Aprile 01, 2020

Alessandro Grandoni

Doveva essere la partita dell’anno. L’atmosfera, la situazione, però, non ha aiutato. Proviamo a commentare tatticamente e tecnicamente una partita che, in realtà, di partita ha ben poco.

Proviamo, però, a descrivere quanto accaduto. Rispetto alla vigilia Sarri è il tecnico che rischia qualcosa in più, schierando una squadra a sorpresa con Bentancur, Ramsey e Matuidi in mezzo al campo lasciando in panchina Pjanic, mentre in avanti Douglas Costa e Higuain sono preferiti a Dybala. Conte non ha dubbi e schiera l’undici ampiamente preventivato, lasciando ancora in panchina Eriksen, probabilmente l’unico in grado di dare qualità e imprevedibilità al centrocampo nerazzurro.

Nel primo tempo l’Inter gioca una buona partita, riuscendo quasi sempre a interrompere le avanzate juventine grazie ad una squadra corta fra i reparti, pronta a sostenersi a vicenda. Il problema, per la squadra di Conte, arriva nel momento in cui c’è da costruire. La Juventus tiene bene il campo, soprattutto in difesa, con Lukaku e Lautaro che raramente riescono a ritagliarsi uno spazio importante.

Le uniche inventive arrivano sui cambi gioco interisti con la formazione di Sarri che non riesce subito a coprire tutti gli spazi sulle vie esterne. Il primo tempo, sostanzialmente equilibrato, vede lampi di luce solo nel momento in cui Ronaldo viene a prendere palla più basso e parte palla al piede, eludendo cosi il pacchetto difensivo di Conte.

Nella ripresa cambia tutto. La formazione di Conte parte sicuramente meglio della Juventus, la squadra pressa alta, riconquista la palla, gioca discretamente anche se, in avanti, manca sempre quel guizzo importante. La Juve sembra in difficoltà, incapace di reagire, ma al primo vero sussulto cambia tutto. Da una iniziativa di Matuidi arriva lo spunto decisivo, l’Inter sbaglia la copertura con l’errore decisivo di Skriniar, forse troppo spesso definito in anticipo come un campione, ed arriva la rete di Ramsey, che nella posizione di mezzala dimostra la bontà del suo acquisto, fino ad ora rimasto nascosto quando impiegato da trequartista.

Da lì in avanti c’è solo una squadra in campo. L’Inter, pur senza il boato dello Stadium, sparisce dal campo, spariscono le distanze, manca la cattiveria, la Juventus è assoluta padrona del terreno di gioco. Pressing alto, asfissiante, l’Inter non riesce ad uscire dalla sua metà campo denotando una qualità difensiva e a centrocampo decisamente bassa. Eriksen entra, tardivamente, sul terreno di gioco, e l’Inter dimostra di essere ancora più di un gradino sotto i bianconeri.

La partita, per contenuti tattici, finisce qui, per quelli tecnici basta aspettare Dybala per capire cosa è il calcio. Sarri batte Conte, la panchina bianconera dimostra di essere due categorie superiore a quella interista.  Due a zero e big-match in archivio. Juve – Inter si è giocata, ora forse è il caso di fermare tutto.

Alessandro Grandoni

Dopo il rinvio, dovuto all’emergenza del Corona Virus, è finalmente arrivato il momento della partita più attesa della stagione di Serie A: Juventus – Inter. Il derby d’Italia, big match della 26° giornata di campionato, si disputerà a porte chiuse domenica 8 marzo alle ore 20.45. La sfida, che di per sé rappresenta uno dei match più visti e attesi in Italia dagli appassionati calcistici e non, quest’anno avrà anche un sapore diverso. Non solo perché ad affrontarsi saranno le due candidate alla vittoria finale del campionato, con Lazio possibile outsider, ma anche a causa del clima quasi surreale creatosi con lo scoppio del Coronavirus in Italia. Il virus cinese ha, infatti, “influenzato” in tutti sensi il nord del paese, causando il rinvio e annullamento di diverse gare degli ultimi due weekend. I nerazzurri si ritrovano così con due partite in meno e scivolano al terzo posto, superati dalla Lazio, attualmente in testa alla classifica. La formazione di Inzaghi vince e convince, battendo in una gara combattuta per 2-0 un Bologna mai domo e pericoloso fino alla fine.

Saranno quindi la prima e la terza formazione in classifica a sfidarsi, costituendo di fatto la prima vera opportunità per preparare il terreno verso la vittoria finale. Un match dal sapore storico e considerato un “classico” del nostro campionato, arricchito per l’occasione da interessanti quote Juve Inter. La Vecchia Signora ci arriva da seconda della classe, con 60 punti totali conquistati nelle prime 25 gare di campionato, mentre l’Inter di punti ne ha 54, ma con due gare ancora da giocare. La formazione di Sarri, dopo aver vinto l’ultimo incontro in esterna per 2 a 1 con la Spal, attualmente fanalino di coda, dovrà probabilmente fare a meno di Douglas Costa e Higuain, il “man of the match” che con la sua rete ha deciso il match di San Siro lo scorso ottobre. La gara di andata, infatti, si era conclusa con la vittoria in rimonta dei bianconeri per 2 a 1, passati prima in vantaggio con un gol lampo di Dybala, seguito dal pareggio su rigore di Lautaro Martinez. A dieci minuti dal termine, però, a decidere la gara ci ha pensato il solito Higuain con un destro velenoso, frutto di un’azione manovrata fatta di scambi di prima e passaggi filtranti.

Juventus – Inter sarà anche la sfida dell’ex mister bianconero Antonio Conte, che per la prima volta in carriera entrerà allo Stadium da avversario. Proprio sulla panchina della Juve Conte è riuscito nell’impresa di vincere tre scudetti di fila, nove anni dopo l’ultimo, e una Supercoppa Italiana nel 2014. I numeri sulla panchina dei bianconeri per l’allenatore sono impressionanti: 95 partite in campionato e 238 punti conquistati, record di partite senza perdere di fila in serie A (49) e sole 5 sconfitte in totale. Fu proprio l’Inter, ironia della sorte, a interrompere la storica striscia dei bianconeri nel 2012, grazie alla vittoria per 1 a 3 con la doppietta di Milito e il gol di Palacio.

Per il big match del recupero della 26° giornata di Serie A ci saranno delle interessanti quote Juve Inter, pensate per tutti coloro che desiderano puntare su una delle due formazioni. Per l’occasione la vittoria della Juventus è data a 2,30, mentre quella dell’Inter a 3,35. Il pareggio, invece, è quotato 3,20. In termini di quote, i bookmaker ritengono il rinvio più favorevole all’Inter che alla Juventus.

I precedenti tra Juventus e Inter in Serie A sono 173, 87 giocati al Meazza di Milano e 86 a Torino. In casa dei nerazzurri la vittoria è andata all’Inter per 35 volte contro le 24 dei bianconeri, stesso numero per quanto riguarda i pareggi totali. I derby d’Italia disputati a Torino vedono invece la Juventus favorita con 59 vittorie totali a fronte di sole 11 dell’Inter, mentre le due formazioni hanno pareggiato solo 16 volte. Il bilancio totale vede dunque la Juventus nettamente favorita, avendo conquistato la vittoria in 83 occasioni, mentre l’Inter solo 46. Tanti i gol segnati (450 totali, 249 della Juve e 201 dell’Inter), così come tante sono state le polemiche nel corso degli anni, prima su tutte quella del contatto Ronaldo – Iuliano nel 1998.

Il recupero del prossimo turno di campionato ci saprà dire, dunque, se la Juventus è pronta a vincere il nono scudetto di fila, oppure se sarà testa a testa fino alla fine, con la Lazio di Simone Inzaghi sempre vicina e pronta a sfruttare errori altrui. L’Inter di Conte ha dimostrato, durante tutta la stagione, solidità difensiva, carattere e compattezza, ma dovrà trovare le energie e le forze per compiere l’impresa a Torino, dove non vince da novembre 2012. Sarà una sfida aperta, equilibrata e combattuta, con in campo i migliori giocatori del nostro campionato: un vero match da scudetto, il derby d’Italia!

 

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Profondità delle rose e rendimento delle squadre. Da anni, se non decenni, non si fa che parlare della necessità di avere una rosa lunga per competere ad altissimi livelli. Le liste da presentare di 25 giocatori sembra non debbano mai bastare, ma se andiamo ad analizzare i numeri delle squadre più importanti nei vari campionati ci accorgiamo di come questo sembri, in fondo, un finto problema. Dall’Inghilterra alla Spagna, passando per Italia, Francia e Germania, analizzando i dati dei giocatori impiegati e dei minuti in cui questi sono stati in campo, appare evidente come tutte le big dei vari campionati, in realtà, si affidano a 17-18 giocatori in tutto, con un undici di base praticamente inamovibile.

Tutti i discorsi fatti spesso sulla profondità delle rose a disposizione di formazioni come Lazio e Atalanta, quindi, cadono quando andiamo ad analizzare i dati. Analizzando proprio il campionato italiano, e partendo dalla Lazio, vediamo che i biancocelesti si affidano, sostanzialmente, sempre ai soliti undici giocatori che infatti hanno un impiego ben al di sopra dei 1.000 minuti in campionato, con uno stacco importante tra l’undicesimo, Luiz Felipe, con 1467 minuti e il dodicesimo, Patric, con 917. Dopo lo spagnolo troviamo per impiego Caicedo, Parolo, Marusic, Jony, Bastos e Cataldi. In totale 18 giocatori, dato non diverso dalle altre, con la differenza rispetto al passato che è stata fatta dall’innalzamento della qualità dei giocatori che già facevano parte della rosa e la mancanza, sostanzialmente, di infortuni di un certo rilievo.

Guardando le altre due formazioni al momento in corsa per lo scudetto, Inter e Juventus, vediamo che in realtà si tratta sempre di 11-12 giocatori sopra i 1.000 minuti di gioco (l’Inter ne ha 12 con Bastoni ultimo della lista con 1046). Se andiamo a vedere i minuti giocati dagli altri giocatori in rosa, vediamo come si tratti sempre al massimo di 5-6 giocatori che arrivano ad un minutaggio rilevante. Nel caso dell’Inter, ad esempio, tra i giocatori impegnati ma non fondamentali, quelli cioè che sono dal tredicesimo al diciottesimo, troviamo elementi come Gagliardini, D’Ambrosio, Asamoah e Borja Valero. Giocatori che, sul piano della qualità, possono essere tranquillamente comparati con le riserve della Lazio che, probabilmente, sono state anche più determinanti.

La Juventus non fa eccezione. I bianconeri, pur disponendo della rosa più importante e più profonda, si affidano per lo più a dodici giocatori (il dodicesimo più impiegato è Rabiot con 1.100 minuti). Il resto della rosa in realtà non è impiegato, se non per i 6 giocatori che arrivano ad un minutaggio discreto (dal tredicesimo al diciottesimo ci sono Bernardeschi, Danilo, Ramsey, Khedira, Buffon e Douglas Costa).

E’ chiaro come avere 17-18 giocatori tutti sullo stesso livello risulta essere importante, ma appare altrettanto chiaro come, in realtà, per la maggior parte del tempo tutte le formazioni, anche quelle in grado di spendere e spandere, si affidano agli stessi 11-12 giocatori come titolari e al massimo 5-6 riserve di un certo spessore, non di più.

Parlando d’Europa, e prendendo in considerazione gli altri grandi campionati, appare chiaro come la situazione non cambi. Da Liverpool e City in Inghilterra, fino a Barcellona e Real Madrid in Spagna, o Psg e Bayern in Francia o Germania, il modus operandi è lo stesso. Undici – docici grandi giocatori che sono i titolari, 5-6 riserve in grado di sostituire i titolari ma comunque con uno scarto qualitativo, e poi giovani che vanno a integrare la rosa per arrivare ai 23-25 giocatori richiesti.

In una situazione del genere, quindi, non deve stupire il rendimento della Lazio in Serie A. La formazione biancoceleste, con investimenti fatti nel tempo (Milinkovic, Luis Alberto, Immobile e Correa sono costati circa 40 milioni di euro in tutto), con la maturazione di alcuni giovani importanti come Strakosha (arrivato dalla Primavera), e Luiz Felipe, e il rendimento costante di elementi come Lucas Leiva, Radu e Lulic, è riuscita ad abbassare il gap rispetto alle altre due contendenti. La differenza, fino a questo momento, è stata fatta anche dai 5-6 giocatori che Inzaghi ha integrato nelle rotazioni e che sono cresciuti esponenzialmente. Da Marusic, che lo scorso anno era il titolare ed ora è la riserva di Lazzari (unico vero acquisto dell’estate), a Parolo e Cataldi, perfettamente in grado di dare un cambio nella ripresa, fino a Caicedo, Patric e Bastos, riserve che nel corso degli anni sono riusciti a migliorare la loro qualità rispetto a quando sono arrivati in Italia.

La Lazio, quindi, fino a questo momento ha avuto il pregio e la bravura di riuscire a sfruttare e far crescere al massimo i suoi 11-12 titolari, riuscendo ad integrare il resto degli elementi importanti, abbassando cosi le differenze con le altre due big del campionato che si sono potute permettere investimenti di altissimo livello (bilancio di – 110 milioni di euro per l’Inter nel mercato estivo, -22 milioni per la Juventus).

Alessandro Grandoni

Dopo ventisei giornate di campionato, in Serie A, facciamo il punto della situazione sullo stato del calcio italiano per quanto riguarda la fiducia e l’investimento sui giovani.

Se è vero, infatti, che per contenere i costi e puntare sui propri prodotti è necessario investire e dare fiducia ai propri giovani, è altrettanto vero che le società italiane, tranne rari casi, da sempre sono restie nel lanciare i prodotti del proprio settore giovanile.

Rispetto alla situazione nel resto d’Europa, infatti, da sempre in Italia si fa fatica a mettere in campo ragazzi senza esperienza ma che, spesso e volentieri, non hanno nulla da invidiare ai tanti stranieri che vengono presi, e pagati, ogni estate.

Al momento, infatti, sono 11 i giocatori che hanno fatto il loro esordio nel calcio professionistico nella stagione 2019-20, anche se di questi due non sono prodotti del settore giovanile delle squadre italiane ma ragazzi prelevati dall’estero e lanciati.

I due casi sopracitati sono quelli di Denilho Cleonise, del Genoa, e Bobby Adekanye della Lazio. Il primo, infatti, di nazionalità olandese, arriva al Genoa dall’Ajax dopo aver svolto il settore giovanile dividendosi tra Zeeburgia, Az e i lancieri. In questa stagione fa parte della squadra Primavera rossoblù, dove ha collezionato 11 presenze, togliendosi però lo sfizio di esordire anche in A e di mettere insieme 4 presenze (esordio contro il Napoli a 17 anni e 11 mesi, per un totale di 43 minuti).

Discorso simile per Bobby Adekanye, anche se qui parliamo di un giocatore sicuramente più esperto e più grande dal punto di vista anagrafico. Olandese, Bobby è partito dal settore giovanile dell’Ajax per poi passare al Barcellona, al Psv ed infine al Liverpool, da dove la Lazio lo ha prelevato nella scorsa estate. Per lui fino ad ora 7 presenze in totale divise tra Serie A, Europa League e Coppa Italia, con un gol messo a segno nella sfida interna con la Spal.

Questi sono gli unici due casi di giocatori presi all’estero e fatti esordire nel calcio professionistico in Italia.

Gli altri 9 sono i giocatori che veramente sono stati lanciati dalle formazioni italiane, o quanto meno quelli che hanno avuto il privilegio di poter calciare i campi di Serie A.

Il caso più significativo è sicuramente quello di Sebastiano Esposito, attaccante classe 2002 dell’Inter, capace di mettere insieme 5 presenze dopo un ottimo precampionato. Esposito è anche andato in gol su rigore nella sfida interna con il Genoa, ed è indubbiamente un investimento per il futuro della società nerazzurra, ripercorrendo un po’ le orme di Pinamonti, altro elemento lanciato dall’Inter e poi ceduto. Si è tolto lo sfizio di segnare, all’esordio, Amad Traorè, attaccante esterno dell’Atalanta, che nella sfida interna con l’Udinese, all’età di 17 anni, 3 mesi e 16 giorni, ha siglato la prima rete in Serie A.

Dopo quella partita altre due presenza per un predestinato che ormai da molto tempo fa parlare di sé sui campi di settore giovanile. Per loro due si può parlare tranquillamente di un investimento da parte delle due società, che ci hanno creduto e che li hanno lanciati in fasi importanti del campionato. Per gli altri 7 esordienti, invece, sembra trattarsi più che altro di un caso isolato, piuttosto che di un vero e proprio percorso.

Turati, portiere del Sassuolo, ha fatto il suo esordio nella gara contro la Juventus, terminata due a due, dimostrandosi pronto per il grande calcio, così come Matteo Gabbia, difensore centrale del Milan, che dopo una stagione alla Lucchese, è riuscito a strappare una presenza in Coppa Italia e due in campionato, di cui una dal primo minuto contro la Fiorentina, con buoni risultati. Chiudono il quadro cinque giocatori che per ora sono riusciti solo a fare il loro esordio, con una sola presenza.

Si tratta del centrocampista del Genoa Nicolò Rovella (Inter – Genoa 4-0), del trequartista e figlio d’arte del Milan Daniel Maldini (Milan – Parma 1-1), del centrocampista difensivo Adopo del Torino (Roma – Torino 0-2), dell’attaccante dell’Atalanta e stella della Primavera Ebrima Colley (Bologna – Atalanta 2-1) e del difensore esterno del Cagliari Simone Pinna (Cagliari – Brescia 0-1).   

Una situazione, questa, che evidenzia come le formazioni italiane siano ancora frenate dal puntare sui propri giovani, andando spesso a cercare elementi di nome all’estero, con un aumento dei costi.

Nel resto d’Europa la situazione è diversa, negli altri paesi si punta sul settore giovanile e si rischia, avendo ben presente che investire sul proprio settore giovanile è il primo passo per strutturare una società forte e duratura nel tempo.

Alessandro Grandoni

Fonti Statistiche: transfermarkt.it

E’ sempre uno spettacolo. Real Madrid contro Barcellona non è e non potrà mai essere una partita come le altre. La sfida di ieri sera, però, è stata qualcosa di più. L’apoteosi della tecnica, della velocità, dell’intensità. Se qualcuno vuole sapere come si gioca a calcio deve mettersi comodo, rivedersi questa partita, e studiare. Due squadre che volevano sottomettere l’avversario, che non volevano arretrare, che non volevano far respirare la controparte. Una partita a tratti incredibile per il ritmo che i ventidue in campo sono stati in grado di tenere, senza mai abbassare la qualità tecnica delle loro giocate.

Zidane, che arriva al confronto sotto di due punti in classifica, si affida ai suoi fedelissimi, confermando in blocco la squadra che aveva perso contro il City con l’unica variante dell’ingresso sulla sinistra di Marcelo, che compone con Carvajal, Varane e Ramos il pacchetto arretrato. Casemiro è il perno davanti alla difesa con Kroos da una parte e Valverde dell’altra, in avanti Isco è libero di svariare e fare gioco con Vinicius Jr sulla sinistra e Benzema al centro dell’attacco.  

Setien dall’altra parte non è molto diverso, rispetto all’undici del San Paolo entra solo Jordi Alba in difesa sulla sinistra, con Semedo, Pique e Umtiti a completare la linea, a centrocampo Busquets è il perno con Arthur e De Jong ai lati, mentre in avanti Vidal è il finto trequartista (ma più spesso diventa il quarto centrocampista in fase di non possesso), con Messi e Griezmann di punta. Dopo una prima fase di studio è il Real a prendere in mano la gara, con il Barca che in fase difensiva si sistema con un più guardingo 4-4-2.

I ragazzi di Zizou presano alto, impediscono al Barca di ragionare con la squadra di Setien che si trova in pratica a giocare una gara esattamente opposta a quella contro il Napoli. I blaugrana faticano ad uscire palla al piede, Messi e Griezmann non entrano nel vivo del gioco con il Real che prende il possesso della gara.

Quello che più impressiona, però, è il ritmo che le due squadre sono capaci di imporre alla partita. Continui capovolgimenti di fronte, giocatori che vanno a mille all’ora e pallone che viaggia ad una velocità a dir poco imbarazzante per chi è abituato a vedere le partite del campionato italiano. Velocità che da sola non basta, ma che abbinata alla tecnica fa di questo Real – Barca una gara da ricordare. Palla che rimane sempre incollata al piede dei giocatori, palla che viaggia perché guai a tenere troppo la sfera tra i piedi, due squadre che giocano da collettivo ma che hanno al loro interno interpreti di una fattura straordinaria. Il primo tempo si chiude sullo zero a zero ed è davvero strano. Nella ripresa ti aspetti una gara simile, equilibrata, ma il Real deve dimostrare di essere il Real.

Nella ripresa la formazione di Zidane domina letteralmente l’avversario, pressa, riconquista, gioca in velocità, cerca la porta, ed il Barca deve ringraziare San Ter Stegen per essere ancora nel match. Setien prova a cambiare qualcosa e mai cambio fu pù nefasto. Entra Braithwaite, si sistema sulla destra al posto di Vidal, e da quella parte il Real buca con Kroos che mima lo scatto a Vinicius, il classe 2000 parte, riceve il pallone, entra in area e batte ter Stegen con la complicità della deviazione di Pique.

Il vantaggio non arresta la fame dei padroni di casa, il Barca prova qualche cosa in avanti ma Messi non appare nella sua migliore giornata, Griezmann non lo aiuta e la difesa madridista ha sempre la meglio. Nel finale Zidane si può permettere il lusso di mettere gente come Vasquez e Modric per addormentare la gara, Setien punta su Fati e Rakitic con poca fortuna ed alla fine Mariano, appena entrato per Benzema, si toglie lo sfizio di siglare il due a zero al suo esordio nel “clasico”. Finisce due a zero, ma il risultato conta poco.

Conta aver visto un livello di calcio davvero altissimo, un ritmo, una tecnica, una capacità di giocare fuori dalla norma. Se il calcio italiano vorrà, un giorno, prendersi il palcoscenico, certamente non potrà fare a meno di adeguarsi, perché nel resto d'Europa, a volte, sembra si giochi un altro sport.

Alessandro Grandoni

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Autore: Gonzalo Arroyo Moreno, Gonzalo Arroyo Moreno

 

Juventus – Inter, una storia davvero infinita. Domenica, purtroppo a porte chiuse, si ritroveranno una contro l’altra. Una storia, la loro, che parte da lontano, ma una rivalità che trae origine dal 1961, quando negli almanacchi viene riportato un clamoroso 9-1 in favore della Juventus. La storia, però, va raccontata. La partita, con i bianconeri primi e avanti di 4 lunghezze in classifica, ricevono i nerazzurri. Stadio completamente esaurito, più biglietti venduti rispetto alla capienza, con migliaia di tifosi che si accomodano a bordo campo. L’arbitro, dopo mezz’ora, sospende il match su pressione dei dirigenti nerazzurri. Gara vinta a tavolino dall’Inter, come prescrive il regolamento. Ricorso juventino e gara che si deve rigiocare. Angelo Moratti protesta e decide di mandare in campo la formazione Primavera. Ecco spiegato il 9-1, con sei gol di Sivori da una parte e quello della bandiera interista di un giovanissimo Sandro Mazzola (avrà tempo poi per farsi conoscere).

Da lì in avanti Juventus – Inter non è stata più una partita come le altre, Gianni Brera lo ribattezza il derby d’Italia, e nel 1989 con l’Inter in procinto di vincere lo scudetto dei record, i nerazzurri si presentano a Torino con il Trap in panchina, non un ex qualunque. Finisce uno a uno, con il vantaggio di Rui Barros e il pareggio di Aldo Serena, con l’Inter che di lì a breve festeggia il tricolore.

La storia scivola via senza grandi stravolgimenti fino al 1998, quando accade di tutto. La Juventus è prima in classifica, lanciata dai gol di Filippo Inzaghi ed Alessandro Del Piero. L’Inter insegue, nel primo anno italiano del “fenomeno” Ronaldo. A Torino si gioca il match scudetto, nel secondo tempo con la Juve avanti uno a zero Ronaldo va a terra in area contrastato da Iuliano, per l’arbitro Ceccarini è tutto regolare (anni dopo dichiarà addirittura che era fallo di Ronaldo su Iuliano), nel capovolgimento di fronte calcio di rigore assegnato alla Juventus (che poi sbaglierà con Pagliuca che para il rigore di Del Piero). Succede di tutto, Simoni espulso, Inter con i nervi a fior di pelle. A distanza di quasi trent’anni ancora se ne parla.

Se si parla di gare storiche, allora non si può non citare la sfida del 2012. La Juventus di Conte sfida in casa l’Inter di Stramaccioni, Vidal sigla il vantaggio bianconero ma l’Inter non molla e nella ripresa ribalta tutto. Prima Milito dal dischetto, poi ancora il Principe per il due a uno ed infine Palacio per il tre a uno finale in favore dei nerazzurri che espugnano, per la prima volta, lo Juventus Stadium.

Quella di domenica si preannuncia come una gara davvero spartiacque, con il tifo sarebbe stato tutto diverso, sarebbe stato il ritorno di Conte ma stavolta da avversario, con fischi e cori, sarebbe stata la gara scudetto. Ora,  a porte chiuse, molti discorsi perdono la loro efficacia ma sarà, senza dubbio, una sfida da ricordare.

Alessandro Grandoni

Alla fine l’ha spuntata. Guardiola batte Zidane, ma soprattutto Manchester City e Real Madrid danno vita ad una gara piacevole da vedere, con contenuti tattici e tecnici, con due squadre che giocano, che rischiano e che provano sempre a vincerla la partita. Vince il Ciy, ma la squadra di Guardiola ha rischiato e non poco, salvo poi andare a prendersi la vittoria e la qualificazione continuando a perseguire il suo credo.

LE SCELTE

In avvio i due tecnici sorprendono con le loro scelte. Rispetto alla vigilia Zidane lascia fuori Kroos e Bale, e si affida a Isco e Valverde, dalla parte opposta Guardiola in difesa preferisce Otamendi a Fernandinho accanto a Laporte, mentre in avanti fuori Aguero e dentro Gabriel Jesus, mossa tutt’altro che scontata ma dal rendimento incredibile. Pronti via e subito City a provare a prendere il controllo del match ma il Real non ci sta e nei primi quindici minuti è lui a condurre la gara, con la squadra di Guardiola che deve pressare e provare a ripartire.

 

Le soluzioni tattiche ospiti sono quelle che stupiscono. De Bruyne, infatti, non stazione nei tre di centrocampo ma va quasi sempre in appoggio alla prima punta e talvolta è persino il terminale offensivo, con Gabriel Jesus che si sacrifica e non poco sulla sinistra per contenere Carvajal. Dalla parte opposta il Real pur dominando fatica a trovare spazi, con Vinicius che sembra l’unico in grado di spezzare l’equilibrio. Dal punto di vista delle occasioni poco da segnalare, ci prova Jesus da una parte e Benzema dall’altra, ma il match rimane in grande equilibrio anche se Guardiola è costretto a rivedere i suoi piani.

CAMBIA LA PARTITA

Laporte si infortuna, e purtroppo non è una novità per questa stagione, il tecnico opta per Fernandinho con il City che ne guadagna in fase di impostazione ma perde in solidità difensiva. Le due squadre giocano un calcio molto veloce, fanno viaggiare il pallone con grande tecnica e pressano senza tuttavia quasi mai scoprirsi. Il City ha il pregio di giocare sempre per vincerla, anche quando attaccato raramente scappa all’indietro, con una squadra cortissima pronta a ripartire. Nella ripresa la gara cambia. Il City parte meglio, De Bruyne e Gundogan (partita incredibile), entrano nel match e si accende Mahrez. L’ex stella del Leicester ha il pregio di mettere paura ai madridisti con velocità e tecnica, con Mendy che raramente riesce a prenderlo.

La gara sembra in assoluto controllo ma contro un avversario del genere non devi mai perdere concentrazione. Il City gioca ma sbaglia in fase di impostazione, Vinicius è un fulmine sulla sinistra e serve Isco che prende la mira e fa uno a zero. Tutto da rifare e la maledizione Champions sembra nuovamente abbattersi sulla squadra di Guardiola. Il City alza il baricentro, il Real riparte in contropiede, ma la formazione di Guardiola ha il grande merito di crederci, di rischiare, di andare a giocare con dieci elementi nella trequarti madridista al Bernabeu.

IL CITY RISCHIA E VINCE

Un atteggiamento da grande squadra, da formazione che crede nei propri mezzi e nel lavoro del suo tecnico. Gli ospiti continuano a spingere e da un’invenzione di De Bruyne sulla sinistra parte il cross che Jesus mette dentro di testa. E’ l’uno a uno, la rete che permette al City di tirare un sospiro di sollievo. L’atteggiamento non cambia, il Real fatica a riprendere in mano la gara, la formazione di Guardiola continua a padroneggiare con uno Sterling in più in mezzo al campo entrato al posto di Bernardo Silva. Proprio la stessa del City si va a prendere un rigore approfittando dell’ingenuità di Carvajal, De Bruyne fredda Courtois ed ecco il sorpasso. Il Real, nonostante in cambi, non riesce più a limitare il City, una squadra sembra andare in confusione, senza un piano B, l’altra amministra, gioca, pressa e riparte. Nel finale Ramos taglia la strada a Jesus lanciato a rete e si prende il rosso, ed è forse la tegola finale per Zidane che al ritorno dovrà compiere un’impresa per uscire dall’Inghilterra con una qualificazione senza il suo capitano.

Il City e Guardiola dimostrano che se lavori, se credi in quello che fai, sempre, alla fine il risultato arriva. Ha vinto il City, ma la sensazione è che abbia vinto soprattutto Guardiola contro Zidane, perché la sua idea di calcio ha prevalso, il suo coraggio, il suo non voler mai abdicare alle sue idee. A Zizou è mancato il colpo di qualche campione, se Vinicius è sembrato l’unico in grado di far male al City vuol dire che elementi come Benzema, Isco e Modric, qualcosa hanno lasciato. Manca ancora il secondo round, ma alla fine del match di ieri Guardiola vince con il sorriso, Zidane fatica a rialzarsi e deve pensare a come poter battere un rivale che ieri si è nuovamente preso la scena al Bernabeu, come aveva già fatto tante volte da giocatore e da allenatore.

Alessandro Grandoni

Forse una finale anticipata. La gara di stasera vedrà di fronte Real Madrid e Manchester City. Sarà, è vero, anche Zidane contro Guardiola, ma anche Benzema contro Aguero, Modric contro De Bruyne. Tanti i motivi di interesse per un match che andrà oltre il semplice terreno di gioco. Guardiola, infatti, deve dimostrare qualcosa. Via dal Barcellona la sua epopea in campo internazionale sembra svanita ed è giunto il momento, forse l’ultimo, per fare del suo city una squadra leggendaria.

Le vicende dal Fair play finanziario non fanno altro che mettere in evidenza come questa possa essere la sua ultima possibilità, sulla panchina dei Citizens, per fare il colpo grosso e riuscire dove nessuno è riuscito prima. Dall’altra parte, però, c’è un Real che ha un certo Zidane in panchina. Negli anni novanta, quando Guardiola lasciava il Barca e trascorreva in Italia gli ultimi scampoli della sua carriera da calciatore, Zizou iniziava ad incantare il mondo e conquistare la Coppa del Mondo con la sua Francia.

In panchina il francese, soprattutto in Champions, è una macchina da guerra. Dodici scontri ad eliminazione diretta per lui, dodici vittorie, nove in Ottavi, Quarti e Semifinali e tre in finale. Insieme ad Ancelotti e Paisley è il tecnico più vincente della Champions con tre trionfi, e la voglia di scrivere la storia alla sua età c’è.

GUARDIOLA, GIOCATORE DEL BARCELLONA

Questo Real Madrid e questo City, però, non sono probabilmente le migliori versioni di queste compagini. Per un verso o per l’altro, entrambe hanno punti deboli che possono essere evidenziati. I blanchos in campionato hanno accusato qualche problema, tanto è che il Barca, nella sua non straordinaria stagione, sta avanti. Discorso simile, ed anche ingigantito, per il City che in campionato accusa un ritardo mostruoso dal Liverpool, ha perso 6 gare e subito più un gol a partita.

ZIDANE, LE MAGIE PALLA AL PIEDE

Quella di stasera non sarà probabilmente una partita in cui entrambe giocheranno il tutto per tutto. Si giocherà sui 180 minuti, il City proverà a portare via almeno un pareggio per giocarsi tutto in casa, è il Real che stasera deve mettere avanti la sua cavalleria. Zidane, però, ha qualche dubbio. Giocarsi tutto con Bale, Benzema e Vinicius in avanti, oppure propendere per una gara più attendista con un centrocampo folto e senza il gallese?

LEICESTER - CITY, L'ULTIMA DI CAMPIONATO FIRMATA GABRIEL JESUS

Dalla parte opposta il City ha pochi dubbi, se non davanti. Guardiola non tradirà il suo credo, ma le condizioni di Sterling complicano i piani. Probabile che il tecnico del City si affidi alla stessa squadra vista all’opera in campionato contro il Leicester con l’unico cambio in avanti con Gabriel Jesus al posto di Mahrez. Ederson in porta, in difesa da destra a sinistra Walker, Fernandinho, Laporte e Mendy, a centrocampo De Bruyne, Rodri e Gundogan mentre davanti Bernardo Silva e Jesus affiancheranno Aguero.

Il Real dovrebbe optare per la versione offensiva con Courtois tra i pali, Carvajal, Varane, Ramos e Marcelo in difesa, Modric, Casemiro e Kroos a centrocampo con Bale e Vinicius a supporto di Benzema.

Sarà, senza dubbio, una grande sfida, che potrà dirci qualcosa in più su queste due squadre e questi due tecnici, sempre vincenti, che cercano l’affermazione in grado di iscriverli, ancora di più, nella storia.

Alessandro Grandoni

Una strategia praticamente perfetta, quella di Rino Gattuso. Non sarà bella da vedere, spettacolare, entusiasmante, ma era forse l’unica chance per poter tenere aperta la qualificazione e sognare. Il pareggio per uno a uno forse non rende merito alla gara del Napoli, vicina alla perfezione per 89 minuti. Una distrazione, le maglie che si allargano, e il gol di Griezmann, per il resto difficile poter imputare qualcosa a Insigne e compagni.

Il tecnico l’aveva preparata cosi, talmente bene da portare il Barcellona fuori giri. Il modulo è lo stesso, 4-3-3 per il Napoli e lo stesso per i blaugrana, ma l’interpretazione completamente opposta. L’undici di Gattuso difende bassissimo, due linee, quelle di difesa e centrocampo, distanti non più di dieci metri con la palla agli avversari, Insigne e Callejon a fare i quinti a centrocampo e Mertens spesso sulla trequarti difensiva. Il Napoli, chiaramente, fatica a ripartire, non ci sono riferimenti in avanti ma va bene cosi. Il Barcellona, imbrigliato, non riesce a far gioco. La gabbia intorno a Messi funziona, Mertens scherma alla perfezione Busquets che non entra quasi mai nel vivo del gioco nel primo tempo, costringendo gli ospiti a far gioco con Pique e Umtiti, non certo due play. Vidal, nel Barca, viene schierato a sorpresa nei tre davanti con discreti risultati, difende e riparte, ma per superare la tenuta difensiva del Napoli serve altro. 

 

Le ripartenze, poi, sono fondamentali. In un paio di circostanze la precisione difetta ai partenopei, ma al 30’ su una palla rubata sulla trequarti offensiva, Mertens capisce che sarà forse l’unica palla buona del match e la spedisce in fondo al sacco, con Ter Stegen a guardare. Un primo tempo capolavoro, con il Napoli che soffoca qualsiasi velleità avversaria, con sacrificio, abnegazione, ripartenze, cattiveria e concentrazione.

Messi prova a cambiare la rotta tornando indietro a prendersi la palla ma alla fine sembra l’unico in grado di dare una scossa, Griezmann è il fantasma di se stesso e Rakitic e De Jong faticano a trovare spazi e ispirazione. La ripresa, in realtà, non è tanto diversa. Il Napoli rientra in campo con lo stesso atteggiamento, di chi non vuol far giocare e poi, se capita, ci riproviamo. Il Barcellona riprende a fare lo stesso gioco anche se prova ad alzare il ritmo. Il pallone scorre più velocemente ma la sostanza non cambia, almeno fino al 54’.

Mertens, toccato duro da Busquets, è costretto a lasciare il campo, entra Milik ma il contraccolpo c’è. Il Barca cambia qualcosa inserendo Arthur per Rakitic, tempo un minuto ed il Napoli stecca. Gli ospiti con il solito gioco fatto si passaggi disorientano la difesa del Napoli, non più concentrata su ogni palla, Semedo ha il tempo e lo spazio per infilare Mario Rui, palla al centro e Griezmann fa l’unica cosa buona della sua partita, mettendo dentro.

Per il Napoli è un colpo ma la squadra di Gattuso dimostra una tenuta mentale che spesso, in questa stagione, è stato difficile riconoscergli. I partenopei continuano a chiudere ogni varco ma alzano un po’ il loro baricentro. Il Barcellona, soprattutto se attaccato, soffre e la squadra di Gattuso ha almeno un paio di opportunità per fare male ma mira e cinismo non fanno parte del bagaglio azzurro, almeno per il momento.

Negli ultimi venti minuti la partita cambia, il Napoli spinge, pressa alto, il Barcellona gioca a riparte con Messi che ha un paio di ispirazioni che per poco non si tramutano in gol. La squadra di Gattuso tiene e ci prova, perché sa che con l’1-1 a Barcellona non sarà facile passare il turno. Alla fine, con il Barca che chiude in dieci per il rosso a Vidal, il pareggio sta stretto alla squadra di casa. Difficile poter chiedere di più a questo Napoli, serviva tenere aperta la qualificazione e ci sono riusciti, probabilmente tenere alta la concentrazione per tutti i novanta minuti era un’impresa impossibile, ed il Barcellona è stato bravo a fare il Barcellona nell’unica vera palla che ha avuto nel corso del match.

Si ripartirà dal Nou Camp, con il Barca che dovrà fare a meno di Busquets e Vidal, squalificati, in una partita che Gattuso dovrà, necessariamente, interpretare in maniera diversa. Non basterà chiudersi e forse ripartire, occorrerà segnare e fare gioco, e sarà interessante vedere come l’ex tecnico del Milan riuscirà a presentare una squadra con caratteristiche e atteggiamento completamente diverso rispetto a quello di ieri. Ieri, la gara a distanza con Setién, l’ha vinta lui. Aspettiamo fiduciosi il ritorno.

Alessandro Grandoni

Ecco la SuperClassifica delle società di Settore Giovanile Professionistiche che prende in considerazione i punti conquistati nei Campionati Primavera (1 e 2), Under 17, Under 16 e Under 15 relativamente alle formazioni di Serie A e B.  (per il Campionato Primavera 2, essendo una serie B, i punti conquistati sono divisi per due, l'Under 18 non è presa in considerazione essendo solo nove le formazioni iscritte). 

Una classifica, aggiornata al 16 febbraio, prima cioè delle molte gare rinviate per il Coronavirus, vede al primo posto, ma non è una novità, l'Atalanta che continua a splendere con il suo vivaio. La società nerazzurra, infatti, è da anni leader nel settore giovanile non soltanto per risultati conseguiti, ma anche e soprattutto per i tanti giovani lanciati nel calcio professionistico. Il primo posto momentaneo di questa stagione è in larga parte dovuto ai grandi risultati ottenuti con Primavera e Under 17, con l'Under 15 unica formazione in ritardo rispetto alle altre. Più indietro un'altra squadra nerazzurra, l'Inter. I milanesi sorpassano, di una sola lunghezza, la Roma e si attestano al secondo posto. Rispetto all'Atalanta hanno meno picchi nelle varie categorie ma più continuità, con la società che continua a dimostrare, come ormai fa da anni, la grande importanza che viene data al vivaio, non a caso giocatori come Pinamonti o Esposito sono usciti proprio da qui.

Terza la Roma. Sulla bontà del lavoro svolto in sede di giovani dai giallorossi pochi dubbi, anche se in questa stagione rispetto al passato i giallorossi pagano qualche passaggio a vuoto soprattutto con la Primavera (fuori dalla Coppa Italia in semifinale con il Verona, formazione di Primavera 2) e con l'Under 15, che solitamente ci aveva abituati ad un primo posto in solitaria. Chiude il quadro delle società leader la Juventus. I bianconeri in Primavera non stanno giocando la loro migliore stagione, anche se sono in fase di ripresa, mentre nelle altre categorie, soprattutto Under 17 e Under 16, il loro predominio è quasi indiscusso. Staccate tutte le altre, anche se ci sono da fare delle distinzioni. Genoa e Napoli sono a parimerito al quinto posto, mostrando gli ottimi risultati conseguiti in questa stagione che sono la logica conseguenza del buon lavoro svolto negli anni precedenti.

Al settimo e ottavo posto due sorprese. Il Bologna, pur non brillando con la Primavera, è riuscito ad ottenere ottimi risultati con le tre altre compagini rimanendo sempre ad un passo dalle formazioni di testa. Splendida la stagione del Cagliari, che in Primavera paga soltanto lo scotto di aver trovato davanti a se un'Atalanta formidabile. Chiudono il quadro della Top Ten il Milan, protagonista di una grande annata che è attardato solo per via della partecipazione al campionato Primavera 2, e non 1, che nei nostri parametri viene valutato con la metà del punteggio, e la Spal, ed anche qui si tratta di un grande risultato per una società che non vanta certo le risorse delle sue contendenti.   

 

 

LEGGENDA:

Punti conquistati in Primavera 1, Under 17, Under 16 e Under 15  PIENI

Punti conquistati in Primavera 2 (SUDDIVISI PER DUE) 

 

  SOCIETA' TOTALE PRIMAVERA UNDER 17 UNDER 16 UNDER 15
             
1 ATALANTA 170 48 54 44 24
2 INTER 157 35 47 35 40
3 ROMA 156 30 44 46 36
4 JUVENTUS 149 32 49 41 27
5 GENOA 130 28 27 35 40
6 NAPOLI 130 12 42 36 40
7 BOLOGNA 125 25 31 39 30
8 CAGLIARI 124 42 23 25 34
9 MILAN 122,5 23,5 25 37 37
10 SPAL 114,5 18,5 31 41 24
11 LAZIO 108 24 20 32 32
12 PESCARA 106 15 31 25 35
13 HELLAS VERONA 105 16 36 26 27
14 SAMPDORIA 104 28 20 22 34
15 TORINO 103 22 24 15 42
16 FIORENTINA 100 21 26 31 22
17 EMPOLI 97 26 28 28 15
18 FROSINONE 95,5 12,5 26 17 40
19 SASSUOLO 90 23 28 22 17
20 PARMA 88 9 28 26 25
21 BENEVENTO 86 9 29 26 22
22 PERUGIA 86 10 26 35 15
23 UDINESE 81,5 15,5 28 14 24
24 ASCOLI 74,5 21,5 24 13 16
25 BRESCIA 73,5 9,5 20 19 25
26 CHIEVO VERONA 69 12 20 18 19
27 SPEZIA 68,5 8,5 26 14 20
28 JUVE STABIA 67 7 15 22 23
29 LECCE 62,5 12,5 6 20 24
30 TRAPANI 61 16 15 23 7
31 SALERNITANA 60 10 17 9 24
32 COSENZA 59 11 22 12 14
33 CREMONESE 57 6 24 18 9
34 CROTONE 57 12 25 13 7
35 PORDENONE 55,5 12,5 12 17 14
36 VENEZIA 54,5 9,5 13 9 23
37 VIRTUS ENTELLA 51 9 16 17 9
38 CITTADELLA 44,5 7,5 6 13 18
39 PISA 44,5 6,5 12 14 12
40 LIVORNO 39,5 13,5 11 5 10

 



  

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