punizione magica da distanza impossibile, prima di festeggiare fingendosi una statua. Qualche acciacco di troppo, anche per via di un brutto colpo ricevuto in un derby, lo porta a non essere sempre convocato, ma prima della fine della stagione arriva un altro colpo basso. Nel corso di un allenamento Gazza entra in takle su un giovanissimo Alessandro Nesta, l’inglese rimane a terra dolorante, tra lo sconforto di tutti: rottura di tibia e perone, stagione finita e un altro grande infortunio da dover gestire. Qui si rompe qualcosa, a Roma arriva Zeman al posto di Zoff, la convivenza con l’inglese, per un uomo di schemi, appare subito difficilissima.

Gazza ci mette quasi un anno a riprendersi, e ad Aprile 1995 torna in campo, in una gara casalinga con la Reggiana. Gioca discretamente, scenderà in campo ancora una volta, ma sembra chiaro che la sua esperienza a Roma sia giunta al termine, chiuso da un gioco che non ammette colpi di fantasia, ed anche da una vita privata che mette sempre più alla berlina di tutti i suoi atteggiamenti. L’addio che si consuma dalla Lazio è un addio silenzioso, non roboante come il suo arrivo. Qualche squadra inglese lo cerca, ma lui compie una scelta diversa, e sarà ripagato per questo. Decide di andarsene in Scozia, dove ci sono i Glasgow Rangers pronti a celebrarlo e farne il centro del loro progetto tecnico. Walter Smith, tecnico dei Rangers, lo vuole e mai scelta fu più azzeccata.

 

Paul Gascoigne, dalla Lazio ai Glasgow Rangers

 

Gascoigne è tutt’altro che finito, e nella stagione 1995-96 gioca probabilmente il suo miglior calcio, equiparabile a quello del 1990. Con gli scozzesi si trova a meraviglia, gioca un campionato fantastico e mette a segno ben 19 gol in una stagione, contribuendo in maniera decisiva alla vittoria del titolo. Con queste premesse Gazza si riprende anche la Nazionale, che in quell’estate ospita gli Europei di Calcio.

 

Paul Gascoigne con la maglia dei Rangers Glasgow
Paul Gascoigne con la maglia dei Rangers Glasgow

Dopo sei anni da Italia ’90, Gascoigne è ancora il protagonista del suo paese. Non gioca un Europeo strabiliante, ma segna un gol che rimane nella storia proprio contro la Scozia, con un’esultanza che ancora oggi è un’icona.

 

Paul Gascoigne: il gol in Inghilterra - Scozia

L’Inghilterra perderà, ancora una volta, contro la Germania ai rigori in semifinale, ma Gazza ha dimostrato al mondo che è ancora un giocatore importante, come dimostrerà anche la sua stagione seguente. Rimane ai Rangers, ed il suo score ricalca quello dell’anno precedente. 17 gol in 34 partite totali, tra campionato e coppe, Gazza ha continuità di rendimento e gioco ma non mancano, come sempre, le sue goliardate fuori dal campo, perché in fondo è sempre lui, perché non riesce a godersi la sua fama senza ricadere negli errori e nelle debolezze di sempre.

Paul Gascoigne: dribbling e gol con la maglia dei Glasgow Rangers

 

Paul Gascoigne: la fine della carriera, tra Middlesbrough ed Everton

 

Il terzo anno dell’inglese non è esaltante come i primi due, gioca 20 partite fino a gennaio con solo 3 reti, e decide di tornare in Inghilterra, al Middlesbrough, per candidarsi per i mondiali di Francia ’98. Le prestazioni non sono all’altezza, gli acciacchi fisici ci sono, la condizione non lo supporta, e cosi il Ct Hoddle lo lascia a casa. Con i Rangers, però, è autore anche di una delle esultanze più discusse, durante una gara con il Celtic, segna a mima il gesto di suonare il flauto, richiamando l'origine protestante e leale alla Corona della sua squadra, contro i repubblicani e filo-irlandesi biancoverdi, per lui arrivano richiamo della Federazione e multa della società. 

 

Paul Gascoigne con la maglia del Middlesbrough
Paul Gascoigne con la maglia del Middlesbrough

 

Questo segna probabilmente l’inizio della parabola discendente dell’inglese. Con gli inglese gioca altre due stagioni senza incantare, 26 gare e 3 gol nel 1998-99 e solo 8 apparizioni e 1 rete nel 1999-2000. Il suo cammino, sempre arricchito da una vita privata ormai pubblica, dove si parla apertamente dei suoi problemi con alcool e cibo, è in continua discesa. Passa all’Everton, dove gioca una stagione e mezzo con 38 gare e 1 solo gol, poi al Burnley (6 partite), prima degli ultimi scampoli passati tra la Cina in seconda divisione, e il Boston United, ancora in Inghilterra. Nel 2004 decide ufficialmente di abbandonare il calcio, dopo 481 partite e 110 gol, rimanendo probabilmente uno dei maggiori rimpianti per tutti gli amanti di questo sport.

Forte, fantasioso, capace di giocate incredibili, ma di altrettanti vuoti, di una vita sregolata fino all’eccesso, e di almeno un paio di infortuni seri che ne hanno decisamente tarpato le ali nei suoi momenti migliori. Gascoigne, però, rimane uno dei giocatori più forti degli anni novanta, un giocatore non solo tecnico, ma anche fisico, difficile da spostare, da contrastare. Ha incantato e si è fatto amare, anche fin troppo, dai tifosi che lo hanno sostenuto, guadagnandosi il permesso di qualche uscita fuori pista di troppo. La sua fragilità, il suo lottare contro qualche strano fantasma, la sua incapacità di gestirsi, lo hanno costretto ad una carriera sportiva, e una vita poi, non all’altezza del campione che è stato e che poteva essere.

Per tutti quelli che lo hanno visto, che lo hanno vissuto, John Paul Gascoigne rimarrà sempre Gazza, eternamente legato alla sua doppia natura, quella di giocatore dalle qualità eccelse, e di uomo dalle terribili fragilità. Gascoigne ha segnato un’epoca, nel bene e nel male, e rappresenterà sempre uno dei giocatori più incredibili mai visti su un campo di calcio.

Alessandro Grandoni

Una colonia italiana in Inghilterra. Questo si è rivelato nel tempo quando parliamo del Chelsea Football Club. Dall'arrivo di Gianluca Vialli e Roberto Di Matteo in poi, qualunque tecnico italiano con ambizione internazionale o quasi, ha vestito almeno per una stagione la casacca in blues. Da Ranieri ad Ancelotti, passando per Maurizio Sarri ed Antonio Conte, con questi ultimi due addirittura avvicendatisi sulla panchina dello Stamford Bridge. Una matrice tricolore che ha riguardato ovviamente anche il campo, con Gianfranco Zola come esempio migliore di una cultura tricolore in un club si inglese, ma evidentemente diverso dagli altri, per cultura maggiormente internazionale e una caratura europea ricercata a lungo, fin dall'arrivo di Roman Abramovich come plenipotenziario del club. Un punto di approdo che ha visto il suo culmine nella straordinaria e per certi versi irripetibile stagione 2011-2012.

Chelsea Campione d'Europa - la squadra

Due Premier League consecutive, dopo un digiuno lungo 50 anni, una Coppa di Lega, una Community Shield, un FA Cup. Tutto vinto nel primo ciclo di Jose Mourinho, quello dello "Special One" per intenderci e delle battaglie dialettiche con ogni suo avversario, da Wenger a Rafa Benitez. Quest'ultimo allora tecnico del Liverpool, con i reds rivelatisi bestia nera nella Champions League 2004-2005, con eliminazione dei blues in Semifinale, prima della super rimonta sul Milan ad Istanbul culminata con il trionfo ai calci di rigore. Da John Terry a Frank Lampard (attuale allenatore del Chelsea), da Petr Cech ad Ashley Cole. Eccolo il gruppo storico a cui manca all'appello l'eroe di Monaco, quel Didier Drogba che ovviamente rientra come il grande protagonista di questa storia. Champions sfuggita anche l'anno successivo, quel 2006 in cui il Chelsea venne eliminato dal Barcellona con Eto'o decisivo (lo stesso che qualche anno dopo avrebbe contribuito al triplete dell'Inter sempre di Mou). Erano stagioni in cui i blues arrivavano sempre vicini al grande passo finale, mai compiuto con il tecnico portoghese, con di nuovo il Liverpool di Benitez di mezzo nel 2007, stavolta ai calci di rigore dopo il doppio 1-1 arrivato in semifinale (Champions vinta dal Milan nella rivincita di Atene).

 

Chelsea Campione d'Europa - l'illusione del 2008

La grande occasione arrivò infine in quel di Mosca, Finale di Champions 2007-2008 tutta targata Inghilterra, con il Manchester United del primo CR7 come avversario (tra l'altro a segno per il momentaneo vantaggio dei Red Devils, pari di Lampard) e i calci di rigore fatali a Terry e compagni. Chelsea arricchito nel frattempo da Michael Ballack e un Andrij Shevchenko mai integrato con il meccanismo dei blues, allora allenati da Avraham Grant, subentrato nello stesso anno a Mourinho, dopo una stagione alquanto altalenante specialmente in Premier League.

 

E' in quel momento che nel gruppo storico dei blues, arriva però quella consapevolezza che li porterà tre anni dopo sul tetto d'Europa, culminando un lavoro lungo otto stagioni. Dopo Grant arriveranno Scolari prima (in una delle poche concessioni ad un club per il tecnico brasiliano) e l'interregno di Guus Hiddink (che porterà un FA Cup). Infine il biennio targato Carlo Ancelotti, che riporta si il Chelsea a trionfare in Premier League al primo anno (2009-2010 con double in FA Cup), ma con eliminazione in Champions prima per mano dell'Inter, poi dello United nel 2010-2011 (Manchester poi sconfitto dal Barca di Messi a Wembley). Si arriva cosi alla fatidica stagione d'oro, iniziata in realtà non nel migliore dei modi con Villas-Boas in panchina e stravolta da Roberto Di Matteo a Marzo 2012.

Ferme le colonne dei blues, fondamentali nell'ossatura della squadra erano certamente Michael Essien e Branislav Ivanovic, cosi come Ramires, Juan Mata (poi allo United) e Florent Malouda. Da Kalou a Sturridge, da Alex (poi al Milan) a Nicolas Anelka, per chiudere con Fernando Torres, fino ad allora lontano parente del grande attaccante visto sia all'Atletico Madrid che al Liverpool, ma che in quel di Barcellona scriverà un pezzo di storia del Chelsea Fc.

                                                                                                    


Chelsea Campione d'Europa - il cammino

Con un campionato che aveva rivelato più ombre che luci ai blues (chiuso poi al 6° posto), è stato il cammino nella coppa dalle grandi orecchie a dare sostanza all'intera stagione. Tre vittorie casalinghe senza subire gol, contro rispettivamente Bayer Leverkusen, Genk e Valencia, stesi sotto i colpi di Drogba e compagni. Due pareggi esterni fondamentali per la qualificazione agli Ottavi di Finale, con l'1-1 di Valencia e l'1-1 di Genk. Una sola sconfitta, ma ininfluente in quel di Leverkusen e il Chelsea approda alla fase ad eliminazione diretta, dove parte con Villas-Boas, con sonora sconfitta al San Paolo di Napoli, 3-1 con doppio Lavezzi e Cavani e chiude con l'arrivo di Di Matteo e il 4-1 sugli azzurri di Mazzarri allo Stamford Bridge. Drogba e Terry a segno per pareggiare i conti, Inler per il 2-1 momentaneo e il rigore di Lampard per portare il match ai supplementari, dove Ivanovic è l'uomo decisivo con il gol del 4-1.

 

Due linee da quattro, Cech in porta, Bosingwa e Ashley Cole ai lati di David Luiz e John Terry (più Cahill). Centrocampo comandato da Lampard con il supporto di Obi-Mikel, Kalou e Bertrand. Mata dietro Drogba, unico vero riferimento e anima di quella squadra. Cosi il Chelsea affronta i Quarti di Finale, dove il sorteggio a dire il vero è benevolo e porta in dote il Benfica, sconfitto all'andata al Da Luz con gol decisivo di Kalou ed eliminato al ritorno, con Lampard e Meireles a decidere il match, 2-1 con portoghesi a segno con Javi Garcia. Si arriva cosi in semifinale, dove al varco c'è il Barcellona di Guardiola (alla sua ultima versione blaugrana, due anni dopo sarebbe diventato tecnico del Bayern, prima di approdare al Manchester City).

 

 

Lampard lancia sull'esterno sinistro, trovando Ramires, il brasiliano controlla bene e mette il pallone in mezzo per Drogba che di interno sinistro batte Valdes. E' questa la descrizione esatta dell'azione dell'1-0, con cui il Chelsea si porta avanti, in vista dell'infuocato ritorno al Camp Nou, fino ad allora terra fatta soltanto o quasi di delusioni per i blues. Il 24 Aprile 2012 va in scena il secondo atto, con blaugrana in vantaggio per 2-0 (Busquets e Iniesta i marcatori) e il gol di Ramires al 46' a cambiare completamente le sorti di incontro e qualificazione. Con il Barca in perenne proiezione offensiva per tutta la ripresa, è la retroguardia blues a fare la differenza, fino al contropiede finale, 92° minuto in corso, in cui Fernando Torres stacca il pass per Monaco.

 

 

Chelsea Campione d'Europa - la Finale

"Scommetto che oggi avete visto tutti i video della finale di Champions League del 2012, quindi volevo raccontarvi cosa successe nei mesi precedenti. Villas-Boas era stato licenziato e noi giocatori ci riunimmo nello spogliatoio, riconoscendo di essere in parte responsabili del suo esonero. Presero la parola il capitano, John Terry, Frank Lampard, Petr Cech e gli altri senatori. Avevamo deciso di dare tutto per quella competizione, nonostante la sconfitta per 3-1 contro il Napoli nella gara d’andata. Inseguivamo la Champions da otto anni ed eravamo riusciti solo a raggiungere il secondo posto. Tutti abbiamo concordato di mettere da parte il nostro ego e di aiutarci a vicenda per lo stesso obiettivo. Dopo quell’incontro ho chiesto al giovane Juan Mata, che aveva 23 anni all’epoca: “Per favore, Maestro, aiutami a vincere la Champions League”. Lui mi ha guardato e mi ha detto: “Amico, tu sei pazzo. Sei Didier Drogba, sei tu che devi aiutare me a vincerla!".

"Io gli risposi che ci provavo da otto anni e che ero convinto fosse lui l’uomo giusto per aiutarci a conquistare il trofeo, e che gli avrei anche fatto un regalo se ci fossimo riusciti. Questo accadde alla fine di febbraio. Tre mesi dopo, eravamo a Monaco, in Finale, nel loro stadio, sommersi da un’onda rossa. Il Bayern riuscì a segnare a otto minuti dalla fine; mi avviai verso il centrocampo per battere il calcio d’inizio per gli ultimi otto minuti. Ero molto scoraggiato, ma Mata disse: “Credici Didì, tu devi crederci”. Io ero quasi in lacrime, e dopo aver guardato il tabellone con il minuto e il punteggio gli risposi: Credere in cosa? È quasi finita, piangerò come ho già fatto pochi mesi fa quando ho perso la finale con la Costa d’Avorio. Ultimo minuto, ultimo calcio d’angolo, o meglio il nostro primo calcio d’angolo contro i diciotto battuti da loro. Indovinate chi lo ha battuto? Juan Mata. Il resto è storia. La lezione è: crederci sempre! Buon ottavo compleanno a noi!".

 

Sono le parole scritte da Didier Drogba sul suo profilo twitter il 19 Maggio scorso, anniversario di Bayern Monaco - ChelseaFinale di Champions League 2012. Il match e gli attimi più importanti li ricordiamo per le gesta del campione ivoriano e per la telecronaca di Massimo Marianella, ormai divenuta un must e celebrata in più occasioni. Un Bayern Monaco troppo sicuro di se stesso, specialmente dopo l'1-0 di Thomas Muller e quando qualsiasi formazione tedesca che si rispetti, inizia ad abbassare la guardia, storicamente arrivano le sconfitte peggiori. Bayern capace di rifarsi l'anno successivo, vincendo sul Dortmund di Jurgen Klopp. Un calcio d'angolo e il colpo di testa dell'1-1. I calci di rigore e l'errore di Schweinsteiger, più il gol decisivo di Drogba. Il resto è ovviamente storia, con il Chelsea che per la prima volta, si laurea Campione d'Europa, diventando la 22° formazione diversa a vincere la competizione, la 5° inglese. La prima a scrivere il proprio nome sull'albo d'oro per la prima volta dai tempi del Borussia Dortmund, anno 1996-97.

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       Fabrizio Consalvi

Il Genio. Scritto con la maiuscola, per celebrare uno dei calciatori più forti e lunatici degli anni '90, perchè sennò quella parola non avrebbe assolutamente senso e soprattutto quel soprannome non avrebbero luogo. Parliamo di Dejan Savicevic, nato a Titograd, l'odierna Podgorica, il più forte giocatore della storia montenegrina, in grado di interpretare tutti i ruoli d'attacco senza far mai mancare la sua classe e il suo estro. Fenomeno vero di Stella Rossa prima e Milan poi, in grado di vincere ben due Coppe dei Campioni da assoluto protagonista e di restare impresso nella memoria sia dei tifosi che dei suoi avversari.

Dejan Savicevic - dal Buducnost alla Stella Rossa

Dejo inizia la sua carriera nel Budcnost Titograd, con cui ha giocato dal 1982 al 1988 e dove realizza un totale di 35 reti in 131 partite, dove affina la sua abilita di interpretare tutti i ruoli d'attacco, da interno, trequartista, regista ovviamente e mezza-punta. Poteva essere impiegato anche da attaccante vero e proprio (il moderno falso nueve) e da esterno di centrocampo. Fantasista agile, veloce e talentuoso, mancino e abile nel fornire assist per i compagni, era specializzato in grandi giocate e dribbling, molto dotato anche sul piano atletico. Giocatore dal carattere controverso, discontinuo nel rendimento e per nulla disciplinato tatticamente, quest'ultima caratteristica in comune con molti suoi connazionali arrivati successivamente, basti pensare a Mirko Vucinic oppure a Stevan Jovetic, entrambi montenegrini.

Savicevic viene acquistato dalla Stella Rossa nell'estate del 1988, andando a formare prima con Pixie Stojkovic, poi con Prosinecki, Pancev e gli altri, una compagine formidabile, in grado di arrivare sul tetto d'Europa nel giro di due anni. A Belgrado Savicevic vince tre campionati consecutivi, diventando mano a mano il leader tecnico della squadra e idolo del Marakanà. Nella Coppa dei Campioni 1988-89 fa letteralmente impazzire il Milan di Sacchi nel ritorno degli Ottavi di Finale, portando in vantaggio la sua squadra, nel match poi sospeso per nebbia e ripetuto il giorno successivo. Il giorno dopo, nel recupero della sera prima, Dejan non è lo stesso. Tipicità degli artisti. Il rigore sbagliato, nella serie di penalty, aiuta il Milan ad accedere ai Quarti di Finale di una Coppa che conquisterà in quel di Barcellona nella storica Finale con la Steaua Bucarest.

 

 

Nella Coppa Uefa dell'anno successivo firma invece 3 reti su 6 gare disputate, con doppietta nel match interno al Colonia negli Ottavi di Finale, dove la Stella Rossa verrà eliminata nella gara di ritorno in Germania. Ma la scalata al trofeo più importante sta per arrivare nel 1990-91, con la prima storica e unica Coppa dei Campioni vinta da una compagine dell'est EuropaLa Stella Rossa di Ljupko Petrovic. Con la cessione di Stojkovic al Marsiglia del rampante Bernard Tapie nell’estate del 1990 arriva il momento chiave. Il team può rinunciare al suo capo popolo. In rosa c’è gente del calibro di Belodedici, Jugovic, Binic, Pancev, oltre al già citato Prosinecki. Sono pronti conquistare l’Europa. E poi c’è il Genio, capace di andare a segno nella vittoriosa semifinale di andata contro il Bayern Monaco disputata nell'ormai vecchio Olympiastadion. E' il propellente per far decollare il razzo biancorosso verso la vittoria di Bari contro il Marsiglia. In quella Finale Savicevic non calcia i rigori, ma il suo dovere l'ha compiuto ampiamente in precedenza. Nel suo periodo alla Stella Rossa mette a segno 23 gol su 72 gare totali, classificandosi secondo nel Pallone d'Oro del 1991 vinto da Jean-Pierre Papin, dopo aver vinto anche la Coppa Intercontinentale (con espulsione di Savicevic).

 

Dejan Savicevic - l'arrivo al Milan

Viene acquistato dal club rossonero nell'estate del 1992 per 10 miliardi di lire, andando a completare una compagine che all'epoca vedeva i tre olandesi nella loro ultima stagione insieme, più Boban e Jean Pierre Papin. Solo che a differenza di oggi, si potevano schierare solo 3 stranieri contemporaneamente in campo e nella prima stagione in Italia il montenegrino trova complessivamente uno scarso minutaggio, anche per via dell'agguerrita concorrenza in un Milan che è uno dei più ricchi di stelle di sempre. Il primo gol arriva il 24 Gennaio del 1993 contro il Genoa, mentre in totale in campionato firma 4 gol, compresa una doppietta alla Fiorentina. Vince il suo primo Scudetto italiano e quarto campionato complessivo, non trovando molto spazio nella Coppa dei Campioni, che vede i rossoneri di Capello (con cui non ha avuto inizialmente un grande rapporto, vista la differenza abissale tra i due) battuti in Finale dall'Olympique Marsiglia in quel di Berlino.

 

La gloria, quella definitiva, arriverà la stagione successiva 1993-94. Vanno via Rijkaard e Gullit, il primo all'Ajax, il secondo alla Sampdoria, mentre Marco Van Basten è al passo d'addio al calcio, così il Genio di Savicevic può esplodere in tutto per tutto in quel di Atene. Intanto dal Marsiglia, a novembre, arriva Marcel Desailly, di professione difensore centrale, che viene re-inventato con grande successo come centrocampista davanti alla difesa ed è una delle chiavi del double Scudetto-Champions League ’94. Per Savicevic ci sono 4 gol stagionali, nessuno in campionato su 20 presenze, dove il Milan trionfa senza grossi problemi, un assist in Supercoppa Europea persa contro il Parma (giocata al posto dell'Olympique Marsiglia dopo lo scandalo che coinvolse la società allora di Bernard Tapie) e un assist in Supercoppa Italiana vinta per 1-0 sul Torino. Ma soprattutto ci sono 3 gol in Champions League, di cui 2 al Werder Brema nella fase a gironi e la Finale di Atene sul Barcellona di Crujiff. Dove Savicevic è letteralmente imprendibile per tutta la gara. L’assist per il primo di gol Massaro è solo l’antipasto ma è il gol del momentaneo 3-0 con pallonetto beffardo su Zubizarreta, dopo aver superato Nadal.

Gioca da protagonista a Milano anche nel successivo biennio, peraltro in termini numerici il più positivo sul piano personale. Nella stagione 1994-95 segna 9 gol in campionato su 19 presenze, in una stagione che segna il prologo della fine dell'era Capello, con Scudetto alla Juventus e Finale di Coppa dei Campioni (la terza consecutiva) persa in quel di Vienna contro l'Ajax di Van Gaal (a segno Kluivert). Savicevic non gioca quella gara per un risentimento alla coscia destra. Vince comunque un'altra Supercoppa Italiana, nel 5-4 ai rigori contro la Sampdoria e una Supercoppa Europea, in doppia sfida contro l'Arsenal (che aveva vinto la Coppa delle Coppe sul Parma). Infine sfugge di nuovo la seconda Coppa Intercontinentale della sua carriera, con il ko del Milan con il Velez Sarsfield, mentre l'anno prima era stato il San Paolo a battere i rossoneri.

 

 

L'ultimo trionfo in rossonero è lo Scudetto del 1995-96, l'ultimo anche dell'era Capello che l'anno seguente sarebbe andato al Real MadridSavicevic forma con Baggio, Boban e Weah un super reparto d'attacco, mettendo a segno 6 reti in campionato su 23 presenze, un gol in Coppa Uefa e 2 in Coppa Italia. Nonostante il ritorno di Capello nell'estate del 1997, il Milan vive un'altra stagione complicata, dove comunque raggiunge la Finale di Coppa Italia (persa contro la Lazio). Savicevic segna l'ultimo gol in maglia rossonera l'8 gennaio 1998, nel Derby di andata contro l'Inter valido per i Quarti, che si chiude con lo storico punteggio di 5-0 per il Milan.

Dejan Savicevic - il Rapid Vienna e il futuro da tecnico

Torna nel Gennaio del 1999 alla Stella Rossa, dove resta per soli cinque mesi, disputando solo 3 partite, prima di trasferirsi al Rapid Vienna, per quella che è la sua ultima squadra di club prima del ritiro. In Austria segna 12 gol su 26 gare nell stagione 1999/2000, mentre chiude con 8 gol su 28 gare l'annata seguente. Inizia quindi la sua carriera da allenatore, diventando Commissario Tecnico della Jugoslavia dal 2001 al 2003 e della sola Serbia e Montenegro nel 2003. Nella sua carriera in Nazionale da calciatore ha siglato un totale di 20 gol su 52 gare, disputate dal 1988 al 1992 (con la Jugoslavia unita) e dal 1994 al 1999 (con la vecchia denominazione, ma con le sole Serbia e Montenegro). Infine Savicevic ha partecipato a due edizioni dei Mondiali senza andare a segno, nel 1990 in Italia con la vecchia Jugoslavia eliminata ai rigori dall'Argentina nei Quarti e nel 1998 in Francia eliminato agli Ottavi dall'Olanda.

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       Fabrizio Consalvi

Uno degli ultimi prototipi di attaccante vecchio stampo, di quelli che nel calcio di oggi risulterebbe quasi atipico, dove tutti gli elementi sul terreno di gioco devono saper partecipare alla manovra, oltre che a finalizzare. David Trezeguet non rientra infatti per nessuna ragione in questa descrizione dell'archetipo di punta moderna. Sgraziato, poco propenso a venire incontro, se non per chiedere l'uno-due, ma enormemente efficace dentro quello spazio, che si chiama area di rigore, dov'era quasi implacabile. Un senso della porta fuori dal comune, un esatta conoscenza di dove sarebbe andato a finire il pallone, un destro potente e un colpo di testa sempre preciso.

Raccontare la carriera di David Trezeguet poi, porta per forza di cose a metterlo in correlazione per lunghi tratti, con il suo partner complementare, vale a dire Alessandro Del Piero. Perchè insieme erano semplicemente perfetti e la descrizione dell'uno-due fatta qualche riga sopra, rientra in questi termini. Tutto di prima o al massimo di seconda, il francese viene incontro, assist al bacio del numero 10 e gol di David Trezeguet. Questo movimento l'abbiamo visto centinaia di volte.

David Trezeguet - da Rouen al Monaco

Cosi la carriera del numero 17 bianconero inizia in Sud America e precisamente alla Platense per essere precisi. Con il calciatore di origine argentina per via dei genitori e dove a 16 anni trova l'esordio in prima squadra. Cinque sono le presenze in tutto, prima di tornare in Francia e trasferirsi al Monaco allenato da Jean Tigana e iniziare a far coppia con Thierry Henry, anche lui all'epoca giovane prospetto del club monegasco. Cinque sono le stagioni in cui gioca in Ligue 1, tre quelle in coppia con il futuro attaccante di Arsenal e Barcellona. Insieme vinceranno un campionato francese nel 1996/1997, oltre ovviamente a Mondiale ed Europeo vinto con la Nazionale.

 

La coppia viene divisa dalla Juventus, che preleva Henry nel corso della stagione 1998/1999 con pessimi risultati e poca pazienza, mentre il secondo dopo 52 gol su 93 gare disputate e una semifinale di Champions League (1997/1998), persa proprio nel doppio confronto con i bianconeri. Trezeguet si era reso comunque protagonista nei Quarti di Finale, eliminando il Manchester United di Ferguson e per di più all'Old Trafford. Dopo lo 0-0 dell'andata dove il francese non giocò perchè infortunato, fù un suo bolide dalla distanza a piegare Schmeichel nell'1-1 che qualificò il Monaco. 24 gol su 40 presenze il suo score di quell'anno, mentre nelle due stagioni successive realizzò rispettivamente 14 gol su 34 gare disputate e nel 1999/2000 ben 24 gol su 39 gare, ma nel totale 22 realizzazioni arrivarono solo in Ligue 1, che vinse con il suo Monaco da protagonista.

Nel mezzo e prima del suo passaggio alla Juventus, avvenuto nell'estate del 2000 per 45 miliardi di lire, la vittoria ai Mondiali di casa con la Francia di Jacquet nel 1998, con un gol realizzato all'Arabia Saudita e l'Europeo del 2000, che purtroppo per noi, ha deciso con il golden-gol nella Finale di Rotterdam contro l'Italia di Zoff. Il suo rapporto con le blues, si chiuderà dopo il Mondiale del 2006, in cui restituirà il tutto con gli interessi, con il rigore calciato sulla traversa. Partecipa anche ai precedenti Mondiali del 2002 in Giappone e Corea del Sud, ma senza lasciare traccia cosi come l'intera Francia, eliminata ai gironi. Un rapporto poi arrivato ai minimi termini con il C.T. Raymond Domenech, gli priverà dell'Europeo del 2008, dove considererà chiusa la sua esperienza con la maglia della Nazionale. Il suo score conclusivo sarà di 34 gol su 71 gare.

 

David Trezeguet - la Juventus e il 5 Maggio

Nel club bianconero non arriva esattamente in punta di piedi. Nella stagione 2000/2001 parte dietro le gerarchie prestabilite, con la coppia Inzaghi - Del Piero inamovibile almeno inizialmente. Segna il suo primo gol in Serie A chiudendo un Milan - Juventus, con la rete del definitivo 2-2 da poco fuori area, in diagonale. La stagione non è delle migliori per i bianconeri, che vedranno la Roma di Capello vincere lo Scudetto e rimontare a Torino da 2-0 a 2-2 e il rapporto con Carlo Ancelotti chiudersi al termine di quell'annata. Trezeguet comunque già nella seconda parte viene schierato più spesso titolare, arrivando ad essere il capocannoniere della squadra, con 14 gol in campionato su 25 gare disputate e uno in Champions League, nel 2-1 interno con il Panathinaikos.

E' la stagione successiva a consacrarlo definitivamente. La Juventus gli da lo spazio necessario, la triade Moggi - Giraudo - Bettega cede Zinedine Zidane al Real Madrid e Filippo Inzaghi al Milan, per acquistare dal Parma Lilian Thuram e Gianluigi Buffon, mentre dalla Lazio arriva Pavel Nedved. In panchina c'è il ritorno di Marcello Lippi e per David Trezeguet è la sua miglior stagione in assoluto. Capocannoniere della Serie A al pari di Dario Hubner, con 24 gol su 34 gare disputate (le ha giocate tutte in campionato), più 8 gol su 10 presenze in Champions League (con bianconeri eliminati nella seconda fase a gironi). Insieme la coppia Trezeguet - Del Piero firmerà 40 gol in due (16 sono di Alex), per uno Scudetto vinto all'ultima giornata, in quel di Udine in un 5 Maggio rievocato giusto qualche giorno fa.

 

Nell'annata successiva è meno presente in realtà, ma quando conta sempre decisivo. Inizia il calvario tra un infortunio e l'altro, saltando praticamente metà campionato, con 17 gare disputate e 9 gol fatti, più ovviamente il secondo Scudetto consecutivo. E' in Champions League dove si rende protagonista. Sono 4 le sue realizzazioni totali nel 2002/2003, di cui 2 nella seconda fase a gironi, contro Basilea e Deportivo La Coruna e soprattutto i 2 al Real Madrid, di cui il primo al Bernabeu per il momentaneo 1-1 (match terminato poi 2-1 con gol di Roberto Carlos) e l'1-0 con cui a Torino i bianconeri ribaltarono la qualificazione (match chiuso sul 3-1). Champions persa poi in Finale con il Milan ai calci di rigore, dove Trezeguet (non proprio uno specialista), sbagliò la sua esecuzione.

Continua la sua marcia nel 2003/2004, ultima stagione con Marcello Lippi in panchina. Trezeguet firma 22 gol stagionali su 34 presenze, di cui 16 in campionato, 4 in Champions League, uno in Coppa Italia (che la Juventus perde in Finale contro la Lazio) e uno in Supercoppa Italiana, vinta dai bianconeri ai rigori sul Milan. Per Trezeguet sembra arrivato il momento dell'addio, per via di un rinnovo con adeguamento che tarda ad arrivare e che aveva condizionato anche la seconda parte della stagione precedente. Il francese non era esattamente un tipo malleabile quando c'era da trattare. Sarà Fabio Capello ad incidere, con successivo rinnovo del contratto.

 

La dirigenza bianconera completa l'opera prelevando Emerson dalla Roma e soprattutto Zlatan Ibrahimovic dall'Ajax. Trezeguet non vivrà in realtà una piena stagione 2004/2005, con problemi alla spalla che ne condizioneranno il rendimento fino all'operazione avvenuta in quel di Ottobre (dopo il match con l'Udinese per l'esattezza). I gol in totale sono comunque 9 in campionato, compreso quello decisivo e ormai famoso sul Milan, con rovesciata di Del Piero e colpo di testa del francese. In Champions regalerà un solo gol, ma fondamentale nella rimonta ancora una volta sul Real Madrid agli Ottavi di Finale (match deciso ai supplementari con il 2-1 di Zalayeta, dopo l'1-0 maturato al Bernabeu). Lo Scudetto verrà poi revocato dopo lo scandalo Calciopoli, cosi come il successivo titolo 2005/2006 (dove metterà a segno ben 23 gol in campionato su 32 partite formando con Ibra e Del Piero uno dei reparti offensivi più forti d'Europa all'epoca), verrà tolto e assegnato all'Inter, dopo la retrocessione d'ufficio della società bianconera. Sono 6 invece le realizzazioni in Champions League in quella stagione, tra cui il gol numero 100 in maglia bianconera, siglato al Bruges, che lo portano a superare due mostri sacri nella storia del club, il connazionale Michel Platini e il gallese John Charles, diventando il calciatore straniero con più gol all'attivo.

 

David Trezeguet - la Serie B, il ritorno e l'addio

Non deve essere stata un estate da ricordare quella del 2006 per il francese, dal rigore sbagliato a Berlino (per la nostra gioia) allo scendere in campo in quel di Rimini per la 1° giornata della Serie B 2006/2007. Decide infatti insieme a Buffon, Del Piero, Nedved e Camoranesi di restare, firmando 15 gol su 31 partite disputate. La Juventus torna subito in Serie A e dopo l'annata vissuta con il connazionale Didier Deschamps, sulla panchina bianconera arriva Claudio Ranieri. Cosi come avvenuto nel 2003/2004 anche la stagione 2006/2007 sembra poter essere l'ultima alla Juventus, poiché nel frattempo è entrato in rotta con la nuova dirigenza subentrata nel post-Calciopoli, una situazione manifestata anche pubblicamente. I problemi svaniranno dopo il rinnovo, l'ultimo da giocatore della Juventus.

Nella stagione 2007/2008 sarà grande protagonista, con ben 20 gol realizzati, di cui uno alla Roma all'Olimpico e uno all'Inter nell'1-2 con cui i bianconeri batteranno i nerazzurri a San Siro. Saranno in totale 20 le reti messe a segno, tutte in campionato, con secondo posto nella classifica marcatori dietro al solo Alex Del Piero, a quota 21. In due firmano 41 reti, battendo il precedente record della stagione 2001/2002. Le ultime due stagioni alla Juventus sono le seguente, quando nel 2008/2009 alle prese con diversi problemi al ginocchio, disputerà solo 15 partite totali, con una rete all'attivo, messa a segno contro il Chelsea agli Ottavi di ritorno, dove i bianconeri verranno eliminati e nel 2009/2010 dove con Ferrara prima e Zaccheroni poi come allenatori, mette a segno 10 gol su 27 presenze. In totale con la maglia bianconera ha realizzato 171 gol e 18 assist su 320 partite disputate, alla media di 0,53 a partita, vale a dire una ogni due.

Firma a parametro zero per l'Hercules, chiudendo di fatto la carriera europea nella Liga spagnola, dove mette a segno 12 gol su 31 gare, non riuscendo a salvare la sua squadra dalla retrocessione. L'ultima vera grande avventura è allora nel River Plate (per poco c'era stata l'esperienza al Baniyas), retrocesso e in Serie B nella stagione 2011/2012, con i Millionarios sigla 6 gol su 9 gare contribuendo all'immediato ritorno in Superliga, dove nel 2012/2013 firmerà 3 gol su 15 partite. Infine prima del definitivo ritiro sono prima al Newell's Old Boys, dove nel match contro il Colon supera la quota di 300 reti in carriera tra tutte le competizioni. Chiude definitivamente al Pune City, in India dove mette a segno 2 gol in 9 gare. Terminata la carriera calcistica, torna in bianconero nel 2015 da dirigente, prima come Presidente delle Juventus Legends, poi con il ruolo di Brand Ambassador del club, carica che ricopre tutt'ora.

 

 

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       Fabrizio Consalvi

Matthew Le Tissier"Le God", uno degli ultimi romantici del mondo del calcio. Non è passato alla storia come un Ronaldo, un Messi o un Maradona, non ha vinto trofei, mondiali e premi individuali, ma per la sua gente, per il suo Southampton, è semplicemente “Le God”, come scritto nel cartello che per diverso tempo campeggiava all’ingresso dello stadio dei biancorossi, che accoglieva tifosi e giocatori con la scritta “Benvenuti nella casa di Dio”.

Non ha un fisico d’atleta, per come lo intendiamo ora, ma nell’Inghilterra di quel periodo non è l’unico (vedi Gascoigne), un metro e 85 centimetri per 86 kg, sempre fuori dal coro, fuori dagli schemi, anarchico per natura, ma campione dentro. Nasce nel 1968 sull’isola di Guernsey, ha doti importanti, e dopo il cricket decide di darsi al calcio, fa vedere di che pasta è fatto in un camp organizzato dal Southampton che pochi anni più tardi non se lo lasciano scappare, e sarà l’affare del secolo per i Saints.

La sua è una storia di gol, talento, tecnica, si pensare fuori dagli schemi, di giocare per il piacere, per far innamorare e gioire la gente, e poco importa se a fine anno non si alza nessuna coppa, il calcio per lui è sempre stato un’altra cosa. Vedere i suoi gol, e sono tanti, fa capire chi è, uno che sceglie sempre la via più particolare per arrivare alla rete, quella che non ti aspetti, quella anti convenzionale. Così come le sue scelte, di rimanere al Southampton per tutta la vita, nonostante le lusinghe di club come Tottenham, Liverpool e Man Utd, quando Alex Ferguson perse la testa per il giovane numero sette biancorosso.

Matthew Le Tissier, il numero 7 del Southampton
Matthew Le Tissier, il numero 7 del Southampton

 

Questa sua dichiarazione dice tutto sul suo calcio, è la sua presentazione e la sua memoria:

«Di me hanno detto spesso che mi piaceva essere il pesce grande nello stagno piccolo. Sarò onesto: è vero, amavo essere al centro dell’attenzione, sentire la pressione delle aspettative che la gente riponeva nei miei confronti. Non ho mai sopportato l’idea di deludere queste persone, volevo farle divertire. Vincere è grandioso ma non è mai stato tutto per me, e credo che sia stato questo a rendermi diverso dagli altri. C’era una parte di me che voleva dare spettacolo, far apparire un sorriso sul volto della gente. Sì, mi è piaciuto essere il giocatore che la maggior parte dei tifosi del Southampton venivano a guardare, solo per vedere se potevo fare qualcosa per renderli felici…».

Gioca con il 7, ma è un 10, centrocampista offensivo dotato di una tecnica sopraffina, ha sempre fatto del dribbling e del primo controllo l’essenza della sua arte, perché di questo parliamo. Definirlo rigorista appare riduttivo, per uno che in carriera ne ha segnati 47 su 48, caso strano per un inglese quasi mai considerato da una nazionale che a Italia 90, Inghilterra ‘96 e Francia 98, proprio dal dischetto, ha visto svanire i suoi sogni di gloria. L’esordio nel calcio che conta avviene il 4 novembre del 1986, in Coppa di Lega, quando il suo Southampton piega il Man Utd in trasferta per 4-1, con una doppietta proprio di “Le God”.

 

1986: Man Utd - Southampton 1-4

Quattro giorni dopo quello in Premier, contro il Barnsley, sarà una prima stagione di livello la sua, perché il 7 marzo del 1987 firma anche la sua prima tripletta in carriera, contro il Leicester. La sua è una crescita continua, si prende in mano la squadra ma è probabilmente nel quarto anno che tutti riconoscono a Le Tissier un talento straordinario.

 

1987: Southampton - Leicester 4-0

 

Nel 1989-90, infatti, con 20 gol in campionato si classifica terzo nella graduatoria dei bomber, uno score che conferma anche l’anno seguente quando mette insieme 19 centri.

 

Matthew Le Tissier, i Migliori Goal della sua Carriera

 

Uno così non passa inosservato, uno così merita altri palcoscenici, pensano tutti. Lo pensano anche Liverpool, Arsenal, Tottenham, United e Chelsea, che a turno provano a convincerlo ad emigrare dal suo regno per cercare la gloria eterna. Lui non ne vuole neanche sentir parlare, sta bene li, è lì che può essere Matthew Le Tissier, Le God, è li che vuole far sognare, anche senza coppe in bacheca.   

Tra il 1991 e il 1993 la sua media scende, con Branfoot in panchina Le Tissier non riesce ad esprimersi al massimo siglando solo 33 gol in 95 partite, ma ci mette poco a riprendersi. Nelle due stagioni seguenti, con Ball in panchina, segna la bellezza di 55 gol in 89 gare, ma è la rete con il Blackburn, futuro campione, a passare alla storia, un doppio dribbling e una parabola telecomandata sotto la traversa gli valgono il premio per il Miglior Gol della Stagione. Nonostante la sua tecnica abbia pochi rivali in un calcio ancora molto fisico come quello inglese, non riesce quasi mai ad entrare nelle grazie dei diversi tecnici della panchina dell’Inghilterra. Alla fine saranno solo otto le presenze tra il 1994 e il 1997, con l’ultima delle quali in un Inghilterra – Italia del 1997, nessuno lo prenderà in considerazione né per gli Europei casalinghi del 1996 , né per i Mondiali in Francia del 1998.

La sua carriera, dopo l’apice di metà anni novanta, inizia la parabola discendente, condizionata anche dai molti infortuni che non gli permettono, sempre di scendere in campo. La sua storia d’amore con il Southampton termina ufficialmente il 30 gennaio del 2002contro il West Ham, prima di giocare un ultimo anno nella Wessex Football League con l’Eastleigh, una piccola formazione con sede nei pressi della società biancorossa.

A fine carriera, con la maglia dei Saints, giocherà 540 partite mettendo a segno la bellezza di 209 reti. Ma la unicità resta, ha vestito in Premier solo una maglia, ha voluto essere un Dio per la sua gente, ha scelto il luogo che lo ha cresciuto, ammirato e portato in trionfo, perché per lui il calcio è sempre stata una questione di divertimento, di passione, di emozione, e mai la voglia di alzare al cielo, per forza, un trofeo, o di andare a guadagnare dieci volte quello che in fondo gli bastava per essere, ogni giorno, “Le God”.

Alessandro Grandoni

Leader fin dalla nascita, capace di passare per ben due decenni di grande calcio e di lasciare il segno come pochi altri interpreti di un ruolo, che nel calcio odierno probabilmente non esiste neanche più. Lothar Matthaus abbinava qualità tecnica e intelligenza tattica di primo livello, potenza e classe, con cui ha trascinato prima il suo Bayern Monaco, poi l'Inter di Trapattoni e la Nazionale tedesca, con cui ha disputato ben cinque Mondiali e che lascerà con diversi record alle spalle, di cui uno vinto proprio in Italia. Prima di tornare a casa e completare l'opera con il Bayern, con cui ha mancato solo l'alloro finale, in un match divenuto ormai storico per SheringhamSolskjaer e compagni in quel di Barcellona. Amato ancora oggi da tanti tifosi interisti, ripercorriamo la lunga carriera del numero 10 nerazzurro di Giovanni Trapattoni.

Lothar Matthaus - dal Borussia Monchengladbach al Bayern Monaco

Matthäus muove i primi passi da calciatore proprio nella squadra giovanile della sua città, l’FC Herzogenaurach. Nel 1979 viene acquistato dal Borussia Monchengladbach, dove Matthäus resterà fino al 1984, totalizzando 162 presenze e 36 gol complessivi. Mediano, regista, libero, praticamente tutti i ruoli del centrocampo dell'epoca, specialmente in una Germania cresciuta ovviamente con il mito del Kaiser, di cui in buona sostanza raccoglierà il testimone nel ruolo nevralgico della linea mediana. 6 le reti il primo anno in Bundesliga, con debutto in Nazionale già nel 1980, negli Europei disputati in Italia e vinti dalla Germania, mentre nel 1982 nel Mondiale spagnolo chiuso con la sconfitta in Finale contro gli azzurri di Bearzot gioca soltanto due gare, nel Girone 2 con Cile e Austria. Nel 1980/1081 aumenta il suo apporto in zona gol, dotato di tempi d'inserimento e conclusione dalla distanza, che sono le sue caratteristiche principali in zona offensiva, sigla 11 reti in stagione, mentre 10 sono le realizzazioni nell'anno post Mondiale, chiudendo l'avventura al Monchengladbach con 15 reti stagionali.

                                                                                             

La definitiva consacrazione avviene col passaggio al Bayern Monaco, club nel quale Matthäus mostrerà all’Europa intera le sue qualità e la sua immensa personalità in campo, affinando con il tempo la sua capacità di giocare su ogni zona del centrocampo, imponendosi per maestosità e brillantezza fisica. Grandi inserimenti offensivi, precisione nei lanci lunghi e ottima capacità balistica, che lo porterà a realizzare diverse reti da calcio da fermo o dalla lunga distanza. Ma la gloria per il panzer si estende anche a livello internazionale: ai Mondiali del 1986 in MessicoMatthäus è costantemente tra i migliori. Gioca come regista, mostrando tutto il suo repertorio fatto di corsa, visione di gioco ed esplosività. Agli annali del calcio passerà soprattutto la Finale dell'Azteca contro l'Argentina di Diego Armando Maradona. Purtroppo non basta alla sua Nazionale per vincere quel Mondiale: con Germania sotto 0-2 e capace di rimontare fino al 2-2, prima dell'invenzione di Maradona per Burruchaga e del 3-2 definitivo dell'albiceleste. Per Matthaus il tempo della rivincita arriverà quattro anni più tardi, intanto il riconoscimento di Maradona è un attestato di stima più che importante: "Il miglior avversario che abbia avuto in tutta la mia carriera, credo che basti questo per definirlo".

Lothar Matthaus - l'ascesa al Bayern Monaco

Nella sua prima esperienza con il club bavarese, vince per tre anni consecutivi la Bundesliga, cui aggiunge una Coppa di Germania nella stagione 1985/1986. Ben 17 sono i gol nel suo primo anno al Bayern, con il tecnico Udo Lattek che lo schiera anche come centrocampista di destra. L’avvio è in sostanza devastante, con un giocatore capace di interpretare alla perfezione la tipica praticità teutonica, con la mentalità vincente sia del Bayern, che della Nazionale. La dimostrazione arriva nelle successive tre stagioni, in cui realizza 12 reti nel 1985/1986, dove chiude il double, campionato e Coppa di Germania, chiudendo la tripletta in Bundesliga l'anno successivo, dove alza notevolmente il suo apporto offensivo, ben 19 su 41 gare totali, Coppa dei Campioni inclusa, persa in Finale con ko per 2-1 con il Porto, dopo aver steso il Real Madrid del Buitre all'Olympia Stadion (4-1 con doppietta di Mattheus). L'ultima stagione della prima esperienza al Bayern è quella del 1987/1988 dove raggiunge il suo massimo di gol segnati, ben 21 su 35 gare disputate, ma dove deve piegarsi in campionato al Werder Brema di Otto Rehhagel.

Lothar Matthaus - L'Inter dei record

Lascia il Bayern nel 1988 e il centrocampista tedesco approda in una Serie A allora stellare e dove sostanzialmente giocavano davvero i migliori interpreti al mondo, dove si andava contrapponendo la nuova Inter di Trapattoni, al Milan di Sacchi e degli olandesi e al Napoli di Maradona. La passione dell'allora Presidente Ernesto Pellegrini per il calcio teutonico ha fatto il resto con il precedente arrivo di Rummenigge e con il contemporaneo approdo in nerazzurro di Andreas Brehme e successivamente di Jurgen Klinsmann (nell'estate successiva del 1989).

                                                                                                 Matthaus, Brehme, Berti, Bianchi, Ramon Diaz

Arrivato in nerazzurro, i numeri con cui era abituato a giocare Matthäus, vale a dire il sei e l’otto, erano già occupati da Gianfranco Matteoli e Nicola Berti. Ecco, dunque, per Lothar una nuova interpretazione del numero dieci, posizione perfettamente studiata per lui dal Trap. In maglia nerazzurra sarà uno dei maggiori artefici dello Scudetto dei Record, anno 1988/1989, che ancora oggi costituisce il punteggio più alto mai realizzato in un campionato a 18 squadre e con 2 punti a vittoria. Eclettico come non mai, trascina i compagni alla vittoria, riuscendo persino a migliorare la sua abilità offensiva con l’aiuto di Giovanni Trapattoni, che ne modifica la posizione in campo per sfruttarne al massimo le capacità balistiche. Sono 12 le sue realizzazioni stagionali, con 9 gol in Serie A, di cui il primo nel 4-1 interno sul Pisa e l'ultimo nel 4-2 sempre a San Siro sull'Atalanta. Sempre suo il sigillo tricolore alla 30° giornata nel 2-1 decisivo ai fini della matematica certezza contro il Napoli di Maradona.

 

 

Sono invece 13 le reti complessive nella stagione successiva 1989/1990, in cui Matthaus vince la Supercoppa Italiana con i nerazzurri (ma contro la Sampdoria non scese in campo) e approccia al Mondiale, che lo consacrerà definitivamente, dando l’impressione di essere ormai diventato un giocatore totale, micidiale e sempre a suo agio in qualsiasi zona dei due reparti, supportato da una condizione atletica eccellente. Con 4 reti e la fascia di Capitano al braccio, trascina la sua Germania fino in fondo ad Italia '90, di cui due alla Jugoslavia nel match d'esordio e una agli Emirati Arabi Uniti nella seconda gara del Girone D. Germania che agli Ottavi farà fuori l'Olanda per 2-1, nel match famoso per le espulsioni contemporanee di Rijkaard e Voeller. Matthaus è decisivo ai Quarti con la Cecoslovacchia (1-0), mentre la strada verso il terzo titolo Mondiale si chiude con la Semifinale vinta sull'Inghilterra ai rigori e con la Finale dell'Olimpico con l'1-0 di Brehme su penalty contro l'Argentina di Maradona. A fine stagione per Matthaus saranno Pallone d'Oro (primo giocatore dell'Inter a riceverlo), mentre nel 1991 si aggiudica la prima edizione del Fifa World Player.

 

Altre due sono le stagioni vissute in nerazzurro, prima di tornare nella sua baviera e nel suo Bayern Monaco. La prima quella post Mondiale, dove vince la prima Coppa Uefa dei nerazzurri, con ben 6 reti nella competizione, compreso il gol nella Finale d'andata contro la Roma (2-0 con sconfitta per 0-1 al ritorno all'Olimpico). 16 sono invece i gol messi a segno in Serie A, suo miglior score personale nel campionato italiano, con nerazzurri che chiusero al 3° posto, dopo aver battagliato per lo Scudetto con la Sampdoria di Vialli e Mancini (che vinse a San Siro per 2-0 chiudendo di fatto i giochi nello scontro diretto). In tono decisamente minore fù l'ultima stagione "italiana", con soli 5 gol all'attivo e un 1991/1992 vissuto tra la crisi della squadra, passata da Corrado Orrico a Luis Suárez, dopo il ritorno nell'estate del 1991 di Trapattoni alla Juventus. Il 12 aprile 1992, contro il Parma, Matthäus ebbe un grave infortunio: rottura dei legamenti del ginocchio, cosi di comune accordo con la società, venne torna al Bayern Monaco per 3 miliardi di lire.

Lothar Matthaus - l'eternità al Bayern e la delusione Finale

La seconda esperienza del tedesco tornato in patria, nel suo Bayern Monaco è un insieme trionfale, di quanto aveva raccolto nella sua intera carriera calcistica. Esperienza, personalità e capacità di trascinare i compagni, nella nuova e definitiva posizione di libero al centro della difesa, con cui in sostanza porta il calcio tedesco fino ai primi anni 2000, seguito poi dalla rifondazione di cui dal Mondiale del 2014 in poi ne vediamo i frutti. Sono 8 i gol nel 1992/1993, con titolo al Werder Brema. Il suo 4° Scudetto tedesco (5° in totale contando quello all'Inter) arriverà l'anno successivo, iniziato con Erich Ribbeck e concluso con Franz Beckenbauer, in cui Mattheus realizza 10 gol stagionali trionfando in Bundesliga all'ultima giornata, con un punto di vantaggio sul Kaiserslautern.
Nell'estate del 1994 partecipa ovviamente al Mondiale americano con fascia di Capitano al braccio, dove realizza un gol nel Quarto di Finale perso per 2-1 contro la Bulgaria. Nel frattempo al Bayern arriva Giovanni Trapattoni, con cui si ricongiunge dopo l'esperienza all'Inter. Stavolta il rapporto non è propriamente idilliaco come i tempi in nerazzurro, per via della sua stabilità tattica da libero, contro un Trap che vuole riportarlo alla sua vecchia posizione. In tre anni insieme il Bayern comunque vince una Bundesliga (nel 1996/1997, erano gli anni del grande Borussia Dortmund di Ottmar Hitzfeld, poi al Bayern) e due Coppe di Germania.

 

L'arrivo di Ottmar Hitzfeld sulla panchina dei bavaresi nel 1997/1998, porta al 2° posto e alla qualificazione in Champions League (campionato vinto dal Kaiserslautern), per quello che sarà l'unico vero ed effettivo rimpianto di una carriera ricca di successi, che lo porta prima a Francia '98, in quello che sarà il suo quinto e ultimo Mondiale, diventando di fatto il calciatore ad aver partecipato al maggior numero di edizioni (5 come i messicani Carbajal e Rafa Marquez), il calciatore ad aver il maggior numero di convocazioni (oltre ai sopracitati c'è anche Gianluigi Buffon) e soprattutto, il giocatore con il maggior numero di presenze in una fase finale di un Mondiale (25, in una particolare classifica in cui precede Miro Klose e Paolo Maldini).

Tornando alla Finale del Camp Nou con il Manchester United di Alex Ferguson, passata alla storia per la rimonta firmata Sheringham e Solskjaer, il vero rimpianto è la sostituzione ricevuta al 35° del secondo tempo con Thorsten Fink, dieci minuti prima dell'1-1 dei Red Devils, con ovazione del pubblico di Barcellona per una carriera straordinaria e che sembrava presagire l'unico alloro, che manca effettivamente alla sua lunga bacheca. Chiuderà effettivamente la carriera al Metrostars di New York e con l'Europeo in Olanda e Belgio, fermando il conto a 201 reti tra Moenchengladbach, Bayern, Inter e Nazionale su di un totale di 770 gare disputate tra il 1979 e il 2000, aggiungendo 60 assist e una sola espulsione ricevuta in carriera (per doppio giallo in Bundesliga).

 

Inizierà immediatamente la carriera di allenatore, che sarà però meno fortunata della precedente, che lo porta comunque a vincere due campionati, uno in Serbia alla guida del Partizan Belgrado nel 2002/2003 e uno come vice di Trapattoni al Salisburgo in Austria. Rapid Vienna, Athletico Paranaense, Maccabi Netanya, Racing Club di Avellaneda le altre squadre da lui allenate, con due esperienze come C.T., prima in Ungheria, poi l'ultimo incarico in ordine cronologico come Commissario Tecnico della Bulgaria nel 2010/2011. Oggi è uno degli ambasciatori scelti dall'Uefa per il prossimo Europeo, rinviato al 2021, inoltre è uno dei talent di Sky Sport in Germania.

 

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       Fabrizio Consalvi

Un fenomeno con il fisico di un robot. Un goleador come francamente se ne sono visti pochi, per regolarità realizzativa e continuità di rendimento. Un attaccante capace di svariare, nel corso di tutta la sua carriera, da prima a seconda punta, aprendo lo spazio agli inserimenti delle mezzali. Un campione assoluto che risponde al nome di Andriy Shevchenko, nato a Dvirkivscyna, vicino Kiev dove si è trasferito con la sua famiglia all'età di 3 anni e da dove è costretto a scappare dopo il disastro nucleare di Chernobyl. Atleticamente aveva tutto, corsa, grande forza fisica, colpo di testa, capacità d'inserimento senza palla, dribbling, tiro dalla distanza. In quest'epoca di attaccanti completi, ossia capaci di saper giocare su tutto il fronte d'attacco e di scomparire quando serve (falso nove), lui è stato forse il primo vero prototipo, ed era fantastico.

Andriy Shevchenko - la Dinamo Kiev e il sergente Valerij

Attira l'attenzione giovanissimo di un talent-scout ucraino, che lo nota in una speciale prova di dribbling per l'ammissione alla scuola specialistica di Kiev. Non la supera, ma arriva la Dinamo Kiev e inizia il percorso nelle giovanili della più importante scuola calcistica ucraina e una delle maggiori dell'ex Unione Sovietica. Il suo primo campionato professionistico è datato nel 1994/95, quando da capocannoniere della seconda squadra della Dinamo con 12 reti, fa il suo esordio in campionato, nella Premier-Liga ucraina, in Shakhtar Donestk - Dinamo Kiev 1-3, mentre trova il suo primo e unico gol stagionale contro il Dnipro. Al suo debutto segna anche in Champions League, chiudendo con un gol in due partite e diventando capocannoniere della Coppa d'Ucraina con 6 reti in 8 gare, vincendo il trofeo cosi come il campionato e arrivando per la prima volta in Nazionale.

 

In attacco alla Dinamo di Lobanovski, fa coppia con Rebrov dominando di fatto il campionato ucraino per cinque stagioni consecutive. L'annata 1995/96 è caratterizzata da 16 gol in 31 gare di campionato (secondo in classifica marcatori, vinta da Rebrov), con Dinamo che si aggiudicherà anche la Coppa Nazionale. 2 invece saranno i gol in Champions di Sheva, entrambi messi a segno contro l'Allborg, compagine danese nelle qualificazioni. La stagione 1996/97 viene vissuta a metà a causa di un infortunio e le sue reti sono 6 in 20 partite totali, senza poter disputare la Champions League, ma sarà l'anno successivo quello che della definitiva esplosione. Vince un altro campionato e un'altra Coppa Nazionale, con 19 gol in 23 partite disputate in patria, ma è la Champions e il percorso nel Girone C a farlo diventare già grande. Match d'esordio ad Eindhoven con il Psv e vittoria, 1-3 con gol di Sheva. Si ripete nel 2-2 casalingo con il Newcastle di Shearer e va ancora a segno nel 3-0 al Barcellona. Non basta, perchè al Camp Nou il 5 Novembre 1997 regala una prestazione letteralmente sontuosa realizzando una tripletta nello 0-4 con cui la Dinamo abbatte i blaugrana. Chiude il tutto con la rete al Psv Eindhoven in casa, che vale i Quarti di Finale, da cui sarà eliminato dalla Juventus di Del Piero, Zidane e Inzaghi.

Discorso a parte merita il metodo d'allenamento del Sergente Valerij Lobanovski, che sarà approfondito in un apposito capitolo, dedicato all'ex Commissario Tecnico dell'Unione Sovietica ai Mondiali del 1986 in Messico e allo storico allenatore della Dinamo. Tornando a Shevchenko (uno dei pochi a reggere in pieno i metodi d'insegnamento del tecnico e la cosa sarà anche divertente i primi giorni a Milano), nel 1997 viene eletto miglior giocatore del campionato e miglior calciatore ucraino dell'anno. Nella stagione 1998/99, l'ultima a Kiev, segna 33 gol stagionali in totale, vincendo nuovamente il double (campionato e Coppa Nazionale) e per la prima volta la classifica marcatori del campionato ucraino con 18 gol.

 

Nella stessa stagione con raggiunge la Semifinale della Champions League, dove la Dinamo viene eliminata dal Bayern Monaco, che perderà la Finale al Camp Nou contro il Manchester United di Alex Ferguson. Sheva diventa, insieme a Dwight Yorke, capocannoniere della massima manifestazione continentale con 8 gol segnati, 10 considerando anche i turni preliminari (di cui tre in due partite inflitti al Real Madrid nei Quarti di Finale) e viene eletto miglior attaccante della competizione. Alla fine dell'anno si piazza al terzo posto nell'edizione 1999 del Pallone d'Oro. Chiude la sua esperienza in patria, vincendo 5 campionati e 3 Coppe d'Ucraina.

Andriy Shevchenko - l'arrivo al Milan

L'attaccante viene acquistato dal Milan per 23,91 milioni di Euro (47 miliardi dell'epoca) e l'annuncio viene dato prima dalla Dinamo Kiev e poi dalla società rossonera intorno al Maggio del 1999, per permettere un ambientamento in Italia migliore. Galliani e Braida ci avevano visto giusto, perchè Shevchenko va in gol nel suo secondo match ufficiale in rossonero, prima di campionato 1999/2000, Lecce - Milan 2-2, mentre l'esordio era arrivato nel ko di Supercoppa contro il Parma con risultato di 1-2 per gli emiliani. I rossoneri reduci dallo Scudetto 98/99 con Zaccheroni in panchina e la rimonta sulla Lazio di Eriksson, non vivranno una stagione esaltante, ma Andriy Shevchenko segna la bellezza di 23 gol in campionato, diventando capocannoniere nell'anno d'esordio, il secondo straniero a riuscirci dopo Platini. Due le triplette da ricordare, quella alla Lazio e al Perugia, mentre si classifica sempre al 3° posto nella graduatoria del Pallone d'Oro vinto dal portoghese Luis Figo.

La stagione successiva, iniziata con Zaccheroni e conclusa con Mauro Tassotti in panchina è anche migliore dal punto di vista realizzativo, con 24 gol in campionato e 34 in totale, contando anche Champions League e Coppa Italia. Sono 9 i gol messi a segno nella massima rassegna continentale, dalle due doppiette decisive nelle qualificazioni contro la Dinamo Zagabria, alla doppietta al Besiktas all'esordio nel Girone H. Segnerà ancora al Besiktas cosi come al Galatasaray nel Girone 2 e al Deportivo La Coruna, con Milan che venne eliminato dalla competizione.

La svolta per i rossoneri arriva a metà della stagione 2001/2002 con l'esonero di Fatih Terim e il ritorno, ma da allenatore di Carlo Ancelotti. I gol di Sheva sono 17 in 38 gare totali, contando anche i 3 in Coppa Uefa in una delle rare partecipazioni del Milan dell'epoca nella seconda manifestazione continentale, chiusa in Semifinale, dove i rossoneri vengono eliminati dal Borussia Dortmund. Milan che termina il campionato al 4° posto, fondamentale per l'accesso in Champions e per quello che sappiamo, che accadrà la stagione successiva.

 

Andriy Shevchenko - un rigore da Champions League

Sarà infatti il 2002/2003 a consacrarlo definitivamente, raggiungendo l'ambita Coppa dalle grandi orecchie, che in rossonero mancava dal 1995 (Finale con il Barcellona di Crujiff). Shevchenko in realtà non vive una stagione esaltante dal punto di vista realizzativo, a causa di un infortunio al menisco esterno del ginocchio sinistro, che lo lascia diversi mesi fuori dai campi di gioco. Segnerà un totale di 5 gol in 24 gare di campionato, chiuso al 3° posto, ma è in Champions League che da letteralmente il meglio di se. Gol al Lens in trasferta nel Girone G, gol decisivo contro il Real Madrid a San Siro (1-0) nel Girone 3. Va a segno nei Quarti di Finale con l'Ajax nel match di ritorno terminato 3-2 e deciso da Inzaghi e soprattutto, trova il gol qualificazione nel ritorno del derby di Semifinale contro l'Inter (0-0 l'andata, 1-1 il ritorno con gol nerazzurro di Martins). Nella Finale di Manchester contro la Juventus, è lui a decidere la lotteria dei rigori, battendo Buffon e alzando insieme ai suoi compagni la Champions League. Infine tre giorni dopo conquisterà anche la Coppa Italia con i rossoneri.

 

Il momento d'oro prosegue anche all'inizio della stagione successiva, siglando il gol decisivo nella Supercoppa Europea disputata a Montecarlo, 1-0 sul Porto di Mourinho, suo futuro allenatore, mentre è in campionato che da il meglio di se con 24 gol su 32 partite giocate, titolo di capocannoniere e Scudetto, con rete nel match decisivo a San Siro contro la Roma di CapelloAncelotti trova infatti la formula perfetta, con Kaka alle spalle del duo Sheva - Inzaghi oppure il famoso albero di Natale, dove l'attaccante ucraino è il perfetto terminale offensivo, in grado di aprire gli spazi per gli inserimenti di Seedorf e Kaka, senza contare la maestria di Pirlo. Sono 4 invece le realizzazioni in Champions League, con doppietta allo Sparta Praga nella gara di ritorno degli Ottavi e gol nell'andata dei Quarti con il Deportivo, 4-1 che verrà ribaltato dagli spagnoli nel ritorno.

 

La stagione 2004/2005 si apre come meglio non si poteva, con la tripletta decisiva nella Supercoppa Italiana contro la Lazio, disputata a San Siro e il Pallone d'Oro conquistato nel dicembre del 2004, primo calciatore ucraino a riuscire nell'impresa. In Serie A si ferma si fa per dire, a quota 17 reti su 29 gare disputate, con l'ausilio di 6 assist, mentre ancora in Champions da il meglio di se, con 6 gol su 10 gare, andando a segno consecutivamente con Celtic Glasgow (3-1 a San Siro) e la doppia sfida al Barcellona (1-0 e gol decisivo in casa e ko 2-1 al Camp Nou). Sarà decisivo anche ai Quarti di Finale di nuovo contro l'Inter (2-0 e 0-3), cosi come nel 2-0 interno al Psv Eindhoven. La Finale è contro il Liverpool, dove Sheva firma un assist per il 2-0 momentaneo di Crespo, ma i reds rimontano dallo 0-3 e ai rigori, l'ucraino si fa parare l'ultimo tentativo da Jerzy Dudek.

Si arriva cosi al 2005/2006, l'ultima in rossonero prima dell'approdo al Chelsea. Sigla ben 19 gol in 28 partite in campionato, mentre di nuovo in Champions chiude da capocannoniere della competizione, con 9 realizzazioni su 12 partite, con quaterna al Fenerbache, un record che condivide con Van Basten, Prso, Simone Inzaghi, Van Nistelrooij, Messi, Gomis, Mario Gomez, Lewandowski, Ibrahimovic, Luiz Adriano, Cristiano Ronaldo e IlicicMilan che viene eliminato dalla competizione dal Barcellona (futuro Campione d'Europa nella Finale di Parigi contro l'Arsenal).

 

Il 7 Maggio 2006 lascia il campo per via di un infortunio nel match interno contro il Parma, mentre il susseguirsi di voci sul suo addio e conseguente arrivo al Chelsea viene spento dallo stesso attaccante, dopo un incontro con il Presidente Silvio Berlusconi"È inutile nascondere le cose. Quando sono andato dal Presidente abbiamo parlato di tante cose, tra cui la possibilità di cambiare squadra. Per ora ne stiamo solo discutendo, non c'è nulla di deciso. Ma voglio chiarire che una mia eventuale partenza non sarebbe da mettere in relazione al mio rapporto con il Milan che resta affettuoso o ai legami con allenatore e compagni. Sarebbe una decisione presa esclusivamente per la mia famiglia. Voglio dire ai miei tifosi che sono e saranno sempre importanti per me. Dopo sette anni al Milan, devo valutare bene le cose". Dichiarazioni alle quali successivamente faranno seguito quelle che sanciscono l'addio definitivo: "Lascio per motivi familiari, ringrazio la società per tutto quello che mi ha dato e anche perché mi ha ascoltato e ha valutato la mia volontà di trasferimento. Non c'è un problema di rapporti e men che meno un problema economico".

Andriy Shevchenko - il Chelsea e il declino

Viene annunciato dalla società blues, con un comunicato il 31 Maggio del 2006. Shevchenko si unisce alla nuova squadra dopo i Mondiali in Germania, dove guida per la prima volta in assoluto l'Ucraina alla rassegna iridata. Segna due gol contro Arabia Saudita e Turchia, all'interno del Girone H, dove l'Ucraina si qualifica insieme alla Spagna. Viene infine eliminato dall'Italia di Lippi ai Quarti di Finale. Al Chelsea sceglie la sua maglia numero 7 e l'avventura inglese, inizia come meglio non si poteva in termini realizzativi. Gol del momentaneo pari (con bacio alla maglia da cui ne scaturirono polemiche tra i tifosi rossoneri) in Community Shield contro il Liverpool, nel match poi perso per 2-1. Al Chelsea però l'aria non è la stessa di Milano, l'ambientamento a Londra è complicato e il gruppo dei blues di Mourinho era già definito, con Drogba prima punta. Le apparizioni sono 30 in Premier League, con soli 4 gol all'attivo e 7 assist, mentre 3 sono i gol in FA Cup, cosi come in Coppa di Lega. E' sempre in Champions dove Sheva trova l'ispirazione migliore, andando a segno in 3 occasioni, con Levski Sofia nell'ultima gara del Girone A, nell'1-1 di Oporto ed è decisivo ai Quarti di Finale al Mestalla contro il Valencia. Chelsea che verrà eliminato in Semifinale dal Liverpool di Benitez (poi battuto in Finale proprio dal suo ex Milan).

 

La stagione successiva 2007/2008 è ancora peggiore, sia in termini di match disputati che di gol fatti, tanto da venir definito come il peggior affare degli ultimi dieci anni in Premier League dal Sun, tabloid inglese. Sono 5 i gol realizzati in campionato, uno solo in Champions League, contro il Rosenborg con Mourinho ancora in panchina (verrà esonerato dopo il match di ritorno con i norvegesi). Il Chelsea viene allenato per il resto della stagione da Avraham Grant e nella massima competizione europea, Sheva trova spazio solo per un minuto nella Semifinale di ritorno contro il Liverpool. Neppure schierato in Finale a Mosca contro lo United, che vincerà ai rigori.

Torna quindi al Milan, in prestito con diritto di riscatto, ma sarà una stagione totalmente incolore. Indossa 76 in luogo della numero 7, ora sulle spalle di Alexandre Pato e non va mai a segno in campionato, su 18 presenze totali, firmando soli 2 gol, uno in Coppa Uefa contro lo Zurigo e uno in Coppa Italia contro la Lazio. Chiude quindi definitivamente la sua esperienza al Milan con 127 gol fatti su 226 presenze in Serie A, contando anche Champions League, Coppa Uefa, Coppa Italia e supercoppe, sono 175 i gol realizzati in rossonero, secondo marcatore di tutti i tempi, dietro solo a Gunnar Nordhal con 221 reti.

 

Al Chelsea invece i numeri sono di 22 gol su 77 partite. Torna quindi alla Dinamo Kiev, firmando un contratto biennale e torna ad indossare la numero 7. Il campionato ucraino ora è dominato dallo Shakhtar Donetsk e la sua Dinamo chiude al secondo posto, Sheva gioca anche più dietro rispetto al passato e realizza 8 gol su 30 gare totali, con rete in Champions all'Inter futura Campione d'Europa nell'1-2 di Kiev. Nelle ultime due stagioni prima del ritiro le sue medie si alzano, con 16 gol su 32 gare nel 2010/2011 e 6 gol su 22 nel 2011/2012. Ufficialmente chiude la sua carriera all'Europeo del 2012 disputato in casa, dove va a segno con una doppietta nel match d'esordio dell'Ucraina contro la Svezia, vinto per 2-1. Ora è il Commissario Tecnico della sua Nazionale, incarico offerto già nel 2012 dal Presidente della Federazione Anatoliy Konkov, ma rifiutato da Sheva, perchè troppo prematuro a poco dal ritiro. Entra quindi a far parte dello staff di Mykhaylo Fomenko nel 2016 e sostituisce l'ex allenatore dell'Ucraina subito dopo gli Europei del 2016. Porta con se nel suo staff Mauro Tassotti.

 

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       Fabrizio Consalvi

Un impresa straordinaria e per certi versi irripetibile, inserita in un'annata quella del 2004 che già di per se si presentava come unica. Perchè la vittoria della Grecia agli Europei disputati in Portogallo è un caso ancora più eclatante di favola sportiva, meglio ancora della Danimarca del 1992, che di talenti e colonne portanti ne aveva, da Schmeichel in porta ai due Laudrup, mentre la formula della competizione, con sole 8 squadre partecipanti inserite in 2 gironi, favoriva in un certo senso un possibile exploit. Ma nel 2004 le finaliste erano già 16 e nel giorno dell'inaugurazione la vittoria della Grecia difensivista di Otto Rehhagel (uno che in Germania ha vinto due Bundesliga e una Coppa delle Coppe con il Werder Brema, salvo ripetersi e farlo in grande stile con il Kaiserslautern di un giovane Miro Klose, trascinato prima alla promozione in Bundesliga e poi al trionfo) probabilmente non era neanche nei migliori pronostici. Eppure già la Champions League con il successo del Porto di Mourinho avrebbe dovuto fare da insegnamento.

La Grecia di Otto Rehhagel: la squadra

"Il discorso sulla Grecia che giocava male non mi ha mai disturbato. Dove c'è scritto come si deve giocare a calcio? Io ho allenato la mia squadra in base alle caratteristiche dei calciatori che c'erano. Se avessi avuto Xavi, Iniesta e Messi, il nostro stile sarebbe stato sicuramente più offensivo. La verità è che abbiamo lavorato in modo intelligente sul campo, mentre gli altri ci hanno sottovalutato". Queste sono le parole che il tecnico tedesco ha rilasciato nel corso di un intervista datata 2015 e niente è di più vero. Un 4-5-1 molto stretto, con Nikopolidis in porta e una linea di difesa a quattro composta da Seitaridis, Kapsis, l'ex giallorosso Troianos Dellas e Fyssas, centrocampo a cinque con Katsouranis play-maker, Zagorakis e Basinas come mezzali, Charisteas (il giocatore più rappresentativo) e Giannakopoulos sui lati e Zisis Vryzas (un passato da attaccante con Perugia, Fiorentina e Torino) come unico alfiere.

                                                                                                                     Grecia Europei 2004, LineUp

 

Grecia Campione: il cammino

L'inizio fù talmente esaltante da non far capire che quella sarebbe stata anche la fine. Gara d'inaugurazione all'Estadio do Dragao di Oporto contro i padroni di casa del Portogallo, non certo con la formazione che conosciamo oggi, ma in un epoca in cui potevano schierare contemporaneamente Figo, Rui Costa, Deco, Pauleta e un certo Cristiano Ronaldo, che andò anche a segno per l'1-2 finale, perchè al 7' la Grecia si portò in vantaggio con l'ex Inter Karagounis e raddoppiò su rigore con Basinas ad inizio ripresa. Portogallo che vinse le successive due partite del Gruppo A con Spagna (la favorita del raggruppamento) e Russia, mentre Grecia che ottenne il punto poi diventato decisivo con le Furie Rosse (1-1 con gol di Morientes e rete di Charisteas). Ellenici a quota 4 cosi come la Spagna, ma con una differenza reti migliore, perchè il ko degli iberici nel derby con il Portogallo costò caro e il gol di Vryzas nella sconfitta con la Russia già eliminata valse la prima storica qualificazione ai Quarti di Finale.

 

Già solo l'andamento del Girone A sarebbe bastato per capire l'andamento di un Europeo straordinario, cosi come francamente irripetibile, ma le Furie Rosse dell'epoca non erano ancora la Nazionale che avrebbe dominato l'Europa e il Mondo dal 2008 al 2012 (un Mondiale e due Europei consecutivi) e anzi, vivevano ancora con la sindrome di bella incompiuta che ha caratterizzato la Nazionale spagnola fino alla vittoria in Austria-Svizzera. Il Girone B non tradì le attese con Francia e Inghilterra comodamente ai Quarti di Finale e come non ricordare la doppietta di Zidane (punizione e rigore) alla Nazionale dei Tre Leoni nel 2-1 conclusivo, ma è nel Girone C cosi come nel Girone D che iniziarono ad arrivare le sorprese più grandi, fuori Italia e Germania in un colpo solo, con gli azzurri di Trapattoni condannati da Ibrahimovic e dal successivo ormai famoso "biscotto" tra Svezia e Danimarca e i teutonici eliminati da Olanda e Repubblica Ceca senza neanche vincere una partita (cosa più unica che rara per una Nazionale abituata ad arrivare sempre fondo).

Grecia Campione: l'apoteosi

Ed è qui che inizia la vera strada verso la gloria degli ellenici, che al turno successivo incrociano la Francia Campione d'Europa uscente, allenata da quel tecnico cosi amato che risponde al nome di Raymond Domenech e allo Stadio Josè Alvalade di Lisbona, arriva la prima grande impresa degli Europei, con lo 0-1 finale e il gol di Charisteas al 20' del secondo tempo, ancora decisivo e Grecia in Semifinale. Non basta, perchè se Portogallo e Olanda regolano Inghilterra e Svezia ai rigori, la Repubblica Ceca di Milan Baros, Ian Koller e un certo Pavel Nedved continua la sua marcia senza sosta, regolando la Danimarca senza problemi.

Ed è qui che arriva la seconda impresa in pochi giorni. Di fronte ci sono la compagine ellenica di Otto Rehhagel e proprio la Repubblica Ceca, che dopo la Finale del 1996 vogliono stavolta andare fino in fondo e si presentano all'Estadio do Dragao di Oporto con un cammino perfetto, 4 vittorie su 4 dopo aver regolato Olanda, Germania, Lettonia e Danimarca. La gara è assai lunga e bloccata e passa alla storia, per il silver-gol di Troianos Dellas su azione d'angolo al 15' del primo tempo supplementare. Risultato? Repubblica Ceca eliminata, Grecia straordinariamente in Finale, ma di straordinario c'è anche l'avversario, proprio quel Portogallo incontrato nel match d'inaugurazione e di nuovo di fronte, da padrone di casa dopo il 2-1 firmato Ronaldo e Maniche sull'Olanda, ancora eterna incompiuta.

 

Mai infatti prima di allora e cosa mai accaduta anche dopo, la Finale di un edizione di una grande manifestazione per Nazionali, Europei e Mondiali si è chiusa con la stessa gara che è stata d'inaugurazione. Portogallo - Grecia diede inizio e chiuse l'Europeo del 2004 e la cosa è ancor più straordinaria, se consideriamo che il risultato in fondo, è stato esattamente lo stesso. 1-2 al Do Dragao per aprire quell'edizione, 0-1 al Da Luz di Lisbona (casa del Benfica) e Grecia Campione d'Europa, il tutto dopo un primo tempo senza grandi occasioni da rete, con ancora Charisteas a firmare lo storico gol decisivo, quando al 12' del secondo tempo su angolo di Basinas è saltato più in alto di tutti e ha battuto di testa il portiere Ricardo. Il Portogallo ha provato in tutti i modi a realizzare il gol del pari, ma la retroguardia avversaria si è dimostrata insuperabile fino al fischio finale, lusitani che per dimenticare quella delusione hanno dovuto attendere altri 12 anni e precisamente gli Europei del 2016 in Francia. Per la Grecia si è trattato del primo, storico e irripetibile successo nella competizione.

 

 

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       Fabrizio Consalvi

Genio e sregolatezza, la perfetta sintesi dell’asinello, “El Burrito”, Ariel Ortega. E’ un dieci, argentino, e già questo basta per avere su di se tutte le pressioni del mondo in una nazione che all’inizio degli anni novanta cerca invano l’erede di Diego. Ariel è un’adolescenza difficile, il calcio è la sua valvola di sfoga, ed il pallone prova a farlo diventare uomo prima del previsto. Ha solo diciassette anni quando il River Plate, la squadra della sua vita, lo fa esordire in Prima Divisione a soli 17 anni. E’ il classico fantasista di quel periodo, fuori dagli schemi per professione, capace di incendiare il pubblico con i suoi pallonetti e i suoi dribbling. Il River lo accoglie, il pubblico inizia ad amarlo e lui ricambia, perché dopo l’esordio nella stagione successiva mette insieme 22 presenze e tre gol.

 

La Carriera di Ariel Ortega

 

Si comincia a parlare di lui anche oltre confine, Ortega si prende la squadra e tra il 1991 e il 1994, con Passarella in panchina, vince tre titoli d’Apertura. Il 1994 è un anno che il Burrito non dimentica facilmente. Il 30 Aprile si gioca probabilmente la partita più importante della sua carriera. E’ il clasico d’Argentina, il River è ospite del Boca, dove non vince da otto anni. La coppia d’attacco dei biancorossi è formata da Ortega e Valdanito, all’anagrafe Hernan Crespo. Ariel è in palla e sigla il gol dell’uno a zero, su assist di Crespo, con il futuro centravanti di Parma e Lazio che firma il due a zero finale. Sarà una giornata storica, ma non solo per vicende di campo. A fine partita una sparatoria costerà la vita a due tifosi del River, il calcio è anche questo in Argentina. Le sue prestazioni, però, non passano inosservate e Ortega si guadagna da giovanissimo una maglia per il Mondiale del 1994 negli Usa, che tutti gli argentini ricorderanno purtroppo per l’efedrina di Diego, e non per le prestazioni dell’albiceleste. La strada verso il successo, però, è tracciata. La seconda giornata che Ariel Ortega e tutti i suoi estimatori non dimenticano è quella del 26 Giugno del 1996.

 

Ariel Ortega, gol, magie e assist in Carriera

 

Si gioca la finale di ritorno della Libertadores contro l’America de Cali, che ha vinto l’andata per uno a zero. E’ il River di Ramond Diaz allenatore, di Crespo e Ortega, ma anche di Francescoli, Sorin, Almeyda e Gallardo, non certo gli ultimi della classe. Pronti via e il River mette la quarta. Almeyda si guarda intorno e pesca Ortega sulla destra, corsa in solitaria e cross al centro per Crespo che di interno destro mette in rete. Nella ripresa è sempre il Burrito protagonista, azione personale, il portiere esce per arginarlo, sbaglia il rilancio, Escudero pesca Crespo per il due a zero. E’ l’apoteosi del River, è il giorno in cui Ortega capisce che può prendersi l’Argentina e il mondo del calcio, ma sarà forse anche l’ultimo nel quale tutti possono sognarlo come l’erede di Diego, perché da li in avanti, delle fattezze del Pibe de Oro, avrà veramente poco.

Dall’Argentina alla Spagna il passaggio è quasi obbligato, la lingua aiuta, ma il Valencia non si rivelerà la scelta migliore. In panchina c’è un italiano, Claudio Ranieri, che ha iniziato a girare il mondo ma che vede ancora un calcio schematico, ed il Burrito in questo non riesce proprio a starci. Gioca ma non si prende mai con il tecnico, a cui rinfaccia sulle pagine dei giornali di averlo deluso per avergli fatto credere di giocare titolare e poi averlo spedito in panchina. E’ la goccia fa traboccare il vaso, che lancia Ortega via dalla Spagna.

Le sue giocate hanno però lasciato il segno, 9 gol in 29 partite sono un ottimo biglietto da visita per chi, ai Mondiali del 1998 in Francia, si presenta con il dieci sulle spalle. Sarà la migliore esibizione di Ortega in campo internazionale ma, come sempre, sarà gioia e dolore, genio e sregolatezza, come sempre nella sua carriera. Fornisce tre assist, due a Batistuta, contro Giappone, Croazia e Giamaica, in quest’ultima sfida si toglie lo sfizio di segnare una doppietta. E’ in campo, da protagonista, nella vittoria storica contro l’Inghilterra del golden boy Owen e dell’espulsione di Beckham. Sarà un proprio un cartellino rosso, però, a segnare la fine dell’esperienza argentina, contro l’Olanda di Bergkamp, che ai quarti fa fuori l’Argentina con Ortega costetto agli spogliatoi all’87’ per una testata a Van der Saar.

 

Ariel Ortega con la maglia della Sampdoria
Ariel Ortega con la maglia della Sampdoria

 

Il Mondiale è alle spalle, e Ortega è pronto per l’esperienza in Italia, nell’epoca in cui i grandi del mondo vengono a misurare le loro qualità. Non è una formazione di primissimo piano a sceglierlo, è la Sampdoria lontana dai fasti di Vialli e Mancini, con ques’ultimo da poco alla Lazio. I doriani sborsano la bellezza di 23 miliardi per assicurarselo, è chiamato a innescare Vincenzo Montella anche se l’aereoplanino starà spesso fuori per infortunio.

 

Il gol di Ariel Ortega in Sampdoria - Inter 4-0

 

La sua stagione, come la sua vita calcistica, è tutto un alti e bassi. Lui segna 8 reti in 27 partite, a volte sparisce dal campo, altre incanta come il pallonetto in occasione del 4-0 all’Inter. La Samp, però, sprofonda. Con Spalletti in panchina, ma senza Montella in campo, scende in classifica, il tecnico dei toscani viene rilevato da Platt, che dopo poche giornate rassegna le dimissioni, torna Luciano ma non riesce a salvare la squadra. Ortega sembra il ritratto perfetto di quella squadra, imprevedibile, di talento, ma che manca nel momento decisivo, quando occorre abbinare la concretezza alla fantasia. La Samp retrocede, ma Ortega trova presto una nuova formazione che vuole scommettere su di lui.

 

Ariel Ortega con la maglia del Parma
Ariel Ortega con la maglia del Parma

 

28 miliardi nelle casse doriane e Ariel fa le valigie per approdare al Parma, in una squadra che in quel momento è una delle migliori d’Italia. Prende, nell’immaginario collettivo, il posto di Veron, altro argentino, passato alla Lazio. In panchina c’è Malesani, non si può non parlare di calcio offensivo, ma Ortega non è uno dei protagonisti principali di quel Parma. Non gioca sempre, e quando lo fa non incide come vorrebbe. Alla fine dell’anno saranno solo 19 presenze e tre gol, troppo poche per uno che pochi anni prima era considerato l’erede di Diego. Inizia, da qui, una fase particolare della carriera di Ortega, sempre in bilico tra la resurrezione e lo smarrimento totale. Torna in Argentina, la sua patria, ancora al River Plate, dove ritrova il campo e i gol. Saranno 23 in 56 partite, tanti per un trequartista che si guadagna cosi il pass per il terzo mondiale della sua carriera, quello in Giappone e Corea del 2002. E’ un Argentina che parte con i favori del pronostico, per i giocatori e per il tecnico, Marcelo Bielsa, ma sarà una di quelle esperienze che i tifosi faticheranno a dimenticare. L’Argentina esce nel girone, e Ariel non assaggia neanche lontanamente il campo salutando, dopo qualche mese, la selezione che ritroverà solo per un’amichevole contro Haiti nel 2010, quando si consuma il suo addio.

 

Ariel Ortega con la maglia dell'Argentina
Ariel Ortega con la maglia dell'Argentina

 

La disfatta porta il Burrito a partire, ancora. Se ne va in Turchia, ed è facile immaginare che non si tratti di una grande scelta. Con il Fenerbahce gioca 14 gare e segna 5 gol, poi nel corso di un raduno della nazionale torna in patria e non si fa più vedere. Il club lo denuncia alla Fifa, lui si prende 10 milioni di dollari di multa e smette con il calcio per un po’. Nel 2004 torna Ortega, e lo fa ancora in Argentina, stavolta con la maglia del Newell’s Old Boys. Con il pallone tra i piedi Ortega è sempre Ortega, porta la squadra a vincere, dopo 12 anni, un torneo di Apertura tra protagonista con 5 gol in 24 presenze, si ripete anche la stagione successiva, ed il suo score convince il River, la sua squadra, che si può ancora puntare sul Burrito. Altre due stagioni in biancorosso, dal 2006 al 2008, prima dell’addio definitivo dopo aver vinto un torneo di Clausura. La sua vita fuori dal campo inizia a mostrare le sue crepe, i problemi con l’alcool sono risaputi, il River lo scarica mandandolo in prestito in Seconda Divisione, poi torna prima di essere nuovamente ceduto all’All Boys e di chiudere la carriera, nell’agosto del 2012, con la maglia del Defensores de Belgrano.

Gioia e dolore, genio e sregolatezza, Ortega è uno dei classici rimpianti argentini, uno di quei giocatori che ti fa lustrare gli occhi per la classe immensa ma che porta con se anche tutta la rabbia per ciò che poteva essere e non è stato. Ci si innamora vedendolo giocare, ma ci si scotta anche, perché di talenti ne nascono pochi, e quando si perdono il dolore è ancora più grande.

Alessandro Grandoni

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