Marzo 28, 2020

Alessandro Grandoni

 

L’Olanda degli anni settanta, il calcio totale. Nel calcio si fa spesso riferimento a questa squadra, anche se in realtà si tratta più di un movimento, che ha avuto nella nazionale olandese l’interpretazione migliore, dal punto di vista estetico, ma che ha anche avuto nel Feyenord e nell’Ajax le squadre capaci di portare, in Olanda, 4 Coppe dei Campioni.

 

Ma cosa è il calcio totale degli olandesi?

 

E’ un calcio che trova la massima espressione nell’Olanda che partecipa, e perde in finale, ai Mondiali del 1974, compagine allenata da Rinus Michels. E’ un calcio che rompe rispetto a quello che si faceva in quel tempo. Pochi ruoli fissi, zona totale in difesa, una squadra pronta ad accorciarsi ed allungarsi, un gioco fatto di sovrapposizioni, inserimenti, scambi di ruolo tra giocatori, aiutati da un vigore fisico ed un’intelligenza calcistica nettamente sopra la media. Eccezion fatta per i difensori centrali ed i centrali di centrocampo, il resto è tutto un grande movimento, con Johan Cruijff ad insegnare calcio in avanti.

 

Johan Cruiff con la maglia dell'Olanda ai Mondiali del 1974
Johan Cruiff con la maglia dell'Olanda ai Mondiali del 1974

 

Feyenord e Ajax: le Coppe dei Campioni degli anni ‘70

 

Quell’Olanda prende spunto dalle vittorie delle formazioni nazionali negli anni precedenti e mette insieme il meglio che la nazione potesse offrire. Il Feyenord di Happel trionfa nella Coppa dei Campioni del 1970 battendo in finale il Celtic, lui come Michels ipotizza un calcio totale, fatto di movimento e gioco. Michels, se così si può dire, migliora ancora di più l’interpretazione con il suo Ajax che, dal 1971 al 1973, mette in bacheca tre Coppe dei Campioni battendo in finale Panathinaikos, Inter e Juventus. L’epoea dei lancieri si spegne nell’anno del Mondiale, quando Crujff e Michels fanno le valigie destinazione Barcellona, una città che accoglierà l’interprete del calcio totale per molti anni.

 

L'incredibile gol di Cruijff all'Atletico Madrid con la maglia del Barcellona

 

I gol e le migliori giocate di Johan Cruijff

 

L’Olanda e il Mondiale del 1974 in Germania

 

Dissoltasi la squadra capace di vincere per tre anni consecutivi la Coppa dei Campioni, il 1974 diventa l’ultima occasione, per una serie di giocatori, di scendere in campo un’ultima volta da compagni di squadra. Sarà ricordata come la squadra di Cruijff, Neeskens, Krol e Rep, ma sarà la formazione di tanti elementi di qualità, in grado di esprimere ed interpretare al meglio il gioco del calcio.

Il pressing dell'Olanda del 1974

L’Olanda, prima di allora, non aveva fatto bene, partecipando a due edizioni, 1934 e 1938. Non si presenta da favorita, ma nel girone eliminatorio fa capire di essere una compagine totalmente diversa. Inseriti nel girone con Uruguay, Svezia e Bulgaria, passano da primi della classe. Una doppietta di Rep piega i sudamericani, zero a zero con gli svedesi e 4-1 alla Bulgaria. Il turno successivo è complicato, serve un’impresa. Brasile, Argentina e Germania Est sono gli avversari, ma poco importa, perché quell’Olanda è capace di battere chiunque. Quattro reti all’Argentina e due a zero alla Germania, il Brasile campione del Mondo si arrende per due a zero, e finale conquistata dove arriva anche l’altra Germania, quella Ovest.

Come giocava l'Olanda degli anni '70

La finale si apre con l’Olanda avanti su calcio di rigore, perché Cruijff al 1’ decide di fare tutto da solo e guadagnarsi un penalty che Neeskens trasforma senza problemi. L’Olanda gioca, forse troppo, la Germania fa la Germania, trova l’1-1 su rigore con Breitner e il 2-1 con Gerd Muller. L’Olanda non riuscirà a farcela, e lo stesso accadrà quattro anni dopo in Argentina, dove perde il mondiale, sempre in finale, contro la squadra del regime, anche se non darà lo stesso spettacolo di quattro anni prima.

Finale Mondiali 1974: Germania - Olanda 2-1

L’Olanda degli anni ’70 passa alla storia come la squadra più bella da vedere ma poco vincente, ma il calcio olandese di quel periodo in realtà dice un’altra cosa, Feyenord e Ajax hanno giocato e vinto tutto quello che c’era da vincere. La nazionale non ce l’ha fatta, ma è e sarà sempre la squadra che ha cambiato il calcio, da cui hanno preso ispirazione tutte le squadre che da li in avanti hanno scritto la storia, dal Milan di Sacchi al Barcellona di Guardiola.

Se si vuole studiare calcio, l’Olanda di quegli anni è una materia indispensabile, è l’inizio del calcio moderno.

Alessandro Grandoni

Il calcio olandese degli anni '70

Tra le squadre più sorprendenti della storia c’è sicuramente la Croazia del 1998. Dopo il Portogallo del ’66, infatti, quella biancorossa diventa la migliore debuttante ai Mondiali, con il terzo posto conquistato alla sua prima partecipazione (nel ’90 la Jugoslavia era ancora unita).

Formazione: la Croazia del 1998

Una squadra tutta talento, classe e forza, che ruppe gli schemi classici degli slavi, abituati a cercare il gioco e non la concretezza. Non quella Croazia, quella che in realtà inizia a costruirsi nel Mondiale Under 20 del 1987, quando i vari Boban, Prosinecki e Jarni battono la Germania di Berti Vogts e di un giovanissimo Sammer. Undici anni più tardi ci sono ancora loro, insieme ad una batteria di giocatori di indubbio spessore.

La stella, e lo sarà di tutto il Mondiale, risponde al nome di Davor Suker, centravanti del Real Madrid che in avanti fa coppia con Vlaovic. Manca un altro big, Alen Boksic, che nel 1997-98 gioca la sua migliore stagione della carriera con la Lazio ma che deve guardare la contesa francese dalla tribuna per un infortunio al menisco.

A centrocampo, oltre a Boban e Prosinecki, ci sono Mario Stanic, ammirato in Italia al Parma, e Soldo, mentre in difesa sulla sinistra corre come un treno Robert Jarni con Simic a destra. In porta Ladic, che disputerà un grandissimo mondiale, con Asanovic, Bilic e Stimac a completare il quadro (in rosa c’è anche Igor Tudor, futuro centrale della Juventus).

 

Davor Suker e Zvonimir Boban ai Mondiali del 1998
Davor Suker e Zvonimir Boban ai Mondiali del 1998

 

Croazia 1998: il cammino ai Mondiali in Francia

La squadra che si presenta a quel mondiale, allenata da Miroslav Blazevic, ha tutto per fare bene, ma nessuno ci crede fino in fondo. Inserita nel gruppo con Argentina, Giappone e Giamaica, passa agevolmente il turno battendo le ultime due e arrendendosi ai biancocelesti. Con la Giamaica, all’esordio, vanno in gol Stanic, Prosinecki e Suker per il 3-1, con i nipponici è più dura ma i biancorossi la spuntano per uno a zero con il gol, neanche a dirlo, di Suker.

Mondiali 1998: Croazia - Giamaica 3-1

Mondiali 1998: Croazia - Giappone 1-0

Con l’Argentina ci si gioca il primo posto, la decide Pineda, con la Croazia costretta cosi a vedersela con la Romania di George Hagi negli Ottavi. La formazione di Blazevic può contare non solo su un attacco di livello, ma soprattutto su un’organizzazione difensiva importante. Porta inviolata e qualificazione ai Quarti firmata nel finale del primo tempo da Davor Suker.

Mondiali 1998: Argentina - Croazia 1-0

Ottavi di Finale Mondiali 1998: Croazia - Romania 1-0

E’ proprio qui che torna il confronto con quella Germania di undici anni prima. La Croazia non parte certo da favorita, ai Mondiali, si sa, la Germania arriva sempre, anche se quattro anni prima aveva steccato in Usa complice la Bulgaria di Stoichkov. I tedeschi sono forti, ma consumati nell’età. Ci sono ancora Kohler, Matthaus, Hassler e Klinsmann nell’undici titolare, già presenti ai Mondiali di otto anni prima in Italia, oltre ai veterani Reuter e Moller. Kopke, Worns, Heinrich e Bierhoff provano a dare linfa a una squadra che sembra aver dato tutto.  

Quarti di Finale Mondiali 1998: Croazia - Germania 3-0

La Croazia gioca ma ci mette un po’ a piegare le resistenze tedesche. La partita la sblocca Jarni a fine primo tempo, i tedeschi ci provano ma nel finale la maggiore qualità tecnica e brillantezza dei croati ha la meglio. All’80’  Vlaovic sigla il raddoppio, cinque minuti più tardi Suker scrive la parola fine alla gara e a quella dinastia germanica, che di lì a poco sarà costretta a riorganizzarsi.

Il sogno croato arriva fino in semifinale, un risultato impensabile fino a poche settimane prima. La gara con la Francia è la più difficile che ci possa essere, non tanto sul piano delle qualità delle squadre, ma dal punto di vista ambientale, con i francesi padroni di casa. La squadra di Blazevic non ha nessun timore reverenziale, passa anche in vantaggio con il solito Suker, che diventerà capocannoniere del torneo, ma poi subisce, nel giro di 22 minuti, la doppietta, e questa è una notizia, di Lilian Thuram, che ribalta il risultato a porta i suoi alla finale con il Brasile.

Semifinale Mondiali 1998: Croazia - Francia 1-2

Per i biancorossi è un duro colpo, ma non tanto da stenderli, perché di lì a pochi giorni avranno la forza di battere l’Olanda (2-1 con gol di Prosinecki e Suker), forse la squadra più bella ammirata al Mondiale, per prendersi il bronzo ed il maggior risultato mai conseguito fino a quel momento.

Finale 3° e 4° Posto Mondiali 1998: Croazia - Olanda 2-1

La storia poteva essere diversa, quella Croazia, con il Brasile visto in finale, avrebbe potuto anche spuntarla costruendo un’impresa simile a quella della Danimarca agli Europei del 1992.

Così non è stato ma poco importa perché negli occhi di tutti, al termine di quella contesa, è rimasta la bellezza di una nazionale concreta, tecnica e capace di battere le grandi d’Europa. Da qui in avanti, la Croazia, non sarà più una cenerentola.

Alessandro Grandoni

E’ stato uno dei più grandi rimpianti del calcio mondiale degli anni novanta. Denílson de Oliveira Araújo, noto semplicemente come Denílson, è stato ad un passo dall’essere considerato uno dei più grandi calciatori del decennio, sul punto di sbocciare, ma poi fallire clamorosamente nell’impatto con il grande calcio europeo.

 

La carriera di Denilson de Oliveira Araujo, dal San Paolo al Betis, passando per il Brasile

 

La carriera di Denilson inizia nel San Paolo, scoperto dal celebre tecnico brasiliano Telè Santana. Non ha mai avuto il gol nel sangue, come dimostra anche negli anni brasiliani, ma a livello di tecnica ha davvero pochi eguali. Sono gli anni in cui si afferma Ronaldo nel calcio mondiale, e Denilson viene visto da molti come il giocatore in grado di eguagliarne le gesta in tutto il mondo. Mancino naturale, giocatore dotato di una tecnica sopraffina, dal fisico esile, dal doppio passo in grado di lasciare sul posto qualsiasi avversario.

Nei quattro anni al San Paolo, dal ’94 al ’98, Denilson gioca 96 partite mettendo a segno 8 gol. Il 13 Novembre del 1996 arriva anche l’esordio in nazionale, in un’amichevole che il Brasile gioca contro il Camerun, terminata zero a zero. Denilson inizia pian piano a far parlare di sé, la sua tecnica non passa inosservata, in Nazionale inizia a giocare con continuità e nella Coppa America del 1997, vinta dal Brasile, segna la sua prima rete con i verdeoro. Quel Brasile, quello del ’97, è un mix di classe e potenza e Denilson è uno dei protagonisti.

Cresce l’attenzione per lui, protagonista anche di un celebre spot televisivo con la sua nazionale. Il suo marchio di fabbrica è il doppio passo, ripetuto più volte fino a stordire il suo diretto avversario. Un funambolo che, però, sembra in grado di abbinare fantasia ad efficacia.

 

Denilson de Oliveira Araujo, le giocate del giocatore brasiliano

 

Il Mondiale del 1998 è la sua competizione. Gioca da titolare come ala sinistra della nazionale verdeoro. Il Brasile, grande favorito, perde la finale con la Francia padrona di casa, ma la stella di Denilson è in piena ascesa. Le grandi squadre europee danno la caccia al talento brasiliano, ci prova anche la Lazio dopo non esser riuscita, l’anno precedente, a prendere Ronaldo. Alla fine, però, la spunta il Betis Siviglia. Denilson si trasferisce in Spagna per la cifra record di 63 miliardi di lire con una clausola rescissoria di ben 750 miliardi. Grandi aspettative che però, Denilson, non ripaga.

 

Denilson de Oliveira Araujo con la maglia del Betis Siviglia
Denilson de Oliveira Araujo con la maglia del Betis Siviglia

 

In Spagna passa due stagioni senza lasciare un grandissimo segno, 65 presenze e solo cinque reti, con la seconda annata chiusa addirittura con la retrocessione del Betis. Viene spedito in Brasile, in prestito al Flamengo, sperando in una sua resurrezione ma questa, purtroppo, non arriverà mai. Torna al Betis l’anno successivo, contribuisce alla promozione della squadra, ma la sostanza non cambia. Denilson non riesce più ad essere il talento cristallino ammirato soprattutto nel ’97 e nel ’98.

 

1997: spot Tv del Brasile in Aereoporto

 

Perde, pian piano, la nazionale, con la sua ultima partita in verdeoro datata 12 febbraio 2003 (nel 2002 partecipa, ma da comprimario, alla vittoria del mondiale nippo-coreano). Rimane al Betis fino al 2005, il suo score nella seconda esperienza spagnola recita 118 gare e 8 reti, tropo poco. Da lì in avanti Denilson si trascina fino a fine carriera con Bordeaux, Al-Nassr, Dallas, Palmeiras, Itumbiara, Hai Phong e Kavala, terminando tra il Vietnam e la Grecia la sua militanza nel professionismo.

Denilson è di fatto uno dei più grandi misteri del calcio brasiliano, visto da tutti come un sicuro crack, il suo talento si è dissolto dopo solo due stagioni di altissimo livello.

Di lui, ad oggi, ci rimangono solo i suoi doppi passi, ancora un piacere da vedere.

Alessandro Grandoni

Paolo Futre, la Joya portoghese, il più grande interprete del calcio lusitano nella seconda metà degli anni ottanta e nella prima degli anni novanta. Talento cristallino, un sinistro che parlava, per molti la versione portoghese del dieci argentino che in quegli anni vinceva a Napoli e con la Selecion e che risponde al nome di Diego Armando Maradona.

Una carriera probabilmente non all’altezza delle sue grandissime doti, ma in quei sette anni, dal 1987 al 1993, Paolo Futre è stato uno dei maggiori interpreti di questo sport. E’ un 10 classico ma al tempo stesso moderno, classe e talento abbinati ad una velocità di pensiero ed esecuzione non comuni all’epoca, se non guardiamo, appunto, il 10 dei partenopei.

 

La carriera di Paolo Futre con Porto, Atletico Madrid e Reggiana

 

La storia di Futre parte da Lisbona, dove Paolo inizia a giocare con lo Sporting e dove fa il suo esordio nel calcio professionistico portoghese nella stagione 1983-84 (il 22 settembre 1983 c’è anche l’esordio con la Nazionale in un Finlandia – Portogallo ad Helsinki).

Ventuno presenze e 3 reti alla prima apparizione in A, non male per un neofita della categoria. La sua classe non passa inosservata ed il Porto, il maggior interprete in quel momento in Portogallo, non si fa scappare l’occasione. Con il Porto Paolo Futre viene di fatto incoronato come uno dei più grandi talenti del suo tempo.

 

Paolo Futre con la maglia del Porto
Paolo Futre con la maglia del Porto

Tre stagioni in maglia biancoblù ed un palmares che parla da solo: 81 presenze e 25 gol, due titoli nazionali, due coppe nazionali, una Coppa dei Campioni e per due volte il premio come miglior giocatore dell’anno in Portogallo. Senza contare, poi, il secondo posto nel 1987 nella corsa al Pallone d’Oro, vinto da Ruud Gullit, su cui Futre continuerà a discutere fino ai giorni nostri, accusando Berlusconi di avergli soffiato quel titolo.

 

Paolo Futre: i gol e le migliori giocate con la maglia del Porto

 

Il 1987 è anche l’anno della Coppa dei Campioni, l’odierna Champions, per il Porto che dovrà aspettare l’arrivo di Josè Mourinho per tornare sul gradino più alto d’Europa. La finale contro il Bayern è l’incoronazione per Futre, il numero dieci portoghese incanta, semina avversari come birilli e mette il suo marchio su quella vittoria, con classe e talento. Il pallone d’oro di quell’anno non poteva che andare a lui, ma la storia purtroppo dice altro.

 

1987: Bayern Monaco - Porto, il video della finale Coppa dei Campioni

 

Dopo tre stagioni al Porto Futre passa all’Atletico Madrid, che di dieci portoghesi se ne intende e che ora spera che Joao Felix possa ripercorrere le sue gesta. Undici miliardi, non pochi per l’epoca, con il Presidente Jesùs Gil che si porta a casa il più grande talento dell’epoca.  All’Atletico passa sei anni, non pochi, anche se dal punto di vista della squadra non arrivano i successi dell’epoca portoghese. Nella storia, però, rimane un derby giocato contro il Real del Buitre e di Hugo Sanchez, un 4-0 con la sua firma (un gol e due assist), una gara ancora ricordata da tutti i tifosi dei colchoneros.

 

Paolo Futre - Le migliori giocate e i gol con la maglia dell'Atletico Madrid

 

La carriera di Futre all’Atletico viene però ricordata anche e soprattutto per la Copa del Rey del 1992, dove il dieci lusitano contribuisce in maniera decisiva alla vittoria dell’Atletico Madrid. Due a zero al Real ma parliamo, probabilmente, dell’ultimo vero colpo del fantasista. Già in difficoltà per i continui infortuni, Futre non sarà ma più lo stesso giocatore.

Dopo una breve apparizione in patria con il Benfica e in Francia, con la maglia dell’Olympique di Voeller e Stojkovic, nel 1993 viene acquistato dalla Reggiana, formazione provinciale italiano che punta sulla sua resurrezione. L’esordio, in realtà, è da brividi. Si gioca Reggiana – Cremonese, Futre prende palla in area sulla destra, converge al centro, salta un giocatore come un birillo e mette in rete. Potrebbe essere tornato lui, ma nella stessa gara Pedroni decide che non sarà così, entra duro, viene espulso, e per Futre la stagione è già finita. In quell’anno giocherà una sola gara, e si rivedrà nella stagione successiva, con la Reggiana che retrocede in B e lui che disputa 12 gare con 4 reti all’attivo.

 

Paolo Futre - Il video con i 5 gol con la maglia della Reggiana

 

Berlusconi, accusato di avergli portato via un pallone d’Oro, vuole scommetterci ancora e nel 1995-96 nel suo Milan con Baggio, Savicevic, Van Basten (che però non giocherà) e Weah, inserisce anche il talento portoghese. Gli infortuni al ginocchio, però, non lo faranno quasi mai vedere, scenderà in campo nel finale di stagione con lo scudetto già vinto nel 7-1 rifilato alla Cremonese.

Da lì in avanti Futre non sarà più il talento ammirato, girovaga tra Inghilterra (West Ham), Spagna (con un ritorno all’Atletico nel 1997) e Giappone.

 

Paolo Futre con la maglia della Reggiana
Paolo Futre con la maglia della Reggiana

In Nazionale, seppur con un esordio da giovanissimo, non riuscirà quasi mai a lasciare il suo marchio. Con il Portogallo gioca in tutto 41 gare mettendo a segno 6 reti.

Paolo Futre non resta quindi negli almanacchi come uno dei più grandi della storia, la poca continuità e gli infortuni gli impediscono di stare al tavolo con le grandissime stella, ma un tecnico, portoghese, che di calcio se ne intende dice:

Per me rimane uno dei migliori giocatori che abbia mai visto giocare in 30 anni di carriera.” (José Mourinho)

Tra Eusebio e CR7, quindi, non ci sono solo Rui Costa e Deco. Il calcio portoghese, per tutti, è stato anche Jorge Paulo Dos Santos Futre.

Alessandro Grandoni

Che squadra quell’Olympique Marsiglia del 1993. Scandali a parte, tra doping e corruzione, non si può discutere la bontà tecnica di una formazione capace, sul campo, di dominare ovunque. Una crescita, quella francese, partita da lontano e culminata nel trionfo, poi revocato, del 26 Maggio del 1993, quando una rete di Basile Bolì consegna la coppa dalle grandi orecchie al Marsiglia, che batte il Milan di Fabio Capello, l’ultimo degli olandesi (Gullit e Rijkaard faranno le valigie in estate, Van Basten capirà che per lui i problemi fisici non potranno mai essere superati).

Quell’Olympique era una squadra forte, che si era costruita nel tempo ma che nel 1992-93 trovò la sua perfetta alchimia. La squadra che si presenta ai nastri di partenza è una formazione che viene da 4 scudetti consecutivi in Francia ma che in Europa ancora non trova il successo. Nel 1991 perde, ai rigori, contro la Stella Rossa di Belgrado dopo aver fatto fuori il Milan nei Quarti con la famosa gara dello spegnimento delle luci del Velodrome e Galliani che fa rientrare i suoi negli spogliatoi. Nel 1992 il cammino si interrompe presto, agli Ottavi di Finale, contro lo Sparta Praga (sempre ai calci di rigore).

 

L'Olympique Marsiglia del 1992-93: Voeller e Boksic con Pelè, Deshamps e Desailly

 

La società, presieduta da Bernard Tapie, nell’estate del 1992 cambia molto. Se ne va il cannoniere del momento, Jean Pierre Papin, con destinazione Milan, oltre a Chris Waddle allo Sheffield e Tigana al Monaco, non certo due giocatori qualunque per l’epoca. Sul fronte degli arrivi, però, il Marsiglia fa le cose in grande. In porta c’è Barthez, che nel ’98 sarà il portiere della Francia campione del mondo, a centrocampo arrivano Stojkovic dal Verona e Martin Vasquez dal Torino (a gennaio sarà venduto al Real Madrid), ma è in avanti che ci sono i colpi geniali.

Omam-Biyik, protagonista ai mondiali del ’90 con il Camerun, dura poco venendo dirottato al Lens a gennaio, ma gli altri due nomi sono da brividi e si intrecciano con il calcio italiano: dalla Roma viene preso Rudi Voeller, cannoniere di indiscusso valore, campione del mondo con la Germania nel 1990, mentre dal Cannes viene acquistato una giovane promessa che risponde al nome di Alen Boksic (passato nell’Hadjiuk Spalato ma una sola presenza nel Cannes nel 1991-92, e futuro nella Lazio dal 1994 al 2000).

 

Alen Boksic: i gol con l'Olympique Marsiglia nel 1992-93

 

Saranno loro due, insieme al centrocampista tutto fantasia Abedì Pelè ed ai costruttori di gioco Deshamps e Sauzèe, l’anima di quella squadra.

In Francia, come sempre, c’è poco da discutere, il Marsiglia è leader indiscusso del suo campionato, e la coppia d’attacco Voeller – Boksic funziona a meraviglia. 18 gol per il tedesco e 23 per il croato in campionato, numeri da capogiro. In difesa, poi, non si passava. Il Marsiglia giocava con un 5-3-2 con Di Meco e Eydelie sugli esterni ed il trio Boli – Desailly – Anglomà al centro. A centrocampo Deshamps e Sauzèe erano i pensatori, distruttori e costruttori di gioco con Pelè al servizio di Boksic e Voeller, con Durand, Ferreri e Casoni ottimi rincalzi.

In Champions la squadra vola, è il primo anno della formula Champions League con due gironi che decretano le due finaliste. I francesi fanno fuori agevolmente Glentoran e Dinamo Bucarest, nel girone Rangers, Cska Mosca e Bruges non possono nulla contro lo strapotere biancoceleste. Il Marsiglia conquista la finale, di fronte ci sarà il Milan, a Monaco di Baviera, il 26 Maggio del 1993.

 

Gli schieramenti tattici di Olympique Marsiglia e Milan
Gli schieramenti tattici di Olympique Marsiglia e Milan

 

Ma la partita più importante, forse, si gioca sei giorni prima, il 20 maggio, quando il Marsiglia in campionato affronta in trasferta il Valenciennes. Vittoria per uno a zero firmata da Boksic, ma questa gara segnerà la storia del club, ma lo vedremo più tardi.

 

26 Maggio 1993: Olympique Marsiglia - Milan 1-0, gol di Boli

 

Il 26 Maggio ancora Marsiglia contro Milan, come due anni prima, ma le due squadre ci arrivano in condizioni psicofisiche diverse. Il Marsiglia è al top, il Milan sembra al tappeto ancora prima di cominciare. Van Basten non è in perfette condizioni, Rijkaard ha già annunciato che a fine stagione lascerà i rossoneri, Gullit, reduce da un infortunio, è sicuro di giocare ma viene spedito da Capello in panchina e va su tutte le furie nel prepartita, Papin, il grande ex, viene destinato alla panchina. A tutti e due viene preferito Massaro, che nel primo tempo fallirà un paio di gol importanti. Allo scadere del primo tempo è Boli, da calcio d’angolo, a staccare di testa e superare Rossi.

 

1993: la finale Olympique Marsiglia - Milan - Il VIDEO

 

Nella ripresa il Milan sembra il lontano parente della squadra ammirata negli anni passati, il Marsiglia tiene e conquista la sua prima Coppa dei Campioni. Deshamps alza al cielo il trofeo, ma la gioia di quei momenti passerà presto.

 

1993: la vicenda Valenciennes - Olympique Marsiglia

 

Dopo qualche mese, infatti, arrivano le accuse di corruzione per il presidente Bernard Tapie e la società per quella famosa Valenciennes – Marsiglia. Due giocatori della squadra avversaria vengono corrotti, tramite Eydelie, per non giocare al massimo e risparmiare cosi al Marsiglia un po’ di energie in vista della finale di Champions.

 

La formazione dell'Olympique Marsiglia che vince la Champions League del 1993
La formazione dell'Olympique Marsiglia che vince la Champions League del 1993

 

Le accuse sono confermati, arrivano arresti e denunce, ed al Marsiglia la Uefa toglie la Champions appena conquistata, oltre alla possibilità di giocare la Supercoppa Europea e l’Intercontinentale (le giocherà il Milan, perdendole entrambe, al suo posto). Alla società, poi, viene tolto anche il titolo del 1993 e viene retrocessa in Serie B. Se ne vanno i big con Boksic alla Lazio, Deshamps alla Juve e Desailly al Milan.

Nella sua biografia, poi, Eydelie afferma candidamente come prima di quella gara, tranne Voeller, tutti i giocatori avessero fatto uso di doping.

Su quella vittoria cala quindi un velo di mistero, ma per chi ama il calcio il Marsiglia del 1993 è e resterà una squadra semplicemente fantastica, da vedere e rivedere.

Alessandro Grandoni

Dennis Bergkamp, l’olandese non volante, come da anni viene ribattezzato per la sua paura di volare. Bergkamp, però, è stato anche calcio allo stato puro, talento, visione di gioco e tecnica applicata a questo sport. Un solo passaggio a vuoto, nelle due stagioni interiste, comunque condite dalla conquista di una Coppa Uefa da capocannoniere, e poi tanti gol e soddisfazioni con le maglie di Ajax, Arsenal e nazionale olandese.

 

La Carriera di Dennis Bergkamp con l'Ajax

Dennis nasce calcisticamente nell’Ajax, una società che ti forma, oltre che farti giocare. E’ il campionato 1986-87 quello del suo approdo alla massima serie, 14 presenze e due gol nel primo anno, 25 apparizioni e 5 reti nella seconda, 30 presenze e 13 gol nella terza e 25 e 8 reti nella quarta. E’ un talento di grandi speranze, ma da lì a breve avviene il cambio di passo. Dennis non è solo talento, è fiuto del gol, è tecnica sopraffina, quel giocatore capace di farti capire perché ami il calcio. All’indomani dei mondiali del ’90, non certo esaltanti per l’Olanda, Dennis Bergkamp inizia a muoversi da fuoriclasse puro, anche in fase di finalizzazione (il 26 settembre del ’90 fa anche il suo esordio in nazionale, a Palermo, in un Italia – Olanda 1-0). Mettendo insieme campionato e coppe, nel 90-91 segna 26 reti in 42 apparizioni, e si ripete nelle stagioni successive, siglando 30 gol nel 91-92 e 33 nel 92-93.

 

Dennis Bergkamp - I gol più belli con l'Ajax

 

Nel frattempo prende in mano anche la nazionale, gioca con continuità, segna il suo primo gol in orange in Olanda – Grecia del 21 novembre del ’90 a Rotterdam, e gioca da protagonista l’Europeo del 1992, dove segna tre reti in 4 presenze, ma dove l’avventura termina in semifinale, eliminati ai supplementari da una leggendaria Danimarca, capace di vincere la competizione a sorpresa.

 

Dennis Bergkamp - Tutti i gol con la Nazionale Olandese

 

Dennis Bergkamp all'Inter: arriva anche Jonk

Con i lancieri, alla fine, sigla 102 reti in 185 presenze in campionato, numeri da capogiro, numeri che fanno innamorare l’Inter ed il suo presidente, Ernesto Pellegrini. E’ la primavera del 1993 quando si concretizza l’operazione. A Milano conoscono gli olandesi, dalla parte opposta si sta per spegnere l’eco del trio formato da Gullit – Rijkaard e Van Basten, tra addii e problemi fisici. E’ il momento giusto per assaggiare un po’ di calcio orange anche dalla sponda opposta. Nell’operazione, per 25 miliardi complessivi, rientra anche il centrocampista Wim Jonk.

 

Dennis Bergkamp - Tutti i gol con l'Inter

 

Mai operazione, però, fu più infausta. Bergkamp non è il giocatore adatto all’Inter, a quella Inter, ancora troppo all’italiana. Lui, abituato ai meccanismi, alla filosofia olandese del suo allenatore Van Gaal non riesce quasi mai a brillare, se non per alcune giocate estemporanee. In due stagioni, tra campionato e Coppa Italia, segna solo 12 reti in 59 partite, numeri quasi imbarazzanti per uno come lui.

Dennis Bergkamp con la maglia dell'Inter
Dennis Bergkamp con la maglia dell'Inter

 

La sua luce brilla solo in Europa, dove si gioca un calcio diverso. Nella prima stagione l’olandese mette a segno 8 gol in 11 partite, e contribuisce in maniera decisiva alla vittoria finale della Coppa Uefa contro il Salisburgo, la seconda della storia interista. Nella stagione seguente l’Inter esce quasi subito, e Bergkamp segna un gol in due partite. In totale, nelle competizioni europee sigla 9 reti in 13 gare, uno score decisamente diverso rispetto a quello tenuto in campionato.

Bergkamp, nella sua biografia, descriverà spesso il suo periodo italiano, rimarcando come fosse arrivato nel momento sbagliato, nella squadra sbagliata. Prima il calcio per lui era divertimento, allegria, tecnica, all’Inter solo lavoro e smania del risultato, da una passione era diventato un lavoro simil ufficio, dalle 9 alle 5. Nell’Ajax giocava trequartista alle spalle di una punta centrale con due punte esterne, nell’Inter fa la seconda punta, sempre spalle alla porta, e non si intenderà mai con i suoi compagni di reparto, da Schillaci e Ruben Sosa passando per Pancev.

 

Dennis Bergkamp all'Arsenal: la seconda vita dell'olandese non volante

Il feeling con Ottavio Bianchi, poi, neanche a parlarne. Nella sua seconda stagione (nella prima c’era Bagnoli in panchina), l’amore con i colori nerazzurri termina anzitempo, la nuova Inter di Moratti vuole puntare ancora sull’ex tecnico di Napoli e Roma, e Bergkamp non può aspettare. Si presenta l’Arsenal, 19 miliardi all’Inter ed il giocatore vola, per modo di dire, in Inghilterra (dopo i mondiali del ’94 ed una gara del '95 a Firenze aveva deciso di non voler più prendere l’aereo per la troppa paura).

All’Inter pensano di aver fatto il colpo, incassando 20 miliardi per un giocatore che non si era mai espresso a dovere, ma si ricrederanno. Bergkamp, all’Arsenal, segnerà un’epoca vincendo tre campionati, insieme ad un giocatore francese che risponde al nome di Thierry Henry (leggendario il titolo del 2004, da imbattuti).

Dennis Bergkamp e Thierry Henry con la maglia dell'Arsenal

 

Con i lancieri Bergkamp ritrova gioia e giocate da puro fuoriclasse, gioca una prima parte di carriera da goleador, andando sempre in doppia cifra dal 95-96 al 98-99. Da li in avanti si fa apprezzare meno sotto porta, ma dispensa assist come se piovesse e si limita a marcare il tabellino solo con reti da regalare alla storia.

 

Dennis Bergkamp - I 10 gol più belli in Premier League (Arsenal)

 

In Nazionale va sempre ad un passo dalla gara decisiva, sempre sconfitto ai calci di rigore. Dagli Europei del ’96 dove esce ai Quarti di finale, ai rigori, contro la Francia (1 gol in 4 gare), ai Mondiali del ’98 dove la sua Olanda, fantastica, si arrende solo in semifinale ai rigori contro il Brasile di Ronaldo. Termina la sua avventura orange con gli Europei in casa, quelli del 2000, dove l’Italia fa fuori gli olandesi ancora una volta ai calci di rigore, in semifinale.  

I gol che lascia negli annali sono perle di rara bellezza, un mix di potenza ed esplosività palla al piede e raffinata tecnica, di anticipi sul portiere, di pallonetti prendendo sempre in contropiede i suoi avversari, fino all’apoteosi rappresentata dal gol realizzato al Newcastle. Su passaggio di Pires, l’olandese non volante, stoppa con una piroetta e si ritrova a tu per tu con il portiere, una magia che forse, ancora oggi, il difensore non ha compreso.

 

Dennis Bergkamp ed il gol leggendario contro il Newcastle nel 2002

 

Bergkamp è stato un giocatore di livello inaudito, giunto ad un passo dal pallone d’oro nei tempi all’Ajax (un terzo e un secondo posto), capace di rialzarsi dopo la parentesi negativa all’Inter, dove aveva anche meditato un ritiro anticipato.

Fortunatamente ci ha ripensato, perché il calcio non avrebbe potuto fare a meno di un interprete della sua classe.

Alessandro Grandoni

Tra le meraviglie del calcio italiano degli anni novanta impossibile non parlare del Parma di Nevio Scala. Una squadra vera, un gruppo di amici, di giocatori al servizio del collettivo, guidati da un maestro sempre pronto a mettersi da parte in favore del collettivo.

E’ un Parma decisamente più povero di quello stellare, ma finito male, di fine anni ’90, ma sempre targato Callisto Tanzi. Una società che investe appena 7 miliardi nella sua prima campagna acquisti, ma che in pochi mesi fa innamorare tutta l’Italia sfidando, e a volte battendo, compagini come il Napoli di Maradona, la Samp di Vialli e Mancini, la Roma di Voeller, la Fiorentina di Dunga, il Milan di Van Basten e Gullit, oltre alla Juventus di Roby Baggio.

Vogliamo prendere in considerazione, in questo articolo, il Parma “povero”, quello capace di portare a casa dal ’92 al ’95 una Coppa Italia, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Europea e una Coppa Uefa, quello degli acquisti mirati, prima dell’epopea di fine decennio fatta di spese folli e conti che non tornano.

Il Parma di Nevio Scala

Il Parma si affaccia in serie A nella stagione 1990-91, con Nevio Scala in panchina. La squadra, arrivata seconda in B dietro al Torino, si rifà in parte il look, procedendo all’acquisto consentito dei tre stranieri (all’epoca la regola nella massima Serie). Lasciato andare Zunico in porta, la scelta della società, d’accordo con Scala, è quella di puntare sul numero uno della Selecao Brasiliana, Taffarel, una decisione in controtendenza con la moda che vuole, in Italia, un portiere italiano.

Gli altri innesti, e che innesti, sono quelli del centrale difensivo Grun, belga, e dell’attaccante Thomas Brolin, svedese. I tre giocatori, ammirati ai mondiali del novanta, ripagano in pieno la fiducia riposta in loro. La squadra ha un’ossatura stabile, davanti al numero uno brasiliano Scala presenta un 5-3-2 moderno, con Minotti libero, Apolloni e Grun in marcatura, sugli esterni ci sono Donati da una parte e Gambaro dall’altra. A centrocampo il cervello è Zoratto, lussemburghese di nascita, con Cuoghi e il “sindaco” Marco Osio ai suoi fianchi. Davanti la coppia d’attacco è formata dallo svedese Brolin e da Alessandro Melli, attaccante 21enne in rampa di lancio già decisivo nella gara promozione dell’anno precedente vinta con la Reggiana per due a zero (di Osio l’altra rete).

L’avvio non è dei migliori con un punto in due partite contro la Juve (sconfitta all’esordio per due a uno) e la Lazio (0-0 all’Olimpico).Il 23 settembre del 1990, però, arriva la prima vittoria in A e che vittoria. Cade al Tardini il Napoli campione d’Italia di Maradona con la rete di Osio al 64’.

1990-91: Parma - Napoli 1-0

 

Quello con il Napoli è solo il primo acuto, il Parma impone lo 0-0 alla Samp che a fine stagione festeggerà lo scudetto, poi vince con Fiorentina e Roma, prima di chiudere il girone d’andata con la grande vittoria casalinga, per due a zero, contro il Milan di Arrigo Sacchi, con la doppietta di Alessandro Melli. A fine stagione saranno 13 le reti dell’attaccante, e questo rimarrà il suo record in Serie A.

 

1990-91: Parma - Milan 2-0

L’avvio del ritorno è da incubo, sconfitta per 5-0 a Torino con la Juve, 0-0 con la Lazio e sconfitta per 4-2 a Napoli, fino al mese di Marzo la squadra di Scala fatica, poi riparte battendo Genoa e Bologna, si arriva all’ultimo giornata con gli emiliani che, a San Siro con il Milan, portano via uno zero a zero che vale la qualificazione alla Coppa Uefa con il quinto posto in coabitazione con il Torino, un punto in più di Napoli e Juventus che chiudono in settima posizione.

L’anno seguente è quello della consacrazione, almeno a livello di trofei. Il Parma, sempre affidato a Nevio Scala, trova due esterni di difesa di corsa e tecnica. A destra c’è Benarrivo, a sinistra Di Chiara viene reinventato in questo ruolo, due autentiche frecce che faranno impazzire ogni avversario. Per il resto la squadra è quella dell’anno precedente, con l’inserimento di Stefano Nava, Pulga e Massimo Agostini.

Imbattuta fino al 20 ottobre, la squadra di Scala alla sesta giornata di prende il lusso di battere in casa la Samp scudettata per due a uno con le reti di Minotti e Grun, intervallate dall’acuto di Vialli su calcio di rigore, appena 4 giorni dopo l’eliminazione in Uefa per opera del CSKA di Sofia (0-0 in trasferta, 1-1 in casa).

1991-92: Parma - Sampdoria 2-1

 

In campionato saranno una serie di alti e bassi a caratterizzare quella stagione, il Parma continuerà a giocare un calcio divertente, qualche acuto come la vittoria sul Napoli al ritorno in casa, ma sarà soprattutto l’anno del primo trionfo di questa gestione. In Coppa Italia, infatti, i gialloblù fanno fuori Palermo, Fiorentina e Genoa ed approdano in semifinale, dove alla fine la spuntano sulla Sampdoria vincendo per uno a zero la sfida d’andata con Brolin, e pareggiando 2-2 al ritorno ai supplementari dopo che i doriani erano riusciti a vincere per uno a zero nei novanta regolamentari.

La finale vede di fronte Parma e Juventus, una sfida che si ripeterà a lungo in quegli anni. All’andata i bianconeri vincono con la rete di Baggio su calcio di rigore, serve un’impresa e questa arriva il 14 maggio del 1992. Al Tardini Melli e Osio ribaltano tutto e portano in Emilia la prima Coppa Italia della storia del Parma.

 

14 Maggio 1992: Parma - Juventus 2-0 (Finale Coppa Italia)

 

L’anno seguente il Parma prosegue nel suo cammino per prendersi il palcoscenico in Serie A. Cambia la regola sugli stranieri (sono consentiti 4 tesserati, ma solo 3 in campo), il Parma punta ancora su Taffarel e Brolin, a cui affianca l’argentino Sergio Berti, con pochi risultati, e il colombiano Faustino Asprilla, che lascerà invece una traccia importante. La squadra di rinforza soprattutto a centrocampo con l’arrivo di Gabiele Pin, ex capitano della Lazio, e Fausto Pizzi. In difesa gli interpreti non cambiano, con l’inserimento di Matrecano che darà manforte, mentre in avanti continuano a giocare Melli e Asprilla, con Brolin per lo più impiegato da centrocampista. Dopo la sconfitta nella SuperCoppa Italiana contro il Milan (2-1 con reti rossonere di Van Basten e Massaro e gol ospite di Melli) In campionato la squadra parte con il freno a mano tirato.

 

Supercoppa Italian 1992: Milan - Parma 2-1

 

Fatica ad emergere soprattutto con le grandi, ma nel ritorno riecco la squadra che abbiamo ammirato, vittoria sulla Lazio per due a uno (doppietta di Melli), e soprattutto acuto in casa del Milan di Fabio Capello con la rete su punizione di Faustino Asprilla che rompe il record dei rossoneri che non perdevano da 58 partite in campionato.

1994: Milan - Parma 0-1 (Asprilla)

 

Al Tardini, nel mese di Maggio, cadono anche Juventus (2-1) e Inter (2-0) con i gialloblù che si piazzano al terzo posto, dietro al Milan dei record e la Juventus. Il cammino in Coppa Italia si interrompe ai Quarti di Finale, contro la Juventus, ma è in Coppa delle Coppe che stavolta Scala compie il suo capolavoro.

Ujpesti, Boavista e Sparta Praga vengono eliminate con il Parma che si qualifica per la semifinale dove trova sulla sua strada l’Atletico Madrid. I gialloblù vincono per due a uno in Spagna con la doppietta di Asprilla, ma al ritorno soffrono, perdono per uno a zero, ma guadagnano il pass per la finalissima che gioca a Wembley. Sulla strada dei ducali c’è l’Anversa, formazione belga. In apertura Minotti e Severeyns firmano l’uno a uno, il Parma però è superiore, Melli porta avanti i suoi al 30’ e Cuoghi, nel finale, sigla il definitivo 3-1 che consegna al Parma il primo trionfo europeo della sua storia.  

Coppa delle Coppe 1993: Parma - Anversa 3-1

 

Il Parma che si ripresenta ai nastri di partenza della nuova stagione ha alcune frecce in più nel suo arco. In difesa arriva l’argentino Nestor Sensini, preso dall’Udinese, che si rivelerà un jolly prezioso, mentre in avanti il colpo è l’acquisto di Gianfranco Zola, fantasista del Napoli che si ritaglierà un ruolo importante in questa squadra. A centrocampo completa il quadro degli arrivi di qualità Massimo Crippa, che come Zola arriva dal Napoli.

In campionato il Parma prosegue nella sua corsa, alla fine arriverà quinto con gli acuti rappresentati dalle vittoria in casa contro la Juventus nel girone d’andata (2-0 firmato Zola e Brolin) e contro l’Inter nel ritorno (4-1 con doppietta di Zola e gol di Asprilla e Brolin), ma è in Europa che la squadra di Scala spinge forte. Tra gennaio e febbraio si disputa la Supercoppa Europea ed il Parma se la vede contro il Milan. All’andata passano al Tardini i rossoneri con la rete di Papin, sembra finita ma al ritorno i gialloblù compiono un’autentica impresa. Nei regolamentari vincono uno a zero con il gol di Sensini, si va a si supplementari e Crippa, al 95’, mette dentro il pallone del due a zero che significa un altro trofeo al cielo per Minotti e compagni.

Supercoppa Europea 1993-94: Milan - Parma 0-2

 

 Il cammino in Coppa delle Coppe, dove il Parma partecipa per la vittoria nell’anno precedente, è spedito con i ducali che fanno fuori Degerfors, Maccabi Haifa, Ajax e Benfica. Si arriva alla finalissima di Copenaghen dove i gialloblù si trovano di fronte una grande del calcio europeo, l’Arsenal. Nei biancorossi ci sono giocatori di livello come Seaman in porta, Adams e Dixon in difesa e Merson e Smith davanti, e sarà proprio quest’ultimo a siglare la rete al 20’ che toglie al Parma la possibilità di fare il bis.

Finale Coppa delle Coppe 1994: Arsenal - Parma 1-0

 

L’epopea del Parma di Nevio Scala si chiude, per cosi dire, nella stagione 1994-95. E’ la stagione del passaggio ai tre punti per la vittoria. Il Parma si rifà il look affidandosi in porta a Luca Bucci, in difesa insieme ai soliti noti c’è anche Fernando Couto, centrale portoghese, mentre a centrocampo completano il quadro Dino Baggio e Stefano Fiore. In avanti ai soliti noti Asprilla, Zola e Brolin c’è anche Marco Branca.

La stagione sarà la storia dell’eterno duello con la Juventus di Marcello Lippi. In campionato trionferanno i bianconeri, cosi come in Coppa Italia (due vittorie contro il Parma), mentre in Coppa Uefa sarà la volta degli emiliani che vinceranno l’andata e pareggeranno il ritorno.

In campionato decisivi per le sorti del titolo i due scontri diretti. Nella sfida d’andata il Parma passa in vantaggio con la rete di Dino Baggio ma la Juventus non molla e nel giro di tredici minuti chiude il conto. Paulo Sousa pareggia al 61’, poi è Fabrizio Ravanelli, prima al 70’ e poi al 74’ su rigore, a sancire il definitivo 1-3.

1994-95: Parma - Juventus 1-3

Al ritorno andrà peggio, sarà la gara scudetto per i bianconeri che vinceranno per 4-0 in una sfida mai in discussione e risolta ancora da Ravanelli (doppietta), Deschamps e Vialli. In Coppa Italia andrà male, con la Juve capace di vincere sia in casa, 1-0 firmato Porrini, che in trasferta, 0-2 con Ravanelli e Porrini. In Coppa Uefa i ducali fanno fuori Vitesse, AIK, Athletic Bilbao, Odense e Bayer Leverkusen prima di approdare alla finale, ancora contro la Juventus. L’uomo decisivo sarà il centrocampista Dino Baggio che firmerà la vittoria dell’andata (1-0), ed il pareggio del ritorno rispondendo al vantaggio iniziale bianconero di Vialli.

Finale Coppa Uefa 1995: Juventus - Parma 1-1

 

Scala rimarrà ancora una stagione, dove il Parma raggiungerà la sesta posizione ma dove non riuscirà a portare a casa nessuna coppa, venendo subito eliminato dal Palermo in Coppa Italia (3-0) e dal Paris Saint Germain in Coppa delle Coppe. L’annata, però, rimarrà comunque nella storia, perché sarà quella dell’arrivo, proprio al Parma, dell’ex Pallone d’Oro Hristo Stoichkov, che però non lascerà segni indelebili, del centrale difensivo Fabio Cannavaro, futuro capitano azzurro nel 2006, e dell’esordio, nella sfida casalinga contro il Milan, del 17enne Gianluigi Buffon.

Si chiude qui la storia del Parma di Nevio Scala, capace di portare una squadra di Provincia sulle vette più alte del calcio europeo.

Alessandro Grandoni

La Stella Rossa di Belgrado Campione d’Europa, una delle storie più interessanti del calcio dello scorso secolo. Nella stagione 1990-91, appena prima dello scoppio della guerra in Jugoslavia, la Stella Rossa sale sul gradino più alto d’Europa e vince la Coppa dei Campioni battendo in finale l’Olympique Marsiglia ai calci di rigore.

Una storia particolare, a volte struggente, l’ultimo lampo prima della catastrofe che si abbatte sui Balcani.

STELLA ROSSA 1990-91 - Una Squadra Perfetta

Pubblico caldo, stadio importante, grande cultura calcistica, ma pur sempre slava. “Morire nella bellezza” è il mantra che li accompagna da sempre, i brasiliani d’Europa, come vengono chiamati, sempre ad un passo dal divenire leggenda. Tra semifinali e finali di nazionale e di club, gli slavi si fermano sempre poco prima di scrivere il proprio nome nella storia, ma non in quella stagione.

In panchina c’è  Ljupko Petrović, una sorta di Mazzone balcanico. Metodi particolari, grande schiettezza, e conoscenza del calcio, per lui si muore in campo, con il lavoro, e non nella bellezza, e questa sarà una delle fortune di questa squadra. Non c’è Dragan Stojkovic, ceduto in estate al Marsiglia. Un team costruito nel tempo, con sagacia e attenzione, a partire da Robert Prosinecki, centrocampista di classe immensa, capace di addormentare e velocizzare la partita, con un piede, anzi due, sopraffini, e visione di gioco da vendere.

  

Pancev e Savicevic, la coppia d'attacco della Stella Rossa

Arriva a Belgrado nell’87, dalla Dinamo Zagabria, dopo una stagione nelle giovanili prende in mano il centrocampo biancorosso. Nel ’91 lui è già un faro, ma accanto si ritrova uno che di Champions, da li in avanti, se en intenderà. Si chiama Vladimir Jugovic, ha vent’anni, viene prelevato dal Rad e diventa in poco tempo un punto fermo della squadra biancorossa. La Stella Rossa gioca un calcio semplice, forse, un 4-4-2 che va di moda dove lui e Prosinecki sono i centrali in mezzo al campo, in difesa ci sono Belodedici e Najdoski, in porta Stojanovic, largo a destra a centrocampo Dragisa Binic, in avanti due che si faranno conoscere, ma con fortune alterne, anche in Italia e che rispondono al nome del macedone Darko Pancev e del montenegrino Dejan Savicevic, il “genio”, con altri nomi come Stosic, Radinovic e Marovic a completare il quadro.

Il primo turno vede la Stella affrontare il Grasshoppers. Si giocava ancora con gare di andata e ritorno, non c’era ancora la Champions, l’andata in Jugoslavia non va bene, finisce uno a uno con la rete di Binic, ma in Svizzera la Stella gioca un altro calcio, vanno a segno Pancev, due volte Prosinecki e Radinovic per il 4-1 finale. Ci sono i Rangers, 3-0 all’andata in casa e 1-1 in trasferta. 

STELLA ROSSA 1990-91 - TUTTI I GOL FINO ALLA FINALE

Stella Rossa, arriva Sinisa Mihajlovic

Al terzo turno c’è la Dinamo Dresda, ma la Stella ha un chiodo fisso, sistemare la fascia sinistra. C’è un terzino che piace, gioca al Vojodina, costa, ma può far fare un ulteriore salto di qualità. Il campionato in patria non è già più in discussione, si deve puntare in alto, e quel giocatore risponde al nome di Sinisa Mihajlovic. Giocherà quarto di sinistra a centrocampo, con la Dinamo Dresda arrivano due vittorie, 3-0 all’andata in casa e 2-1 in trasferta, anche se quest’ultima partita sarà omologata con lo 0-3 per le intemperanze dei tifosi tedeschi al 78’.

La Stella arriva in semifinale, dove c’è il Bayern Monaco, non certo l’ultima arrivata. Parte male, sotto di uno a zero, ma Pancev firma il pari e nella ripresa Savicevic sigla il gol vittoria. Al ritorno sembra più facile, la Stella passa con il calcio di punizione, e non sarà una novità, di Mihajlovic, che si fa tutto il campo di corsa per andare ad esultare sotto la sua curva. Gli slavi, però, sono sempre slavi, e i tedeschi sono sempre tedeschi, e non muoiono mai. Augenthaler e Bender ribaltano tutto, i tedeschi sembrano in palla ma all’ultimo minuto una sfortunata deviazione proprio di Augenthaler mette il pallone nelle propria porta. Due a due e Stella Rossa in finale.

29 Maggio 1991 - Stella Rossa - Olympique Marsiglia

E’ il 29 Maggio 1991, si gioca al San Nicola di Bari, 30.000 tifosi della Stella arrivano in Italia, il protettore è lo stesso della squadra di Belgrado. Di fronte c’è l’Olympique, la stessa squadra che ha preso in estate Stojkovic, più Pelè, Papin e Waddle, non giocatori qualunque. La gara è tesa, equilibrata, ma il risultato non si sblocca. Petrovic la prepara alla perfezione, si vai ai rigori come vuole lui. Stojanovic para subito il primo rigore, la Stella è praticamente infallibile, Pancev sigla l’ultimo penalty e gli slavi sono per la prima volta, e unica, campioni d’Europa.

STELLA ROSSA - OLYMPIQUE MARSIGLIA: I CALCI DI RIGORE

Ma la gioia durerà poco, per tutto il paese. Nelle foto e nelle esultanze, come racconta Federico Buffa in un suo straordinario documentario su quella squadra, festeggiano in modo diverso, i serbi fanno il tre con la mano, la trinità, i macedoni, come Pancev, sono incerti, il croato e cattolico Prosinecki se ne guarda bene, cosi come i musulmani bosniaci. La Stella Rossa vince e passa alla storia, ma questa è soprattutto la storia di una squadra composta da popoli e culture diverse (ben 5 repubbliche rappresentate), è l’ultima vittoria di una squadra dell’Est Europa, e probabilmente l’unica da qui in avanti.

Il 25 giugno 1991 Croazia e Slovenia dichiarano l’Indipendenza, la Serbia non e’ d’accordo. Finisce qui, di fatto, con quel calcio di rigore di Pancev, la storia calcistica della Jugoslavia.

Quella Stella Rossa passa, definitivamente, alla storia.

Alessandro Grandoni

Doveva essere la partita dell’anno. L’atmosfera, la situazione, però, non ha aiutato. Proviamo a commentare tatticamente e tecnicamente una partita che, in realtà, di partita ha ben poco.

Proviamo, però, a descrivere quanto accaduto. Rispetto alla vigilia Sarri è il tecnico che rischia qualcosa in più, schierando una squadra a sorpresa con Bentancur, Ramsey e Matuidi in mezzo al campo lasciando in panchina Pjanic, mentre in avanti Douglas Costa e Higuain sono preferiti a Dybala. Conte non ha dubbi e schiera l’undici ampiamente preventivato, lasciando ancora in panchina Eriksen, probabilmente l’unico in grado di dare qualità e imprevedibilità al centrocampo nerazzurro.

Nel primo tempo l’Inter gioca una buona partita, riuscendo quasi sempre a interrompere le avanzate juventine grazie ad una squadra corta fra i reparti, pronta a sostenersi a vicenda. Il problema, per la squadra di Conte, arriva nel momento in cui c’è da costruire. La Juventus tiene bene il campo, soprattutto in difesa, con Lukaku e Lautaro che raramente riescono a ritagliarsi uno spazio importante.

Le uniche inventive arrivano sui cambi gioco interisti con la formazione di Sarri che non riesce subito a coprire tutti gli spazi sulle vie esterne. Il primo tempo, sostanzialmente equilibrato, vede lampi di luce solo nel momento in cui Ronaldo viene a prendere palla più basso e parte palla al piede, eludendo cosi il pacchetto difensivo di Conte.

Nella ripresa cambia tutto. La formazione di Conte parte sicuramente meglio della Juventus, la squadra pressa alta, riconquista la palla, gioca discretamente anche se, in avanti, manca sempre quel guizzo importante. La Juve sembra in difficoltà, incapace di reagire, ma al primo vero sussulto cambia tutto. Da una iniziativa di Matuidi arriva lo spunto decisivo, l’Inter sbaglia la copertura con l’errore decisivo di Skriniar, forse troppo spesso definito in anticipo come un campione, ed arriva la rete di Ramsey, che nella posizione di mezzala dimostra la bontà del suo acquisto, fino ad ora rimasto nascosto quando impiegato da trequartista.

Da lì in avanti c’è solo una squadra in campo. L’Inter, pur senza il boato dello Stadium, sparisce dal campo, spariscono le distanze, manca la cattiveria, la Juventus è assoluta padrona del terreno di gioco. Pressing alto, asfissiante, l’Inter non riesce ad uscire dalla sua metà campo denotando una qualità difensiva e a centrocampo decisamente bassa. Eriksen entra, tardivamente, sul terreno di gioco, e l’Inter dimostra di essere ancora più di un gradino sotto i bianconeri.

La partita, per contenuti tattici, finisce qui, per quelli tecnici basta aspettare Dybala per capire cosa è il calcio. Sarri batte Conte, la panchina bianconera dimostra di essere due categorie superiore a quella interista.  Due a zero e big-match in archivio. Juve – Inter si è giocata, ora forse è il caso di fermare tutto.

Alessandro Grandoni

Dopo il rinvio, dovuto all’emergenza del Corona Virus, è finalmente arrivato il momento della partita più attesa della stagione di Serie A: Juventus – Inter. Il derby d’Italia, big match della 26° giornata di campionato, si disputerà a porte chiuse domenica 8 marzo alle ore 20.45. La sfida, che di per sé rappresenta uno dei match più visti e attesi in Italia dagli appassionati calcistici e non, quest’anno avrà anche un sapore diverso. Non solo perché ad affrontarsi saranno le due candidate alla vittoria finale del campionato, con Lazio possibile outsider, ma anche a causa del clima quasi surreale creatosi con lo scoppio del Coronavirus in Italia. Il virus cinese ha, infatti, “influenzato” in tutti sensi il nord del paese, causando il rinvio e annullamento di diverse gare degli ultimi due weekend. I nerazzurri si ritrovano così con due partite in meno e scivolano al terzo posto, superati dalla Lazio, attualmente in testa alla classifica. La formazione di Inzaghi vince e convince, battendo in una gara combattuta per 2-0 un Bologna mai domo e pericoloso fino alla fine.

Saranno quindi la prima e la terza formazione in classifica a sfidarsi, costituendo di fatto la prima vera opportunità per preparare il terreno verso la vittoria finale. Un match dal sapore storico e considerato un “classico” del nostro campionato, arricchito per l’occasione da interessanti quote Juve Inter. La Vecchia Signora ci arriva da seconda della classe, con 60 punti totali conquistati nelle prime 25 gare di campionato, mentre l’Inter di punti ne ha 54, ma con due gare ancora da giocare. La formazione di Sarri, dopo aver vinto l’ultimo incontro in esterna per 2 a 1 con la Spal, attualmente fanalino di coda, dovrà probabilmente fare a meno di Douglas Costa e Higuain, il “man of the match” che con la sua rete ha deciso il match di San Siro lo scorso ottobre. La gara di andata, infatti, si era conclusa con la vittoria in rimonta dei bianconeri per 2 a 1, passati prima in vantaggio con un gol lampo di Dybala, seguito dal pareggio su rigore di Lautaro Martinez. A dieci minuti dal termine, però, a decidere la gara ci ha pensato il solito Higuain con un destro velenoso, frutto di un’azione manovrata fatta di scambi di prima e passaggi filtranti.

Juventus – Inter sarà anche la sfida dell’ex mister bianconero Antonio Conte, che per la prima volta in carriera entrerà allo Stadium da avversario. Proprio sulla panchina della Juve Conte è riuscito nell’impresa di vincere tre scudetti di fila, nove anni dopo l’ultimo, e una Supercoppa Italiana nel 2014. I numeri sulla panchina dei bianconeri per l’allenatore sono impressionanti: 95 partite in campionato e 238 punti conquistati, record di partite senza perdere di fila in serie A (49) e sole 5 sconfitte in totale. Fu proprio l’Inter, ironia della sorte, a interrompere la storica striscia dei bianconeri nel 2012, grazie alla vittoria per 1 a 3 con la doppietta di Milito e il gol di Palacio.

Per il big match del recupero della 26° giornata di Serie A ci saranno delle interessanti quote Juve Inter, pensate per tutti coloro che desiderano puntare su una delle due formazioni. Per l’occasione la vittoria della Juventus è data a 2,30, mentre quella dell’Inter a 3,35. Il pareggio, invece, è quotato 3,20. In termini di quote, i bookmaker ritengono il rinvio più favorevole all’Inter che alla Juventus.

I precedenti tra Juventus e Inter in Serie A sono 173, 87 giocati al Meazza di Milano e 86 a Torino. In casa dei nerazzurri la vittoria è andata all’Inter per 35 volte contro le 24 dei bianconeri, stesso numero per quanto riguarda i pareggi totali. I derby d’Italia disputati a Torino vedono invece la Juventus favorita con 59 vittorie totali a fronte di sole 11 dell’Inter, mentre le due formazioni hanno pareggiato solo 16 volte. Il bilancio totale vede dunque la Juventus nettamente favorita, avendo conquistato la vittoria in 83 occasioni, mentre l’Inter solo 46. Tanti i gol segnati (450 totali, 249 della Juve e 201 dell’Inter), così come tante sono state le polemiche nel corso degli anni, prima su tutte quella del contatto Ronaldo – Iuliano nel 1998.

Il recupero del prossimo turno di campionato ci saprà dire, dunque, se la Juventus è pronta a vincere il nono scudetto di fila, oppure se sarà testa a testa fino alla fine, con la Lazio di Simone Inzaghi sempre vicina e pronta a sfruttare errori altrui. L’Inter di Conte ha dimostrato, durante tutta la stagione, solidità difensiva, carattere e compattezza, ma dovrà trovare le energie e le forze per compiere l’impresa a Torino, dove non vince da novembre 2012. Sarà una sfida aperta, equilibrata e combattuta, con in campo i migliori giocatori del nostro campionato: un vero match da scudetto, il derby d’Italia!

 

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