Aprile 01, 2020

Lazio "The Outsider", come quella Samp di Vialli e Mancini...

Una terribile outsider. La Lazio di Simone Inzaghi, con il successo sull’Inter, si è guadagnata i galloni dell’anti Juve, almeno per il momento. Quella che fino a poco tempo fa sembrava una splendida sorpresa, magari momentanea, giornata dopo giornata ha iniziato ad assumere un contorno diverso. Due vittorie su due contro la Juventus, il successo sull’Inter, il record di vittorie consecutive in campionato e quello di imbattibilità che hanno strapazzato la Lazio cragnottiana di Eriksson hanno contribuito a generare il mito di questa squadra.

Una formazione partita in sordina, tra lo scetticismo generale, perché in quel primo tempo di Lazio – Atalanta erano in tanti pronti a dare il benservito a Simone Inzaghi, un tecnico giovane capace di portare a Roma tre trofei in tre anni (e non è che la storia biancoceleste ne sia cosi piena). L’eliminazione in Europa League, la storia della panchina corta, quella di una società sempre particolare, tutto svanito alla luce del cammino di Immobile e compagni da novembre ad oggi.

Ma un outsider come lo è la Lazio, può arrivare fino in fondo?

E’ questo il grande dilemma, quello che iniziano a domandarsi anche i più scettici che ora vedono la Lazio per quello che è, una splendida realtà. Sognare è bello, ma negli ultimi trent’anni il calcio italiano ha vissuto davvero poche sorprese.

Se andiamo indietro con il tempo, sicuramente possiamo citare la stessa Lazio del 1974, il Torino di Pulici e Graziani (1975-76) e il Verona di Bagnoli (1984-85). Nei tempi moderni l’esempio più recente è quello rappresentato dalla Sampdoria di Mancini e Vialli, che con la Lazio di Immobile vanta non poche analogie.

Torniamo con la mente al 1991, quando nella sfida casalinga contro il Lecce i doriani trionfano per la prima e unica volta nella loro storia.

 

1991: SAMPDORIA - LECCE 3-0 (partita scudetto)

Fu un anno particolare quello, la stagione dopo i Mondiali del 1990 in Italia, ma di certo quella Samp non partiva per vincere lo scudetto. C’erano squadre del calibro del Milan di Sacchi fresco vincitore della Coppa dei Campioni in finale con il Benfica, la Juventus che vantava la coppia offensiva formata da Baggio e Schillaci, l’Inter del trio tedesco appena laureatosi campione del Mondo e il Napoli scudettato di Maradona. Tra tutte queste contendenti certamente quella Sampdoria non appariva tra le favorite.

Come la formazione di Simone Inzaghi quella Sampdoria aveva iniziato a prendere confidenza con la vittoria in Coppa Italia, quando i blucerchiati tra il 1988 e il 1989 avevano portato a casa due trofei, salvo poi uscire sconfitti in entrambe le SuperCoppe, prima contro il Milan e poi contro l’Inter. Una squadra che con gli anni aveva iniziato ad acquisire fiducia nei propri mezzi, con molti gregari e alcune stelle. Vialli, Mancini e Cerezo illuminavano quella squadra dove c’erano certezze come Vierchowood, Dossena, Pari, Pellegrini e Mannini e profili emergenti come Pagliuca, Lombardo e Branca, oltre ai nuovi Katanec e Mychajlyčenko.

 

IL CAMMINO SCUDETTO DELLA SAMP 1990-91

Una squadra partita in sordina, che giornata dopo giornata ha preso gusto nel vincere e nel puntare in alto. Come la Lazio, in fondo, nessuno ci credeva fino alla fine ma la compagine di Boskov riuscì a trionfare mettendo un tassello unico nella sua storia. Le coincidenze, in fondo, non finiscono qui perché quella squadra non fu rivoluzionata nell’estate precedente, ma la società del compianto Mantovani andò a inserire i pezzi giusti nel posto giusto, con il sovietico Mychajlyčenko. a centrocampo (oltre a Katanec), ma soprattutto con Attilio Lombardo come ala destra e questo fu il vero crack di quel campionato. La Lazio, dal canto suo, ha tenuto tutti e ha puntato su un peperino sulla fascia di nome Lazzari. Pochi ritocchi, al posto giusto, e spazio alla qualità degli interpreti. Non era certo una Sampdoria super organizzata e schematizzata quella in grado di vincere quel campionato, ma una squadra forte in difesa, attenta, che davanti si affidava all’estro dei suoi campioni, un po’ quello che fa la Lazio di oggi dove la qualità e la fantasia di Luis Alberto, Milinkovic e Correa sono al servizio di Immobile a all’occorrenza Caicedo.

Se tante sono le analogie, è altrettanto vero che si parla di trent’anni fa indietro nel tempo. Da lì in avanti il nostro campionato ha conosciuto davvero poche sorprese. Tredici volte ha vinto la Juventus, 7 il Milan e 5 l’Inter, con Lazio e Roma ad interrompere questa egemonia del Nord a cavallo degli anni 2000.

Le romane, però, quando hanno vinto, tutto erano tranne che delle outsider. La Lazio del 2000, dopo lo scudetto perso all’ultima giornata l’anno precedente, era la candidata numero uno per il titolo insieme a Milan e Juventus, mentre la Roma dell’anno seguente era una squadra forte, con un Capello al secondo anno in panchina, con un Totti in ascesa e gli arrivi in estate di Samuel, Emerson e Batistuta, tre giocatori in grado di cambiare ogni squadra.

In questa egemonia, però, due eccezioni possono comunque essere ricordate e citate, perché non sempre le potenze del Nord hanno vinto partendo nel novero delle favorite. Quel Milan che soffiò il titolo alla Lazio nel 1999 tutto si può dire tranne che partisse con i favori del pronostico, riuscendo a recuperare sette punti ai biancocelesti nelle ultime giornate con Zaccheroni in panchina.

 

LO SCUDETTO DEL MILAN 1998-99

L’altra eccezione riguarda la Juventus del 2011-12, il primo titolo del dopo Calciopoli con Antonio Conte in panchina che vince a sorpresa con una coppia offensiva formata da Matri e Vucinic, non certo i migliori attaccanti in circolazione in quel momento.

 

LO SCUDETTO DELLA JUVENTUS 2011-12

Se la favola biancoceleste è più simile, per storia e analogie, a quella doriana del ’91, è altrettanto vero che rispetto a quello ora si gioca un altro calcio, fatto di turnover, infortuni e tatticismi, più simile quindi a quello che ha visto vincere Zaccheroni e Conte.

Trionfare non sarà certo agevole, anche negli altri campionati non sono molti i casi di squadre non partite per vincere e poi trovatesi a festeggiare come il Leicester di Ranieri o il primo Atletico Madrid di Diego Simeone, ma è certo che questa Lazio, a questo punto della stagione, non può far altro che crederci.

Il calendario non sorride ai biancocelesti, che nelle prossime quattordici giornate dovranno sfidare in trasferta Atalanta, Juventus e Napoli (all’ultima giornata), la rosa è certamente più ristretta rispetto a Juve e Inter, ma la Lazio ha dalla sua la carta del gioco, dell’entusiasmo, della leggerezza del non dover vincere a tutti i costi avendo, di fatto, già raggiunto il suo obiettivo stagionale (+17 punti sul quinto posto e Champions assicurata), e della mancanza di impegni extra, essendo fuori dalle due coppe nazionali.

Sognare non costa nulla, con la banda di Simone Inzaghi che potrebbe tornare a mettere quel pizzico di imprevedibilità in più ad un campionato che, negli ultimi trent’anni, ha vissuto davvero poche sorprese.

Alessandro Grandoni

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Last modified on Martedì, 18 Febbraio 2020 18:13
Alessandro Grandoni

Direttore Responsabile ed Editoriale di CalcioNazionale.it, fondato nel 2013. Laureato in Scienze e Tecnologie della Comunicazione con indirizzo Giornalismo presso l'Università "La Sapienza" di Roma, iscritto all'Ordine dei Giornalisti Pubblicisti del Lazio dal 2005, ha collaborato con varie testate ed emittenti tra cui Radio Incontro, Italia Sera, Infopress, Corriere dello Sport, Gold Tv. 

Direttore anche del portale di Calcio Giovanile e Dilettante della Regione Lazio www.fuoriareaweb.it

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